3 aprile 2008

Il fantasy italiano è nato morto, molti credono.

Non sono tra questi ferventi credenti.

Oggi Fantasy Magazine pubblica le nuove uscite comunicate dalle case editrici italiane che si occupano (anche) di fantasy. I primi due titoli sono di Asengard e Armenia ed entrambi hanno suscitato il mio interesse.
Il romanzo di Mariangela Cerrino non pare particolarmente originale leggendo la quarta di copertina, anzi! Tuttavia l'autrice è una donna colta - oltreché estremamente garbata e gentile - ed è una garanzia per quanto concerne la qualità della prosa. La Signora Cerrino è indubitabilmente brava: sento di poter mettere la mano sul fuoco prima di leggere una sola riga del suo romanzo. Ciò che m'incuriosisce di questa sua nuova opera, dunque, è che va in una direzione molto classica, cosa che lei - a mia memoria - non ha mai sperimentato.
Il romanzo di Solomon Troy Cassini (un nome d'arte, direi - forse mi sbaglio, ma non credo, data anche la natura della casa editrice), invece, mi pare piuttosto originale sulla carta. L'ambientazione lo è al di là di ogni dubbio: il mondo reale a noi vicino (Austria - molto vicino a dove vivo, Trieste) infarcito di elementi fantasy (passaggio verso altri mondi). In questo caso si dovrà verificare la qualità del testo, poiché l'autore non lo conosco, né ho mai letto nulla di suo. Ma, anche in questo caso, sommando gli elementi a disposizione, la quarta di copertina ha suscitato il mio interesse.

Vogliamo aggiungere a questo il recente passato?
Abbiamo un Riccardo Coltri, che scrive attingendo a piene mani alla mitologia italica. Abbiamo un Luca Tarenzi, che scrive narrativa fantastica molto vicina a Gaiman. Abbiamo Michele Giannone, che affronta con successo ambientazioni di difficile resa come un matriarcato. Abbiamo Fabiana Redivo che ha scritto in tempi record una saga di sei romanzi che attinge alla cultura classica che le è propria e che strizza l'occhio a David Eddings. Infine, abbiamo un Andrea D'Angelo che scrive romanzi d'ambientazione puramente fantasy che però guardano esplicitamente al mondo reale. E tutti, includendomi, capaci di una buona prosa.
Grande varietà di temi e di approcci.
Infatti abbiamo - ma non li ho letti e quindi non posso giudicare -, autori nuovi e prolifici, come quelli pubblicati da Asengard, da Fabbri, da Fanucci. Li cito a memoria: Uberto Ceretoli, Ester Manzini, Marco Davide, Antonia Romagnoli, Laura Iuorio. Per i più giovani abbiamo Licia Troisi, Francesco Falconi, Fabio Cicolani, Silvana De Mari.

Insomma, a me sembra che pensare puro sfruttamento commerciale di pessima qualità questo fiorire d'autori sia pessimismo (e fastidio) allo stato puro. Siamo proprio sicuri che da tutto questo, se ancora non c'è la qualità sperata e agognata, non ne verrà? Davvero non vedere che questo ribollire, questo crescente entusiasmo degli autori stessi, che infine hanno possibilità concrete di esprimersi pubblicamente e, quindi, di crescere professionalmente... insomma, non vedere che tutto questo è soltanto l'inizio di qualcosa a me sembra non soltanto miope, ma ottusamente cocciuto.

Da quando sono stato edito, fin dalla mia prima, controversa (e unica) apparizione all'Italcon, ho sempre sostenuto che buoni autori esistono: basta cercarli seriamente e dare loro fiducia. Mi è sempre stato risposto che è come cercare un ago in un pagliaio, anche dal mio stesso editore. Non ero d'accordo e non lo sono tuttora. Come non sono d'accordo col disfattismo che ha regnato fino a un po' di tempo fa.
Un nuovo regno si sta affacciando ed è fatto da persone che cominciano a guardare con interesse al fantasy italiano, anche dopo averlo provato. Che siano tutti dei decerebrati incapaci di giudicare quanto leggono?
Personalmente guardo in avanti, sempre. Chi vuole guardare al passato, piangendo sul latte versato, faccia pure: è suo inalienabile diritto farlo, ma mi dispiace per lui.

Sto dicendo che si devono leggere autori italiani? Assolutamente no! Non si legge ciò che non si vuole leggere. La scelta dei libri e degli autori è una delle poche cose che questa società ci lascia ancora la libertà di fare (anche se, in un certo senso, alcuni davvero bravi sono quasi introvabili ed è poco democratico - e molto prono a una logica capitalistica, che ha vantaggi E svantaggi).
Tutti liberi, insomma. Ma che il Regno dei Disfattisti sappia che la Lega dei Volenterosi sta avanzando, forse con un esercito ancora debole, ma avanza e conquista territorio.

