Intervista per "Fabbricanti di universi"
Vi segnalo una mia nuova intervista (per quello che può valere l'intervista di un autore fermo dal marzo del 2005...). Il fatto è che un'intervista non si rifiuta mai. Spero che, quando mi verrà proposta la prossima, avrò finalmente qualcosa da dire su un mio nuovo romanzo edito. Vedremo...
Intanto, eccola qui:
http://www.fabbricantidiuniversi.it/world-building/dangelo.htm
Intanto, eccola qui:
http://www.fabbricantidiuniversi.it/world-building/dangelo.htm
Etichette: Letteratura, Lettori e detrattori, Mie opere, Religione, Scrittori, Scrittura, Vita



15 Commenti:
Bella intervista, e condivido il tuo pensiero sul cercare di non essere di parte: "Lo scrittore serve la storia, non le proprie (inevitabili) preferenze." Immagino non sia del tutto facile arrivare a questa predisposizione d'animo quando si ha avuto a che fare con la propria creatura per parecchi mesi - se non per anni -, ma è un sacrificio che deve essere necessariamente fatto, se non si vuole restare impantanati in soluzioni banali. O perlomeno, da lettore, ho sempre apprezzato questo approccio: il lieto fine - quando forzato rispetto alle vicende raccontate - ha raggiunto raramente la mia simpatia.
Ora resto in attesa di vedere ancora il tuo nome sugli scaffali delle librerie con un nuovo lavoro, in compagnia degli altri italiani che in questi mesi mi hanno fatto spendere un bel po' di soldi. :)
Curiosità di Molto Condivisa! ^_-
Scintille!
un muspeling
Il commento di by ax è assai interessante e mi offre lo spunto per una riflessione che nasce (anche) dalla "tormentosa" revisione del seguito di Krune.
Mi sto infatti trovando ad affrontare alcune questioni che nell'economia della storia sono fondamentali e che (mi sono accorto, in sede di revisione) nella prima stesura avevo guardato da una prospettiva sbagliata o forse scorretta, sarebbe più giusto dire: la mia.
Che ne pensate voi? l'autore deve imporre le proprie convinzioni attraverso i personaggi, o lasciare che ciascuno di essi "esprima" le proprie convinzioni in merito ai temi che attraversano la storia di cui sono protagonisti?
Dal canto mio, sto lavorando (parafrasando Andrea) per servire la storia, lasciando "campo libero" ai personaggi e alle loro idee, piuttosto che imporre le mie (il che, considerato il tema del romanzo, sarebbe estremamente scorretto, ritengo, anche nei confronti del lettore).
Detto così suona un pò criptico; spero se ne abbia modo di ridiscuterne quando il romanzo verrà alla luce.
Michele
Il tema è importantissimo.
Servire la storia è complicato, in effetti, ma è ciò che si deve fare.
Personalmente, la mia preoccupazione, durante la prima stesura, è quella di dare perlomeno due punti di vista diversi di ogni aspetto fondamentale della vicenda. Il senso del romanzo, insomma, dev'essere affrontato e analizzato da più personaggi, per mezzo delle loro esperienze.
Ciò su cui il lettore deve riflettere alla fine, è un'idea generale, sulla quale io autore gli ho dato spunti di riflessione e non una risposta morale e, peggio, moraleggiante.
"La Rocca dei Silenzi" è stata scritta in quella maniera, parlando di genetica.
Ma, ora, veniamo al punto spinoso della questione. L'autore non deve mettere nulla di suo? E' quasi impossibile, a meno che non si sia degli schizofrenici e durante la scrittura si sia impossessato di te la tua parte nascosta! :) (Ma sarebbe comunque una tua parte... ;)
Il punto è non calcare l'illustrazione della propria visione, filtrarla, essere consapevoli che si stanno esprimendo le proprie idee in merito.
E, in ogni caso, sulle questioni delicate, complesse (come è il senso di un romanzo che abbia un minimo di spessore), non c'è mai un punto di vista giusto. La mia soluzione, quindi, è guardarlo da più ottiche, attraverso gli occhi dei personaggi, e scoprire in quanti modi può essere affrontato... e nessuno di essi sarà affatto sbagliato, né affatto giusto.
Ad ogni modo, il segreto è lasciarsi possedere dai personaggi: loro ti guidano nel loro mondo coi loro occhi. E' vero che in ognuno di essi c'è una parte di noi, ma se sono ben caratterizzati, avranno anche parti aliene all'autore, che influenzeranno la loro visione... se soltanto lo scrittore riuscirà a servire la storia, e non se stesso.
Condividete?
Ti dirò, dipende.
