Amare, viaggiare, daffare.
Mentre tutti s'interrogano su dove sta andando il Fantasy, il qui scrivente, che da autore potrebbe pure intervenire nella discussione, se ne resta immobile, interrogandosi su dove sta andando lui.
Esistono vari aspetti da valutare: il mercato e, di conseguenza, il lato commerciale. I sottogeneri (a patto che esistano davvero e non sia un'allucinazione collettiva, cosa che io sono propenso a pensare). Le classi degli editori e degli scrittori (malfattori o benefattori; adulti, giovanissimi o postumi). Le tematiche, i cliché, la grammatica e la sintassi italiana, l'uso di termini propri o impropri al contesto.
La mia impressione è che tutto questo sia un ribollire fine a se stesso, che finirà col far evaporare tutta l'acqua, anziché cuocere la pasta.
La pasta, mi chiedo io, chi la butterà? E si ricorderà di salare l'acqua?
Tutto molto bello, il dibattito fin troppo spesso acceso sul "fantasy italiano". Ma la verità è che bisogna sfornare romanzi di valore inconfutabile, a prescindere dal sottogenere, dall'età e dai termini utilizzati. Romanzi con più livelli di lettura, che intrattengono e nel contempo fanno riflettere, che raccolgano consensi anche tra i lettori che di Fantasy hanno letto soltanto "Il Signore degli Anelli", perché è un capolavoro e lo meritava.
Sono dell'avviso, cioè, che o si conquisteranno territori abitati da lettori che sono molto selettivi quando guardano al Fantastico in senso lato o l'acqua evaporerà.
E no, non sto affatto pensando a me. La mia strada è chiara ed è destinata a non dare frutti in questo senso. Una mia scelta, precisa, priva di compromessi (da sempre). La mia produzione ha ora una direzione stabilita e una meta precisa. Ciò non toglie che abbia anche - nel cassetto - spunti e canovacci per opere che potrebbero strizzare l'occhio a un pubblico molto più vasto.
A questo punto, però, la domanda è una sola: cosa vuole Andrea? Cosa sta cercando?
Conosco già da tempo la risposta e va nella sopraccitata direzione, tutt'altro che commerciale, tutt'altro che alla omnibus. Esistono sempre i casi letterari, ma nascono in zone d'ombra, non in zone che la gente illumina a giorno con la propria ignoranza (circa il genere Fantasy) e con idee preconfezionate, nient'affatto frutto d'esperienza personale. In una luce simile si può soltanto produrre ciò che la luce può rischiarare. Non c'è spazio per forme alternative d'esistenza, come le tenebre, l'ombra, il chiaroscuro, la luce filtrata...
Personalmente non intervengo più (di tanto). Seguo con interesse i singoli autori italiani, ne acquisto le opere e tento di leggerle integralmente. Per il resto, ragazzi, scrivo e basta.
A me, come autore, cosa serve tutto il resto?
So quello che mi serve: amare, viaggiare e darmi un gran daffare. Tutte cose che viste dal mondo di un lettore equivalgono al silenzio, fino all'eventuale pubblicazione dell'ultimo frutto del daffare.
Amen.
Esistono vari aspetti da valutare: il mercato e, di conseguenza, il lato commerciale. I sottogeneri (a patto che esistano davvero e non sia un'allucinazione collettiva, cosa che io sono propenso a pensare). Le classi degli editori e degli scrittori (malfattori o benefattori; adulti, giovanissimi o postumi). Le tematiche, i cliché, la grammatica e la sintassi italiana, l'uso di termini propri o impropri al contesto.
La mia impressione è che tutto questo sia un ribollire fine a se stesso, che finirà col far evaporare tutta l'acqua, anziché cuocere la pasta.
La pasta, mi chiedo io, chi la butterà? E si ricorderà di salare l'acqua?
Tutto molto bello, il dibattito fin troppo spesso acceso sul "fantasy italiano". Ma la verità è che bisogna sfornare romanzi di valore inconfutabile, a prescindere dal sottogenere, dall'età e dai termini utilizzati. Romanzi con più livelli di lettura, che intrattengono e nel contempo fanno riflettere, che raccolgano consensi anche tra i lettori che di Fantasy hanno letto soltanto "Il Signore degli Anelli", perché è un capolavoro e lo meritava.
Sono dell'avviso, cioè, che o si conquisteranno territori abitati da lettori che sono molto selettivi quando guardano al Fantastico in senso lato o l'acqua evaporerà.
E no, non sto affatto pensando a me. La mia strada è chiara ed è destinata a non dare frutti in questo senso. Una mia scelta, precisa, priva di compromessi (da sempre). La mia produzione ha ora una direzione stabilita e una meta precisa. Ciò non toglie che abbia anche - nel cassetto - spunti e canovacci per opere che potrebbero strizzare l'occhio a un pubblico molto più vasto.
A questo punto, però, la domanda è una sola: cosa vuole Andrea? Cosa sta cercando?
Conosco già da tempo la risposta e va nella sopraccitata direzione, tutt'altro che commerciale, tutt'altro che alla omnibus. Esistono sempre i casi letterari, ma nascono in zone d'ombra, non in zone che la gente illumina a giorno con la propria ignoranza (circa il genere Fantasy) e con idee preconfezionate, nient'affatto frutto d'esperienza personale. In una luce simile si può soltanto produrre ciò che la luce può rischiarare. Non c'è spazio per forme alternative d'esistenza, come le tenebre, l'ombra, il chiaroscuro, la luce filtrata...