Il bambino sembrava morto, poi ha cominciato a piangere.
E' vivo. Lo dico da tempo: è vivo e cresce sano!

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19 Commenti:

Anonymous by Ax ha detto...

Da semplice lettore o frequentatore di forum di questo ultimo anno, posso confermarti che anche io ho avuto la netta impressione che l'armata italiana si stia dando da fare per emergere con sempre più forze dalla sua parte.
Ammetto che questa cosa mi inorgoglisce, soprattutto se penso che molti autori hanno così la possibilità di emergere e far sentire la propria voce. Poi, come giustamente dici, vuoi che non ci sia qualcosa di interessante nel mucchio?
La Lega dei Volenterosi ha il sacrosanto diritto di conquistarsi terreno, autori e lettori: questi ultimi, forse, con lo sforzo maggiore di abbattere il pregiudizio.

Alex.

3 aprile 2008 13.46  
Blogger LucaCP ha detto...

Innanzitutto bentornato Andrea ^_^. Sono totalmente d'accordo con quello che hai detto. In questi ultimi tempi ho letto molti scrittori fantasy italiani e di quasi tutti ho maturato un'ottima opinione. Senza contare che di anno in anno ogni scrittore matura moltissimo, quindi - come hai ben detto - basta cullarsi nella falsa convinzione che il fantasy italiano sia morto o peggio, inesistente.

3 aprile 2008 19.43  
Anonymous Anonimo ha detto...

Di disfattisti, si sa, è pieno il mondo; l'importante è non prenderli mai troppo sul serio!

Jo

4 aprile 2008 9.48  
Anonymous Anonimo ha detto...

Qualche giorno fa, su Anobii, in un thread in cui si parlava di autori italiani ho postato un intervento in cui dicevo fondamentalmente le stesse cose di Andrea.
A fronte di chi sottolinea aprioristicamente la superiorità del fantasy anglosassone su quello nostrano, tendo sempre a evidenziare due punti.
In primo luogo, la maggiore “anzianità” del primo rispetto al secondo. L’implicazione (non scontata ma comunque da rilevare) è che le nostre opere soffrono spesso di “peccati di gioventù”.
Luca, nel suo post, rileva assai giustamente come un autore matura tantissimo di opera in opera. Soprattutto, aggiungo io, se gli viene data l’opportunità di confrontarsi con editor che l’aiutano a migliorarsi e (in una certa misura), dopo la pubblicazione, anche con i pareri dei lettori (su questo punto io e Andrea abbiamo opinioni leggermente divergenti, ma discuterne in questa sede ci porterebbe OT).
Da qui l’importanza di un fenomeno sulla cui importanza io concordo assolutamente con Negrore: l’opportunità offerta agli esordienti dagli editori.
Andrea, nella sua riflessione, ha citato molti dei (tanti) nomi di autori fantasy italiani esordienti che si sono affacciati negli ultimi tre anni (indicativamente) in libreria. Accantonando l’ipotesi (tutta da dimostrare, per altro) di tanti editori, moltissimi dei quali seri, che (ci) hanno offerto un’opportunità soltanto per cavalcare la moda, io ritengo piuttosto che, per parafrasare una frase di Andrea che mi è rimasta impressa, la breccia aperta anni fa da Fabiana Redivo sia diventato un portone e che l’attenzione offerta(ci) dal mondo editoriale sia il riconoscimento al lavoro di tanti scrittori che provano a dare la loro personale interpretazione di questo genere.
Poi, va da sé, non tutti i romanzi risulteranno parimenti originali o stilisticamente validi (sarebbe assurdo pensare il contrario). Come accade ovunque (anche nell’ambito della tanto decantata tout court narrativa fantasy angloamericana), ce ne saranno di validi e di meno.
E tuttavia, e veniamo al secondo punto, questo proliferare di opere fantasy di autori italiani non può che fare bene alla creazione di un movimento. Occorre una base vasta ed eterogenea per temi e stili, su cui lo scrittore italiano di fantasy possa appoggiarsi affinché egli possa migliorare, grazie alla quale possa riuscire ad emergere e, perché no?, che gli consenta di rischiare, distaccandosi da quanto già visto/detto/scritto (e in questo senso amplio il discorso anche agli editori: se tale base esiste già – come pian piano sta avvenendo – questi saranno, a mio avviso, meglio orientati verso opere innovative che magari, senza prima altre meno originali che sondassero il terreno, non avrebbero tenuto in considerazione).
La conseguenza di questo processo (che poi è anche una mia speranza come lettore, ancor prima che come scrittore)? La nascita di un substrato, di un humus su cui potranno germogliare da qui a qualche anno diverse buone opere, una sorta di zoccolo duro di romanzi e autori, e da cui possa poi venire fuori (nel lungo periodo) qualche capolavoro.
Il bambino è appena nato e vagisce. La speranza è che crescendo diventi un uomo degno di essere ricordato.