Sto leggendo "Spada nella Tempesta" di Gemmell e lui è tutto fuorché imparziale. I suoi "romani rivisitati in chiave Fantasy" sono dei mostri e ne sto rimanendo sempre più sconcertato!
Non per niente, Gemmell è autore British, anzi - citando gli amici irlandesi - West Britt! Grr
Però, esulando dal mio puunto di vista, la sua saga ha avuto successo.
Un altro Fantasy Di Molto Parziale, eppure di successo è quello che scrive Goodkind e a lui ho dichiarato Eterna Inimicizia (ma sempre fatti miei sono).
Tolkien era pure parziale, e non dalla mia parte di certo! Eppure ha saputo mediare, filtrare, il suo punto di vista, tanto che apprezzo tutt'ora la sua opera.
Indi, sì, sarebbe molto meglio filtrare, ma il romanzo può sortire successo anche senza... però i miei gusti di lettore ne sarebbero Riconoscenti! ^_^
Ardenti saluti!
Muspeling
Quindi concordiamo, Francesco. Non stavo parlando di successo (ma perché la storia delle vendite e del successo salta fuori anche quando non la si nomina? Non sarà che sono tutti ossessionati da 'sta cosa? Be', io no! M'interessa soltanto in seconda battuta), ma di cosa dovrebbe fare lo scrittore.
Non è un caso che io abbia detto che i capolavori sono, di solito, quei romanzi in cui l'autore è riuscito ad annullarsi o a mitigare - e di molto - la sua parziale visione delle cose.
Un conto è instillare i propri valori in un'opera, un conto è far dire e pensare le cose ai personaggi come lo faresti tu autore. Questo è proprio sbagliato, dal mio punto di vista.
Ribadisco: il pensiero dell'autore uscirà sempre allo scoperto, se crede in ciò che scrive, ma non sarà mai l'unica visione proposta da un romanzo (di valore), l'unica ottica su cui si appiattisce tutta la vicenda e su cui si spiaccicano (di fatto morendo prima di nascere) i personaggi.
Per quanto riguarda me, ammetto che mi piace assistere alla storia attraverso gli occhi (il sentire) dei vari personaggi, in modo da avere differenti angolazioni e prospettive diverse.
Sottoscrivo, insomma, quanto scritto da Andrea in merito ad avere “perlomeno due punti di vista diversi di ogni aspetto fondamentale della vicenda.”; non solo bianco e nero.
Non mi ci riconosco molto nelle verità assolute e, di conseguenza, un approccio di questo tipo mi dà - e dà – modo di riflettere sulla tematica di fondo che l’autore porta avanti, riuscendo a stimolare la mia attenzione.
L'autore propone il messaggio, i personaggi lo mettono in scena secondo le loro caratterizzazioni. :)
Ciao Andrea. Devo dire che è sempre piacevole dare uno sguardo ai processi creativi, alle aspettative e ambizioni che guidano uno scrittore durante e dopo la stesura di un romanzo.
Ho quasi terminato la Rocca dei silenzi, e pur considerandolo tutt'altro che perfetto, sono ansioso di vedere un tuo prossimo libro sugli scaffali.
Ps: mi ha incuriosito molto l'intervista a Steven Erikson, autore che non conosco.
Peccato che i suoi romanzi (soprattutto il primo) sia così difficile da reperire!
Beh, per "successo" non intendevo tanto quello pecuniario, ma di pubblico (che porta il primo con sé, certo).
E' un problema intricato, che salta fuori come la gramigna, ma perché - credo - essendo il nostro un settore artistico, il gradimento del pubblico è un metro non trascurabile.
Poi, il tutto IMHO! ^_^
PS: Erikson difficilmente reperibile? Strano, nella grossa città dove sto si trova sempre e comunque.
Anyway, si può sempre ordinare on line.
Focosi CIAO a todos!
Muspeling
Resto dell’idea che qualsiasi scelta di tipo tecnico legato al punto di vista possa comunque permettere di offrire una pluralità di prospettive sul tema al centro del romanzo.
Tutto sta, come al solito, nell’abilità (anche se in questo caso direi più nella sensibilità) dell’autore.
Se da un lato non posso che concordare sul fatto che l’autore abbia il dovere morale di non “sputare sentenze” ma offrire argomenti di discussione, dall’altro trovo, sotto questo aspetto, la scelta di un unico punto di vista una sfida affascinante per l’autore (prova ne è che in tutti i romanzi che ho scritto, eccezion fatta per uno, ho sempre adottato un solo punto di vista e mai onnisciente).
Si tratta infatti di affrontare il tema da una prospettiva ben definita non necessariamente coincidente con quella dell’autore, anche (volendo) moralmente non condivisibile (sebbene coerente con il sentire del personaggio narrante e con le sue azioni), sviscerandola in maniera approfondita attraverso il confronto col punto di vista di altri personaggi (necessariamente secondari, in virtù della scelta compiuta) di cui il lettore conoscerà parole e azioni ma non direttamente i pensieri.