Personalmente non intervengo più (di tanto). Seguo con interesse i singoli autori italiani, ne acquisto le opere e tento di leggerle integralmente. Per il resto, ragazzi, scrivo e basta.
A me, come autore, cosa serve tutto il resto?
So quello che mi serve: amare, viaggiare e darmi un gran daffare. Tutte cose che viste dal mondo di un lettore equivalgono al silenzio, fino all'eventuale pubblicazione dell'ultimo frutto del daffare.
Amen.
Etichette: Letteratura, Lettori e detrattori, Scrittura, Vita



3 Commenti:
Anch'io penso che tutte le questioni sul "fantasy italiano" siano inutili. E' l'eterna diatriba, come quella del "meglio uno stile buono e una storia scarsa o uno stile scarso e una storia buona?". Non esistono vie di mezzo? Non si possono semplicemente fare nuove esperienze e scrivere? Perché lo scrivere viene dall'esperienza, giusto? Non parlo di montagne se non le ho mai viste. Mi si potrebbe obiettare che c'è chi parla di draghi senza averli visti. Beh, magari chi ne parla li vede meglio di chiunque altro, perché sa cosa vuole scrivere e dove andare a parare.
Questo per dirti che i "casi letterari del momento" sono destinati a non durare a lungo. Secondo me un romanzo può anche avere uno stile piatto (che comunque dipende dall'esperienza; nb: piatto, non inesistente! In quel caso consiglierei al presunto scrittore di cambiare carriera) ma la storia deve essere accattivante, elaborata. Perché DEVI sapere di cosa parlare. E nel tuo caso, Andrea, io penso che avevi molto da dire (e hai ancora molto!). Per questo ho apprezzato i tuoi romanzi. Specie nell'ultimo della trilogia delle 'sette gemme' ci sono stati spunti di riflessione che altrove non ho trovato.
"A me, come autore, cosa serve tutto il resto?"
Non sai quanto mi ritrovi nelle tue parole, Andrea. Più giro per la rete e più vedo gente che s'affanna a dispensare postulati o spargere parole in cerca di visibilità. Questo vale per qualsiasi argomento, comunque...
Io scrivo per scrivere, eppure da quando il mio libro è stato pubblicato vivo un rapporto di amore-odio con tante cose che girano intorno alla comunità.
E questo mi distrae, dallo scrivere e dal godermi il suo senso.
Un saluto,
Marco.
Devo darti, purtroppo, il "benvenuto" nel mondo meschino del fandom, come lo chiamano.
Non credo di poter dire che esista un movimento maturo di lettori di genere Fantasy in Italia. Ce ne sono molti profondi e intelligenti, ma la media è piuttosto scarsa quanto ad atteggiamento intellettuale.
E' rimasto l'atteggiamento immaturo d'un tempo. Un tempo era forse un po' più giustificato (anche se dal mio punto di vista non lo era affatto), perché nessun autore italiano veniva pubblicato. Ora invece se ne pubblicano parecchi (non tanti quanti sono gli stranieri, ma siamo in netta rimonta), eppure gli inediti sono ancora lì a sparlare e criticare malignamente chi è stato pubblicato, invece di rimboccarsi le maniche e fare qualcosa di più per loro stessi e per i loro romanzi.
Le critiche dure e negative vengono anche da lettori che non ambiscono a scrivere e pubblicare, ma di tali critiche quelle più livorose sono sicuramente scritte da chi invece ambisce eccome alla pubblicazione.
Gente piccola, che non ha capito un fico secco di cosa significhi scrivere: godere dell'atto in sé, leggere i "colleghi" con mente aperta, dialogare con loro per capirli meglio, per imparare e per esprimersi e maturare. Invece sono lì a farsi seghe mentali sulla pagliuzza nell'occhio dell'altro, senza vedere la trave che si portano appresso infilata nel deretano. ^_^
Ho abbandonato la diplomazia grazie a loro. Qualcosa di buono hanno fatto.
Ma, in ogni caso, credo che prima ti stacchi da tutto questo, Marco, prima recupererai la gioia di scrivere in serenità.
A me l'hanno letteralmente infranta e sono ancora lì chino nel tentativo di raccogliere tutti i pezzi.
LucaCP, pensa che mi hanno accusato d'avere uno stile troppo personale, troppo invasivo...
Giuro che non riesco a ricordare una cosa su cui non mi abbiano critica e, dall'altra parte, elogiato.
Non è buffo? Che insegnamento dovrebbe trarre da tutto ciò uno scrittore? Se dovesse seguire tutto ciò che dicono, non avrebbe risposte: si dice tutto e il contrario di tutto. Se dovesse ignorarli, sarebbe chiuso e smetterebbe di crescere e maturare per mezzo dei lettori.
Personalmente ho sviluppato una certa capacità nel capire subito quando una critica è in buonafede e quando non lo è, quando serve e quando è aria fritta - distruttiva o esaltante che sia. Ma bisogna sputarne di sangue, prima...
Sono stanco e stufo di tutto questo. Infatti mi sto sempre più ritraendo all'interno dei miei scritti. L'unico spazio che mantengo davvero attivo è questo, perché qui mi proteggo da solo dai poco di buono.
E, naturalmente, ho scoperto nei blog degli altri scrittori un'altra "giusta dimensione" in cui esprimermi.
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