Michele Giannone

4 aprile 2008 11.08  
Blogger Parao ha detto...

Jo hai assolutamente ragione. E' bene non dare troppo credito ai disfattisti. Ma a me preme mostrare il buono che c'è sottolineando i dati certi a coloro i quali non si sono ancora fatti un'opinione in merito - nel caso in cui passino di qua.

E' ingiusto che autori di buon livello siano penalizzati perché i disfattisti non perdono occasione per dire che la fantasy italiana è uno schifo.
Approfitto del mio piccolo spazio ogni volta che ne ho voglia (ormai evitando di farlo in luoghi pubblici, perché ogni volta si scatena un putiferio e io di negatività non ne voglio più a gratis), cioè ogni volta che trovo uno spunto che mi suggerisce di parlarne.

Poi, come ho sempre detto, ognuno dritto per la sua strada, perché farsi fermare dai disfattisti è un dono che è troppa grazia fare.

A mio avviso, Michele, c'è già qualcosa che meriti attenzione. Se soltanto avessimo tutti la forza della Mondadori alle spalle per farci esportare! Sono certo che all'estero alcuni di noi sarebbero molto più apprezzati che inm quest'Italia di Croce (come Bruno faceva notare con parole efficai nel suo blog).

4 aprile 2008 12.44  
Blogger Bruno ha detto...

Ringrazio per la citazione anche se ammetto di essermi aiutato con le veementi parole di un bravo esordiente americano. Che il fantasy sia amato o no sulle nostre sponde, ormai il ghiaccio è rotto. Come dice Giannone, il bambino è nato e deve diventare adulto.
Sono pienamente d'accordo. Se poi trovassi un editore sarei anche contento :)

4 aprile 2008 20.22  
Anonymous Anonimo ha detto...

Ma sai che involontariamente mi sono ritrovata a pensare e dialogare su questo argomento con il mio fidanzato?
Riflettevo che comunque, il fantasy, parlo per me, non è solo fatto di Licia, le cui storie leggo molto voracemente, ma anche di tutti i stimatissimi nomi che giustamente hai scritto.
Attualmente tra i miei autori italiani preferiti ci siete proprio tu e Licia e mi domandavo: ma perchè anche tu non sforni un po' più spesso?

Comunque gli ultimi acquisti fatti vedono autori italiani e per quanto riguarda me ho deciso che mi butto col mio romanzo, anche se non è interamente finito.
Ho deciso di arrivare fino ad un punto, che ben si adatta a finale, e se poi funziona mi spaccherò in quattro per finirlo...
Ho bisogno di stimoli, che certo non troverò continuando a dire 'prima o poi lo finirò', giusto?

Abbracci, Sonia/Aylys.

4 aprile 2008 21.02  
Anonymous Anonimo ha detto...

Quindi, Andrea, tu pensi sia solo (o fondamentalmente) un problema di visibilità?
E se io, per gusto di discussione, ti rovesciassi l'assioma?
Licia, che è l'autrice italiana di riferimento in termini numerici, si rivolge fondamentalmente (e sottolineo l’avverbio onde evitare fraintendimenti) a un pubblico adolescenziale. Gli strepitosi risultati da lei conseguiti (e qua animo la discussione) non potrebbero essere legati al fatto che in Italia attualmente è quello il target di riferimento del genere fantasy, piuttosto che a quello di avere dietro di sé un colosso come Mondadori?
In altre parole, come potremmo avere la certezza che il mio o il tuo romanzo (che rientrano in una tipologia di fantasy diverso; diverso, si badi bene, non migliore o peggiore), anche se supportati dalla Mondadori, diverrebbero libri da centinaia di migliaia di copie? Probabilmente venderemmo (avremmo venduto) di più, ma davvero così tanto di più?
In fin dei conti, anche Martin e Brooks (i nomi stranieri di punta in termini di “fantasy adulta” della Mondadori) non mi risulta che in Italia siano mai arrivati alle cifre di Licia. Cosa invece accaduta a Harry Potter che di certo è un fenomeno che va oltre la carta d’identità, ma che – come tipologia di fantasy – è fondamentalmente rivolto più a un pubblico giovane che non a uno adulto.
In tal senso, forse, parafrasando il titolo di un tuo vecchio post, le “1.054” copie de “La Rocca dei Silenzi”, sono da considerare un ottimo risultato, lo specchio di quello che è in Italia allo stato attuale il pubblico che ama, tendenzialmente la fantasy adulta (in tal senso sarebbe illuminante conoscere i dati di vendita delle edizioni italiane di un Erikson o di un Lynch).
Altro discorso se parliamo di mercato estero ma qui mi fermo. Ce ne sarà occasione di discutere.

