Duttilità
Sono a un bivio.
Questa mattina ho preso una decisione importante per Il giorno dopo: cambiare metodo di "avanzamento" della prima stesura. Non è stata una decisione semplice, perché da sempre ho la convinzione che i romanzi fluiscono verso valle in modo più naturale quando scritti capitolo dopo capitolo. E sono certo che il lettore se ne giova, anche se non lo percepisce in modo conscio. Così ho sempre fatto. Non ho mai tollerato il metodo che usa Martin, ad esempio (no, non ce l'ho con lui questa volta, tranquilli; semplicemente è l'unico scrittore di cui so per certo che affronta la prima stesura in questo modo. A lui si adatterà, a me no...).
Ma devo combattere con ogni mezzo l'assedio della vita: ho troppe cose da seguire, troppe emozioni da gestire, troppo per riuscire a scrivere con la stessa serenità e assiduità d'un tempo. La mia vita, semplicemente, è cambiata. Non sono più un giovane di belle speranze, sono un adulto, con tutto ciò che ne consegue nel bene e nel male.
Di conseguenza ho deciso di affrontare un fronte d'azione alla volta, mio malgrado. Così eviterò di dover ogni volta rileggere il capitolo precedente (che male non fa, in un certo senso, ma spesso mi porta via molto, troppo tempo). Non dovrò star lì a riannodare tutte le pennellate dell'affresco psicologico proprio di un personaggio (e sono tanti).
Lo svantaggio è il grosso rischio di rendere eterogenea la narrazione, di dipingere un grande quadro a settori, senza riuscire a far collimare in modo armonico i bordi di tali settori (anche se, a dir il vero, esistono quadri moderni così dipinti e di grande impatto e bellezza). Dovrò lavorare sodo in fase di revisione, aggiungendo, limando, nel tentativo di costruire quell'invisibile rete di riferimenti e rimandi che s'intreccia tra un fronte d'azione e l'altro, rete che dal mio punto di vista è lo scheletro che tiene in piedi il senso del romanzo, ovvero sia ciò che unisce tutte le sue parti.
I vantaggi, però, sono molteplici. Maggiore rapidità d'esecuzione. Maggiore coerenza interna ai singoli fronti d'azione fin dalla prima stesura - e, quindi, minor difficoltà da affrontare durante la revisione. Maggiore controllo sull'evoluzione dei personaggi con minore energie spese. E via dicendo...
Quello che mi viene richiesto da Il giorno dopo, insomma, è duttilità. È una parola che m'ero dimenticato, forse sedendomi un po'. C'era voglia di fare bene e in tempi accettabili. Impossibile. Scrivere non è mai così. Ogni romanzo è una storia a sé stante. Ogni romanzo richiede la capacità di adattarsi a esso, perché pretendere che la storia si plasmi sul proprio metodo di scrittura è violentarla, costringerla in una direzione che magari non le è congeniale. È lo scrittore che deve assecondare la storia, non viceversa.
Ma questa duttilità costa fatica e decisioni amare, a volte.
Forse sto esagerando, parlando d'amarezza. Già, forse qualcuno lo pensa. Eppure è il mio modo di vivere la scrittura: intenso, passionale, quasi esistenziale. Cambiare rotta all'improvviso è difficile.
Un giorno vi farò l'elenco delle decisioni più dure che abbia preso in materia. Le ricordo molto bene ancora oggi. Quella appena illustrata è soltanto l'ultima di una lunga serie.
Questa mattina ho preso una decisione importante per Il giorno dopo: cambiare metodo di "avanzamento" della prima stesura. Non è stata una decisione semplice, perché da sempre ho la convinzione che i romanzi fluiscono verso valle in modo più naturale quando scritti capitolo dopo capitolo. E sono certo che il lettore se ne giova, anche se non lo percepisce in modo conscio. Così ho sempre fatto. Non ho mai tollerato il metodo che usa Martin, ad esempio (no, non ce l'ho con lui questa volta, tranquilli; semplicemente è l'unico scrittore di cui so per certo che affronta la prima stesura in questo modo. A lui si adatterà, a me no...).
Ma devo combattere con ogni mezzo l'assedio della vita: ho troppe cose da seguire, troppe emozioni da gestire, troppo per riuscire a scrivere con la stessa serenità e assiduità d'un tempo. La mia vita, semplicemente, è cambiata. Non sono più un giovane di belle speranze, sono un adulto, con tutto ciò che ne consegue nel bene e nel male.