Questa scelta (se ben compiuta) può portare a risultati stimolanti. Il lettore si accosta al tema attraverso gli occhi del personaggio che io ho scelto e, con lui (ma non necessariamente come lui) si confronta con i personaggi in cui s’imbatte e con le loro idee.
Poi starà alla sensibilità del lettore stesso, alla sua forma mentis, e (perché no?) alla sua ideologia stabilire se parteggiare per il protagonista e per il suo approccio al tema oppure optare per quello offerto da qualche altro personaggio.
In tal caso il punto di vista unico è, in relazione al tema, una possibile rotta ma non l’unica rotta, né necessariamente la rotta migliore.
Su questo tema (mi ripeto) ruoterà il seguito del mio romanzo. Avremo occasione, spero, di riparlarne.
Michele
@Michele
temo di non essermi espresso chiaramente. Mi trovi d'accordo con quanto scrivi in "Il lettore si accosta al tema attraverso gli occhi del personaggio che io ho scelto e, con lui (ma non necessariamente come lui) si confronta con i personaggi in cui s’imbatte e con le loro idee.". La difficoltà, in questo caso, sta nel riuscire a dare ai vari personaggi modi di agire/pensare differenti, offrire una realtà poliedrica e in grado di evidenziare una tematica con prospettive diverse. Come si diceva, è un'operazione che mette in gioco forze legate al ruolo uomo-autore, e non sempre l'uomo porge la mano all'autore. Qui sta la capacità di scollamento tra ciò che si vuole trasmettere e ciò che si è. Ovviamente è solo la mia opinione da lettore, non sono un autore e non conosco tutte le difficoltà che si possono incontrare nella realizzazione di un'opera, ma non per questo prendo alla leggera l'impegno in ciò che egli deve affrontare.
La narrazione in prima persona ha sempre un forte fascino su di me, anche se non fatico ad immaginare che per un autore possa risultare limitante. Ma se nonostante tale limite, riesce a veicolare il suo messaggio attraverso il confronto con gli attori secondari, allora riesce a fare una cosa notevole. Di contro, se in una narrazione con più punti di vista, l'autore tende a caratterizzarli in modo univoco, allora il messaggio trasmesso è limitato al solo punto di vista dell'autore.
Uhm, scusatemi se risulto poco chiaro, mi accorgo che forse sono concetti strettamente legati alla soggettività.
Alex.
Alex, sei stato chiarissimo e hai espresso in maniera esauriente quello che anch'io volevo evidenziare col mio post precedente.
Michele
Molto interessante. Capisco il tuo punto di vista su molti aspetti, soprattutto perché li condivido.
È interessante soprattutto la domanda sul rapporto tra arte e mestiere, la tecnica e la creatività. Penso si debba collegare anche al "target" dei lettori. Se si ha di avere qualcosa di importante da comunciare, credo lo si debba fare a tutti i costi, anche catturando i lettori dando per un momento ciò che vogliono.
Ma tutto ciò richiede un lungo discorso. :)
"Di solito il vero problema è l'ipercriticità, quell'attitudine a sgretolare pian piano la propria autostima, giorno dopo giorno."
Esattamente uno dei miei più grandi drammi.
Complimenti per l'intervista, non è da tutti dire qualcosa che fa riflettere. E molte cose mi hanno fatto pensare.
Luca, immagino la cosa dipenda dal fatto che sono risposte che vengono da lontano, su argomenti ponderati e vivisezionati dal sottoscritto nel corso degli anni. Faccio molta attenzione al processo creativo della scrittura, perché lo amo e tento di capirlo e migliorarlo sempre più, non dando nulla per scontato.
E' un processo talmente complesso e impegnativo, che è necessario farsi un'autoanalisi per capirlo a fondo, per capire cosa della vita influenza cosa di noi, quali sono le nostre reazioni, il perché facciamo ciò che facciamo, perché scriviamo di certe tematiche, perché scriviamo in un certo modo, cosa ci piace, cosa non ci piace... sono tutte domande soltanto apparentemente banali. Dietro c'è la persona scrittore, complessa, sfaccettata. E chiunque scriva sa quanto difficile sia.
Insomma, semplicemente, credo d'averti fatto riflettere (cosa che mi piace molto, lo confesso) perché il primo a riflettere sono stato io. Non sono nato imparato, né tanto meno saggio. Se conosco un po' meglio i meccanismi della scrittura è perché la pratico e mi interrogo su di essa da vent'anni, quasi ogni singolo giorno della mia vita.
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