@ Sonia.
Dacci dentro. Scrivi perché ami la storia che stai raccontando, perché è doveroso nei riguardi dei personaggi che hai creato condurli sino alla fine del loro cammino, perché quando ti alzi (come il sottoscritto) alle 5,30 ogni mattina per metterti davanti al PC non pensi mai che è tempo buttato o sottratto al sonno ma emozioni che regali a te stessa e che valgono la pena di essere provate.
Il resto, eventuale pubblicazione compresa, verrà da sé.


Michele Giannone

5 aprile 2008 9.31  
Blogger Parao ha detto...

Michele, no. Sì, penso che la visibilità "uguale per tutti" sarebbe certamente la soluzione ideale per vedere chi ha qualità e per far sì che la mediocrità venga scartata dal mercato. Così come stanno le cose, io stesso ho difficoltà a scegliere (e trovare) soltanto gli autori che meritano attenzione tra gli italiani, nonostante sia molto attento e curioso rispetto al fantasy italiano. Sono certo che libri pubblicati con editori minori siano degni d'attenzione, ma se non riesco nemmeno a ordinarli on-line? L'unica strada è puntare direttamente all'editore, ma davvero è una soluzione impraticabile per tutti: dovrei passare le mie giornate a tentare di rintracciare tutti i libri che sarebbe il caso di leggere? A volte manca il tempo - perlomeno, a me manca.
E' uno sforzo che si fa volentieri, ma non sempre.

Detto questo, no, non ho mai pensato che se tutti avessimo la stessa visibilità di Licia (Mondadori), venderemmo quanto lei. Per quanto mi riguarda, sono certo che continuerei a vendere molto meno. E, in ogni caso, io ho avuto una buona visibilità, quindi ho già fallito prima di cominciare il discorso. In tutta sincerità le mie mille e rotte copie sono la diretta conseguenza del mio scritto: non è facile apprezzarlo e questo, se da un certo punto di vista io lo comprendo e giudico la cosa "buona", dall'altro ho già ammesso che in tutta evidenza i miei romanzi sono "per pochi" anche per motivi negativi. Ma la mia strada è la mia strada e sta a me accettarne le conseguenze, quali che siano, se non voglio cambiarla.
Certo è che il tarlo della traduzione in paesi che rispettano e affrontano i generi come fantasy e fantascienza mi rode dentro da sempre e continua a rodermi un po'. Non tanto per invidia - perché quando leggo di autori tradotti in me nasce la speranza, non l'invidia (liberi di non crederci, ma questa è la mia reazione!) - quanto perché agogno a un pubblico che mi giudichi come "straniero" e non come "compatriota" (la qual cosa, come abbiamo visto spesso, è tutt'altro che ininfluente...).

Licia vende perché il pubblico in Italia è quello. Quello, cioè, dei giovani e giovanissimi. Tutti gli altri attendono, a ragione, maggiore qualità. Quando la qualità irromperà sugli scaffali con un nome italiano, una qualità oggettiva, sono certo che avrà ben più successo dei nostri testi.
Almeno, questo è ciò che io credo, senza eccessi di autocritica e senza eccessi di buonismo. La realtà va letta per ciò che è e, in tutta sincerità, nonostante io sia convinto della qualità del mio ultimo romanzo, non sono certo in grado di giudicarla in senso oggettivo e obiettivo. E questo è il motivo per cui scarto certi commenti entusiastici non ragionati e certi altri che ritengo la mia opera spazzatura. La qualità c'è, ma se messo sullo stesso piano delle opere prodotte a livello mondiale? No, devo fare ancora di più. Soltanto così avrò una possibiltà (e, una volta di più, rimando alla mia ultima considerazione nel Diario: la qualità non si raggiunge giocando, ma lavorando sodo - cosa che ho sempre fatto, ma a stadi di maturazione diversi. Stiamo a vedere il prossimo? ;) ).

6 aprile 2008 13.39  
Anonymous Anonimo ha detto...

Vedo che sostanzialmente concordiamo, Andrea, quantomeno sul punto riguardante il target italiano di riferimento del romanzo fantasy e sul fatto che né io né te, per coerenza e onestà, modificheremmo il tipo di storie che scriviamo soltanto per cavalcare la moda. Per sperimentare magari ma qua il discorso ci porterebbe altrove (l'opera a cui sto lavorando adesso, ad esempio, è – per usare un termine a te caro – “revisionista”).

E questo presupposto giustifica o potrebbe giustificare (se non del tutto, almeno in parte) i dati di vendita. D’altra parte, neanch’io posso lamentarmi della distribuzione e più in generale della visibilità che mi ha garantito la mia casa editrice (circa le vendite, aspetto ancora i dati ufficiali ma ad occhio, direi che dovrei muovermi sul tuo solco).