Di conseguenza ho deciso di affrontare un fronte d'azione alla volta, mio malgrado. Così eviterò di dover ogni volta rileggere il capitolo precedente (che male non fa, in un certo senso, ma spesso mi porta via molto, troppo tempo). Non dovrò star lì a riannodare tutte le pennellate dell'affresco psicologico proprio di un personaggio (e sono tanti).
Lo svantaggio è il grosso rischio di rendere eterogenea la narrazione, di dipingere un grande quadro a settori, senza riuscire a far collimare in modo armonico i bordi di tali settori (anche se, a dir il vero, esistono quadri moderni così dipinti e di grande impatto e bellezza). Dovrò lavorare sodo in fase di revisione, aggiungendo, limando, nel tentativo di costruire quell'invisibile rete di riferimenti e rimandi che s'intreccia tra un fronte d'azione e l'altro, rete che dal mio punto di vista è lo scheletro che tiene in piedi il senso del romanzo, ovvero sia ciò che unisce tutte le sue parti.
I vantaggi, però, sono molteplici. Maggiore rapidità d'esecuzione. Maggiore coerenza interna ai singoli fronti d'azione fin dalla prima stesura - e, quindi, minor difficoltà da affrontare durante la revisione. Maggiore controllo sull'evoluzione dei personaggi con minore energie spese. E via dicendo...
Quello che mi viene richiesto da Il giorno dopo, insomma, è duttilità. È una parola che m'ero dimenticato, forse sedendomi un po'. C'era voglia di fare bene e in tempi accettabili. Impossibile. Scrivere non è mai così. Ogni romanzo è una storia a sé stante. Ogni romanzo richiede la capacità di adattarsi a esso, perché pretendere che la storia si plasmi sul proprio metodo di scrittura è violentarla, costringerla in una direzione che magari non le è congeniale. È lo scrittore che deve assecondare la storia, non viceversa.
Ma questa duttilità costa fatica e decisioni amare, a volte.
Forse sto esagerando, parlando d'amarezza. Già, forse qualcuno lo pensa. Eppure è il mio modo di vivere la scrittura: intenso, passionale, quasi esistenziale. Cambiare rotta all'improvviso è difficile.
Un giorno vi farò l'elenco delle decisioni più dure che abbia preso in materia. Le ricordo molto bene ancora oggi. Quella appena illustrata è soltanto l'ultima di una lunga serie.
Etichette: Letteratura, Mie opere, Scrittori, Scrittura



11 Commenti:
Bene! Sperimentare nuove soluzioni può tornare utile, senza ombra di dubbio!
Io vado ancora avanti scrivendo un paragrafo alla volta, e così, viene fuori un capitolo e poi un altro.
Questo in fase di revisione, richiede comunque sforzo.
Non so se sarò mai in grado affrontare diversamente lo scrivere.
Ma ti auguro di Riuscire, come sempre!
Francesco
un muspeling
Bene, un sano "uscire un po' dagli schemi". ^^
Tempo fa dicesti che la scrittura di un romanzo deve essere costante, rapida in un certo senso, questione di tre quattro mesi (come dice King). Ma è da più tempo che è in corso la stesura del Giorno dopo, vero? Io penso che una tempistica ideale possa essere indicata, sì, ma che ogni scrittore sa quanto tempo abbisogna per la propria opera - ma così dicendo il concetto di tempistica ideale va a quel paese.
"Il giorno dopo" è in prima stesura da una vita, ma si parla di una vita che ha dovuto affrontare e superare periodi convulsi, tragici e di grande cambiamento.
Stephen King parla di un autore che vive una condizione "ideale" di scrittura, che può fare solo quello.
Pur non potendo fare solo quello, "La Rocca dei Silenzi" lo scrissi in un paio di mesi (più la revisione, un altro mese). Quindi capisco i suoi tempi: tre/quattro mesi da professionista sono un sacco di tempo.
"Il giorno dopo", comunque, dovrebbe essere di 250, 300 pagine più lungo. E, in ogni caso, è molto più ricco e complesso allos tesso tempo.
Quanto all'uscire dagli schemi, be'... io l'ho sempre detto che il mio metodo lo plasmo a seconda del momento. Esistono alcuni capisaldi, ma la pratica non è affatto la grammatica.
Ho sperimentato tale metodo, Andrea, con un romanzo che ho scritto un paio d'anni fa.