Per venire infine al discorso traduzione all’estero, sì, Andrea, sarebbe decisamente interessante potersi confrontare con un mercato fantasy “altro” rispetto al nostro, anche se nel mio caso invertirei i presupposti da te individuati: per me sarebbe interessante farlo soprattutto per il discorso di una sensibilità diversa rispetto al genere piuttosto che per i preconcetti verso gli autori italiani.
Perché disperare di riuscirci un giorno?D’altra parte, io sono ottimista per natura. Mi ritengo appena all’inizio di un viaggio; perché non guardare, in prospettiva, anche a una destinazione lontana? Non con quest’opera magari, ma con la prossima o con qualcun’altra ancora.
Non ho fretta. Scrivere mi diverte e rende più belle le mie giornate. Tutto quello che segue alla scrittura ai miei occhi è tutto di guadagnato.

Michele

7 aprile 2008 10.18  
Blogger Parao ha detto...

Ma, guarda, se George Martin in Italia non venderà mai come Licia Troisi, comunque vende molto più di me.
Quindi, in tutta sincerità, Michele, le mie mille non sono giustificate dal testo "per adulti", quando la fantasy per adulti di Martin vende 5mila (cinque volte tanto... e forse di più, magari 10mila). C'è qualcosa che non va nel mio testo (pur se in Martin riscontro difetti che considero d'aver già evitato nei miei romanzi - e, ovvio, capacità che invece non ho - ancora? O per sempre?). Ma, ripeto, per capire esattamente quanto meno vengo apprezzato, dovrei avere alle spalle lo stesso trattamento riservato a Martin. E, nonostante sia onorato e fortunato di potermi dire "autore della Nord", la Nord non è la Mondadori.

Circa la traduzione, temo di essermi spiegato male. Parlando di "preconcetto nei confronti degli italiani" parlo anch'io di una sensibilità diversa nei confronti del genere, cioè di una maggiore maturità.
In Italia non c'è la stessa maturità dei lettori inglesi, che hanno una storia ben più ricca alle spalle rispetto a noi (riguardo al fantasy). La nostra maturità è inferiore come lettori e, ovviamente, anche come scrittori (e non ultimi come editori). Le due cose, anziché annullarsi, si scontrano e peggiorano la situazione, rendono più difficile e laborioso arrivare a qualche risultato effettivo.
Ma perseverare, oltreché diabolico, dovrebbe portare a qualche risultato buono (se si crede nel diabolico peccato di ritenerlo alla propria portata!).

7 aprile 2008 13.49  
Anonymous Stefano Romagna ha detto...

Ciao. Sono fondamentalmente d'accordo con il tuo discorso, e, forse a causa dei miei 22 anni, mi ritengo fiducioso. C'è il tempo per migliorare, maturare e convincere anche chi, per principio o stupido snobbismo, evita di accostarsi alla fantasy italiana. E spero un giorno di potermi ritagliare un cantuccio in questo genere che reputo meraviglioso.
Il bambino è nato, adesso che lo si lasci crescere con i giusti strumenti!

Un abbraccio, Andrea.

11 aprile 2008 11.53  
Anonymous Anonimo ha detto...