Avendo imperniato la storia sulla vicenda di tre protagonisti, mi sono ritrovato a seguire altrettanti filoni narrativi e, sin dalla fase di progettazione, ho deciso di scrivere in sequenza tutti i capitoli relativi a ciascun personaggio (linea narrativa).
Se da un punto di vista pratico, questo metodo di lavoro consente di procedere spedito in fase di prima stesura (evitando di dover riannodare volta per volta i fili relativi a ogni singolo fronte), è altresì vero che c'è un rovescio della medaglia (o almeno c'è stato per me).
Tu parlavi di uniformità di senso, Andrea. Ebbene, in fase di revisione, mi sono accorto che i tre filoni sotto questo profilo non si uniformavano nel disegno che stava alla base del romanzo.
Di conseguenza, in sede di revisione, ho speso tutto il tempo guadagnato non dovendo dare continuità e coerenza interna a ciascun fronte, lavorando a uniformare i tre rendendoli omogenei sotto il profilo del senso che sottende al quadro complessivo.
Credimi, è altrettanto impegnativo e stancante. In fondo, però, il bello della scrittura è anche questo,no? Scoprire sempre qualcosa di nuovo, cimentandosi con essa; mettersi alla prova, capendo fino a che punto possiamo spingerci quando affrontiamo una pagina bianca e gli infiniti sentieri che si possono tracciare sopra di essa.
Michele
Bella considerazione.
Se ti può in qualche modo e misura confortare o pungolare, oltre a Martin, Vergilianicus ille adottò lo stesso metodo compositivo di cui tu or ora ti avvali - anche se solo per l'Eneide, e forse indotto da fattori contingenti estranei alla pura disciplina della scrittura; e anche se con una radicalità maggiore di quella che tu persegui: in effetti egli procedeva non ancora per ampi e compatti fronti, ma addirittura per singoli e isolati eventi; in ogni modo, la qualità del risultato è nota, in particolare se è vero quanto attesta La Penna, secondo cui chiunque si dica appassionato, sincero e genuino lettore, non dovrebbe che immolare l'intera propria esistenza a leggere e perennemente rileggere Omero, Dante e Viriglio appunto.
E, se può interessare, questo - ma più precisamente il percorso di Virigilio - era l'unico che io stesso riuscissi a seguire quando ancora gioiosamente scrivevo narrativa - una scena giustapposta all'altra, scelta e quindi scritta in rapporto al concetto e al sentimento che ogni giorno diversamente mi ispirava e volevo affrontare, e all'umore con cui mi disponevo, che infine avrei assemblato e amalgamato. In fondo, questo è pure il solo modo con cui i miei scandagli più critici e tecnici possano leggere e giudicare un libro, e non ce ne sarà mai un altro - per Hegel era formalmente impossibile che la speculazione ne potesse intuire un altro.
Dissento con te solo nel momento in cui riconosci che è lo scrittore a doversi sacrificare, prostrare, rimettere alla storia, assecondandola, e mai viceversa: sempre con Hegel, sono fortemente persuaso, per più d'un motivo, che l'artista - ogni artista - di fronte alla propria arte - ogni tipo d'arte - sia Dio e debba essere Dio.
Feanor
Non credo che Dio soffra nella creazione caro Feanor!
Fuor di metafora, ci sono autori dalle pagine dei quali traspare lo sforzo e la fatica della scrittura, la sofferenza che questa, per certi versi, comporta. E' una cosa che, nel mio piccolo, sperimento costantemente io stesso. Sono quindi in linea con lo "sperimentalismo" di Andrea; dipende molto dai momenti, dal romanzo, da quanto sia faticoso e sofferto. L'autore deve essere pronto a plasmare se stesso sulla base di queste considerazioni
Dal mio punto di vista, che è quello hegeliano - idealistico - e che però non è solo il mio punto di vista privato, bensì il fondo comune da cui promanano, oltre alla critica propriamente idealistica, anche i paradigmi del formalismo e dello strutturalismo - e perciò è quasi l'unico punto di vista speculativamente sostenibile - questa fenomenologia che tu annoti, lo sforzo, la fatica, la sofferenza esatta dalla scrittura, è, concettualmente, un errore, e, tanto quanto il fatto che l'autore scelga di piegarsi alle istanze della propria opera, abbassandosi a forgiare se stesso in armonia alla forma che questa autonomamente viene ad assumere, deve nascere da due possibilità: l'autore non è un artista, quindi non può che limitarsi a riflettere dati oggettivi; l’autore si arresta allo stadio intellettuale della creazione artistica, senza pervenire a quello speculativo, in cui tale creazione è lo strumento, come contenuto, della forma del “per sé”, l’intuizione lirica della coscienza dell’autore.