Andrea, tu preventivi che quando - finalmente? - un autore italiano presenterà al pubblico un fantasy che sia dotato di autentiche qualità artistiche, rilevabili oggettivamente, allora, da questo semplice dato, conseguierà necessariamente un incremeneto notevole - forse addirittura eccezionale - delle vendite di quel libro rispetto al panorama ordinario? Io, purtroppo, non lo credo. Ma non per l'idiosincrasia che si crede di andar riscontrando dei lettori italiani nei confornti degli autori italiani - l'osservazione che sto per svolgere potrebbe, quasi, altrettanto riguardare, come protagonisti della circostanza considerata, uno scrittore straniero e la sua opera - bensì, sciaguratamente, per la constatazione effettiva secondo cui, oggi, la qualità non è proporzionata, commisurata, rispecchiata dalle vendite, nè da essa è possibile dedurre, pronosticare, determinare il successo e la circolazione che essa riscuoterà nel pubblico. Proust, per esempio, e altresì pur in un contesto culturale meno deteriorato, meno degenerato, meno depravato rispetto a quello odierno, colui che, artisticamente, io giudico e senza dubbio alcuno continuerò sempre a giudicare il più formidabile romanziere che la storia abbia potuto ammirare, non è certo da esibire come paradigma cui ispirarsi e rifarsi, relativamente alle venture commerciali, che per lui furono per parecchi anni anzi quasi calamitose - e non si consideri il caso di Dante, che è del tutto straordinario e irripetibile: probabilmente l'unico autore nell'intera storia di tutte le civiltà che sia riuscito, riesca e riuscirà, dopo essere stato valutato da tutt'altro che un critico solo come il più meraviglioso scrittore che sia mai stato concepito da grembo umano, a riscuotere nelle masse un successo ancor più eclatante.
Viceversa convengo già di più con l'ipotesi ventilata da Michele, secondo cui le vendite di un romanzo fantasy dipendono fondamentalmente, almeno nelle loro costituzioni generali, dalla fascia di lettori cui il romanzo, anche implicitamente, si rivolge; ma, soprattutto, condivido la clausola che tu, Andrea, hai posto, come corollario se non come obiezione, alla disamina di Michele: clausola per la quale non sarebbe nemmeno tanto, o almeno non esclusivamente o non preminentemente, la fascia di lettori verso cui un romanzo tende a stabilire le vendite di tale romanzo, ma, oltre a questo fattore, una proprietà specifica di ogni romanzo, che è interna al romanzo ma in riferimento all'esteriorità del pubblico: che, a mio avviso, è quella che Moretti - non Nanni, Franco - definisce la "leggibilità immediata" di un'opera, e che è denotata dalla possibilità di intuire a priori, da parte del lettore non addestrato, e quindi del lettore comune, la godibilità dell'opera indipendentemente dal suo contenuto e anche dalla forma con cui il contenuto è veicolato, per la quale intuizione il lettore decide, a posteriori, di leggere l'opera, nella sua piacevolezza istintiva, disimpegnata, ingenua, immolando a questa lettura tutte le altre critiche interpretative, metodologiche, sistematiche, quali, innanzi tutto, quelle contenutistiche e quelle formali, che appunto ne scalfirebbero la godibilità spontanea, annullando così, infine, l'immediateza della leggibilità dell'opera per l'intuizione della quale e solo dalla quale, appunto, l'opera è stata propedeuticamente acquistata. A me sembra un'analisi comparatistica con risvolti sociologici estremamente affascinante, puntuale e verificabile.

Riguardo l'anelito espresso da entrambi, Andrea e Michele, mirante a una condizione uiversale in cui tutti gli autori possano disporre di pari libertà - che sono le libertà a condizione iniziale dell'affermazione di un'opera non già influenzata dalla violenza arbitraria e discrezionale di un mercato iniquo, la cui affermazione perciò conseguirebbe da questa stessa influenza, bensì della sua affermazione in rapporto al suo merito autonomo - esso riverbera sentimentalmente lo stesso auspicio formalizzato dalle più sofisticate teorie politiche dell'utilitarismo eterodosso deontologico di Walzer, Rawls, Habermas. Teorie veramente complesse ma ugualmente promettenti, e tuttavia, finché queste stesse teorie, prima di realizzarsi positivamente, non realizzeranno negativamente il superamento dell'antitesi strutturale fra capitalismo e comunismo epitomandolo nella creazione di una terza via sostanziale, che sia il terreno originale e solido da cui si solleverà il loro sviluppo costruttivo, e che però, infatti, deve ancora essere delineata determinatamente, la situazione attuale, oggi dominata e regolata e scandita dal capitalismo, non potrà in nessun modo e in nessuna misura mutare essenzialmente - almeno questo, Marx può ancora insegnarcelo compiutamente.
Comunque, per parte mia, modestamente, vi dispenso dei miei auguri nella e per la vostra impresa.

Feanor

12 aprile 2008 0.33  
Anonymous Anonimo ha detto...

A corollario di quanto espresso (auspicato) da Feanor in chiusura di post e agganciandomi al discorso della diversa "sensibilità" dei lettori stranieri, butto là un'altra ipotesi.
Cosa accadrebbe se un romanzo fantasy oltremodo maturo stilisticamente e innovativo per contenuti, riuscisse a scavalcare la barriera costituita dal mercato italiano e approdare in altri in cui esso fosse gratificato da riconoscimenti in termine di vendite e critiche?
Pensate che ci sarebbe un successo "di ritorno", determinato dalla curiosità dei nostri lettori (di grosse fasce di lettori, intendo) verso un'opera che potrebbe accampare sulla copertina strilli tipo "il romanzo fantasy italiano di maggior successo all'estero" o similari?
E questo potrebbe portare a un cambiamento dei gusti ("sensibilità") dei nostri lettori)?
A voi la palla.

Michele

12 aprile 2008 8.29  
Anonymous Anonimo ha detto...

A corollario di quanto espresso (auspicato) da Feanor in chiusura di post e agganciandomi al discorso della diversa "sensibilità" dei lettori stranieri, butto là un'altra ipotesi.
Cosa accadrebbe se un romanzo fantasy oltremodo maturo stilisticamente e innovativo per contenuti, riuscisse a scavalcare la barriera costituita dal mercato italiano e approdare in altri in cui esso fosse gratificato da riconoscimenti in termine di vendite e critiche?
Pensate che ci sarebbe un successo "di ritorno", determinato dalla curiosità dei nostri lettori (di grosse fasce di lettori, intendo) verso un'opera che potrebbe accampare sulla copertina strilli tipo "il romanzo fantasy italiano di maggior successo all'estero" o similari?
E questo potrebbe portare a un cambiamento dei gusti ("sensibilità") dei nostri lettori)?
A voi la palla.