Io reputo Andrea un vero scrittore, ed egli sa che lo stimo, quindi rispetto anche la sua posizione e la sua poetica – del resto, attualmente nel mondo forse due o tre scrittori sono padroni, o almeno promotori, di questo punto di vista che io peroro – ciò non mi impedisce di continuare a giudicare la sua posizione e la sua poetica un errore.
Feanor
Mi piace sollecitarti Feanor perché ormai conosco il tuo approccio filosofico e, dato che sono "filosofo", nel senso di studioso di filosofia, anche io, ne sento inevitabilmente il richiamo. Non sono però, in questo caso, d'accordo con te, almeno non del tutto. Il mio approccio è piuttosto esistenzialistico, a limite venato di ermeneutica, ma non hegeliano in senso stretto. Ciò che mi piace particolarmente nel lavoro di Andrea è il coraggio nell'affrontare temi non sempre toccati dal fantasy e una certa consonanza che, proprio su questi temi, sento di avere con lui. Il fatto è che, almeno credo, sono temi che necessitano di essere vissuti, sofferti appunto
Andrea, Feanor: sempre molto stimolanti, davvero.
Ho intenzione di scrivere una nuova blog-considerazione a partire dal vostro batti e ribatti, anche perché - come spesso accade - la mia verità su me stesso sta nel mezzo di quanto dite. :)
Andrea, sono molto curioso di scoprire cosa penserai del mio prossimo romanzo: è impegnativo, denso, pregno di temi che la fantasy non affronta (nella stragrande maggioranza dei casi). L'intento stesso non l'ho mai udito, né l'idea di fondo su cui è stata costruita l'ambientazione (ma potrei sbagliarmi della grossa). Magari ti includo nella lista dei miei "lettori alfa"?
Scusami Andrea, leggo solo ora.
Sarei davvero onorato di essere incluso nella lista! Grazie!
Non vedo l'ora di leggere la tua nuova fatica
Così sei un esistenzialista. La nostra questione necessiterebbe, e meriterebbe, di essere impostata su una discussione ampia e distesa, certamente affrontarla ora è impossibile, ché questa non è la sede adeguata per trattarla, perciò, purtroppo, è destinata a rimanere smozzicata e incompiuta, probabilmente anche apodittica – forse non riusciremmo a risolverla e dirimerla comunque.
Ma credo che un paio di appunti e un paio di note possiamo ugualmente concedercele: dunque, sappiamo entrambi che, da Kierkegaard fino a Habermas, ogni esistenzialista si è impegnato ad affermare l'irriducibilità dell'esistenza alle categorie discorsive della metafisica assegnate all'essenza; ma sapremo entrambi anche, con Moore e Austin, che è illegittimo postulare l'etica - l'etica eccezionale dell'esistenza in questo caso - con questa confutando una proposizione teoretica: l'essere non può essere inscritto nel dover essere, o, seguendo Carnap, non è possibile predicare il senso del significato, anziché il significato del senso; la condizione trascendentale di una deduzione ontologica è la sua giustificazione da parte di un'induzione fenomenologica, segnala Preti. E non vedo come la posizione esistenzialistica possa superare e sostituire quella idealistica, o almeno criticarla e revocarla in dubbio abbastanza radicalmente da porsi come sua lecita alternativa, se non contravvenendo, trasgredendo e violando queste indicazioni fondamentali.
Comunque, riguardo all’aspetto letterario collaterale al profilo di questa nostra disputa puramente filosofica, su cui originariamente verteva il disquisire di Andrea, dove, come già dicevo, l’idealismo è l'onusto alveo in cui confluiscono e da cui si diramano la critica idealistica – crociana – del formalismo e dello strutturalismo, ribadisco che un approccio e una prospettiva esistenzialisti a me sembrano, speculativamente, assai più deboli rispetto alla matrice idealistica appunto.
In ogni modo, nonostante la mia acribia nel dilungarmi e ripetermi su questi dettagli che possono sembrare tecnicismi e sofismi inani – ma non lo sono, e anzi rimpolpano il midollo stesso della creazione artistica – non intendo minimamente, almeno qui, impormi o svilire nessuno.
In fondo, andrea e Andrea, voglio proseguire questo certame perché al momento è uno degli ultimi argomenti che in rete non mi annoino desolatamente – tutt’altro.
Feanor
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