Michele

12 aprile 2008 8.29  
Anonymous Anonimo ha detto...

A questa domanda risponderò sicuramente, perché la questione è interessante, o almeno a me personalmente interessa affatto. Però potrò replicare solamente venerdì, o forse anche sabato.
Ma questo messaggio è appositamente la testimonianza, l'assicurazione e la promessa che comunque risponderò.
Quindi, Michele, se vorrai attendermi, attendimi fiducioso.
A presto.

Feanor

13 aprile 2008 19.28  
Blogger Parao ha detto...

Intanto provo a risponderti io, brevemente, Michele.

Personalmente credo che accadrebbe quanto tu ipotizzi: ci sarebbe sicuramente un ritorno d'immagine. Nel contempo, sono altrettanto certo che comunque lo snobismo dei lettori italiani non verrebbe vinto da una fascetta su un libro che recitasse: "Lo scrittore italiano di fantasy che all'estero ha venduto 500mila copie" o qualcosa di simile (perché scrivere "il più venduto all'esterno" non avrebbe senso: possono già farlo adesso con Licia, ad esempio - quindi ipotizzo una scelta commerciale più intelligente da parte degli editori, che non sempre brillano per acume nelle loro trovate pubblicitarie).
Sicuramente l'invidia sarebbe maggiore e l'accanimento dei detrattori più insistente. Tuttavia un autore che ha successo all'estero verrebbe spinto con maggior forza anche in Italia, dal suo editore. Questo, secondo me, sarebbe il vero ritorno. Non di lettori, ma di spinta promozionale (perché se funziona all'estero, perché non potrebbe funzionare qui, magari sdoganandolo dall'etichetta di "genere"?).
Così, risposta veloce su due piedi. Ma ho altro in mente, per oggi... ^_^

In ogni caso, bene è concentrarsi sui propri scritti: il resto è conseguenza. E rimando alla mia prossima considerazione.

14 aprile 2008 10.45  
Anonymous Anonimo ha detto...

Allora, Michele, torno a pronunciarmi. E dico che, alla tua ormai senescente domanda, potrei rispondere anche per vie più densamente mediazionali – magari rifacendomi alla critica operata dall’empirismo logico che rileva la petizione di principio dell’intersoggettivismo risalente ancora al modello elaborato da Schopenhauer: e sulla scorta di questa critica potrei mostrarmi almeno scettico di fronte alla supposizione che una presunta mentalità collettiva archetipica dei lettori italiani possa essere tanto decisiva da incidere profondamente persino sull’intero andamento del mercato di tutto un genere come il fantasy - ma credo di poter replicare alla tua domanda ancor più efficacemente mostrandoti una soluzione evidente: nemmeno nei più consapevoli mercati esteri, oggi, un romanzo fantasy - così come qualunque altro genere, appartenente a qualunque altra categoria di divulgazione scritta - non può imporsi solo per la semplicità della propria qualità artistica - intendendo con semplicità la qualità artistica di tale opera giudicata idealmente, cioè isolandola dalle incrostazioni di ogni altro fattore allotrio che potrebbe intersecarsi con la sola qualità artistica, e che per questo già pregiudicherebbe la purezza della semplicità - quindi prescindendo, ancora, dall'influenza precipua della proprietà di quella "leggibilità immediata" che, almeno a mio vedere, rimane fondamentale per il successo di qualsiasi opera.
Così, se pure un romanzo fantasy italiano dovesse riscuotere un chiaro successo in altri mercati, ci riuscirebbe solo perché non è la sua qualità artistica a stabilire tale successo, o almeno non è solo né soprattutto essa a propiziarlo, bensì la sua "leggibilità immediata" particolarmente spiccata - benché, questo lo concedo, in mercati più avveduti la stessa qualità artistica potrebbe essere compresa, prescritta e commisurata ben più lucidamente. Dunque, presumibilmente, la stessa opera italiana che riscuotesse successo fuori d'Italia - e lo riscuoterebbe negli e per gli stessi modi con cui lì devono riscuotere successo le altre opere che effettivamente riscuotono successo, cioè primariamente secondo i parametri della "leggibilità immediata" - riscuoterebbe analogo successo anche in Italia, proprio grazie alla sua "leggibilità immediata", che è appunto la caratteristica in accordo con la quale in Italia, come in tutti gli altri mercati, il successo è determinato.
E però il successo che otterrebbe in Italia, rispetto a quello che già avesse ottenuto altrove - assumendo che il mercato italiano del fantasy sia veramente ancora precario, acerbo, fragile, accidentato, nebuloso: e a me questo rilievo pare sommariamente corretto - sarebbe inversamente proporzionale al successo ottenuto altrove quando e quanto questo è più deciso dall'importanza ascritta alla qualità letteraria e meno da quella attribuita alla "leggibilità immediata". Più limpidamente - ché mi accorgo di essermi espresso in guisa forse troppo latebrosa - : più il successo ottenuto altrove deriva da una cultura pubblica che decide il successo in rapporto all'aumentare della qualità letteraria - e all'aumentare dell'importanza ascritta a essa - e al ridursi della "leggibilità immediata" - e al ridursi dell'importanza attribuita a essa - minore è il successo della stessa opera in Italia, se è vero, come sembra vero, che l'inesperto mercato italiano, proprio per questa sua inesperienza, sancisce il successo di un'opera in relazione quasi univoca alla "leggibilità immediata". La parabola del successo in Italia e altrove è contraria rispetto al medesimo bilanciamento della qualità letteraria e della "leggibilità immediata".
Perciò, dedurrei che: o un romanzo fantasy scritto da un italiano ottiene successo sul mercato estero grazie soprattutto alla “leggibilità immediata”, ma allora presumibilmente dovrebbe già aver ottenuto un successo almeno simile nel mercato italiano; o un romanzo fantasy scritto da un italiano ottiene successo sul mercato estero grazie soprattutto alla qualità letteraria – ma in questo caso occorrerebbe ammettere che esista attualmente un mercato che scorga, valuti e premi la qualità letteraria più e prima della “leggibilità immediata”: e già cedere all’ipotesi che oggi possa esistere un tale mercato mi sembra significhi riporre una credenza ingenua e ottimistica in una chimerica utopia; ma, se anche un solo mercato che presenti tali caratteristiche effettivamente esiste, benché io non lo conosca né veda storicamente realizzata nessuna delle condizioni generali che sarebbero congrue alla sua costituzione, tantissimi problemi sono da ritenersi risolti – e allora, forse sì, potrebbe pure riscontrare, qualora fosse riproposto in Italia sfruttandone calcolatamente il successo estero, un subitaneo e netto incremento delle vendite – forse anche rispetto a quelle registrate dai più fortunati romanzi italiani del genere – che però sarebbe destinato ad attenuarsi, stemperarsi, diluirsi, sino ad avvizzire, tornando, dopo un fulgore repentino che nella notte divampa annunciando la bruciante seduzione d’una meteora, che s’illuda di brillare sì da apparire quale originale astro, a procombere nel grigio e muto e oblivioso anonimato, quando, dissolti i fumidi sogni nella lucidità della nuova veglia, la scialba aurora dal baleno del mare accimando e nel lucore della forbita volta pigramente stellata sciogliendo il suo liquido tremore, bisbiglia che tutta la ribollente tracotanza della meteora si è consumata nella propria stessa sensualità, divorata dalla refrattaria atmosfera di un orizzonte che ha ardito attraversare come una robusta stella, ma da cui è stata respinta come labile favilla; allora, poiché quel caso sporadico avrebbe fuggevolmente trionfato nel mercato italiano per la curiosità istintivamente ferina destata nei lettori dal successo estero, e non dalla loro adesione personalmente diretta verso l’accoglienza della poetica, del calibro, dell’obiettivo di quel caso sporadico, il successo immediato di quel libro, destinato però presto a dileguare, si scoprirebbe infine anch’esso impotente di fronte alla propria stessa incapacità di rimanere ad attestarsi stabilmente come un esempio cui riferirsi, cui tendere, cui ispirarsi, come un paradigma da emulare, avvicinare, saccheggiare, setacciare, scoprire per attingervi, impotente di fronte alla ventilata possibilità di creare un movimento, un’onda sotterranea, una corrente magmatica, una propulsione segreta che riesca ad alimentarsi da sé e insieme a nutrire costantemente, continuando per inerzia spontanea e automatica a consolidarlo, tutto il sistema del mercato del fantasy con i suoi apparati tecnici, impotente di fronte alla responsabilità di educare, istruire, affinare i gusti dei lettori verso regimi superiori.
Questa, onestamente – e probabilmente non si discosta troppo da quella più tacitiana tracciata da Andrea – è la mia, forse non propriamente ottimistica, prospettiva.

Feanor

18 aprile 2008 23.53  
Blogger Parao ha detto...

Alla fine, sì, la nostra visione delle possibilità pare convergere, Feanor, almeno un po'.
La differenza sta nel fatto che io sono meno pessimista di te e creda, in fondo, che un'opera di valore non godrebbe soltanto di un ritorno fugace d'immagine, ma anche di una nomea che vorrebbe l'autore associato a un certo tipo di qualità letteraria. Tale nomea, se argutamente sfruttata (leggi, se sfruttata secondo le leggi del mercato che premia la "leggibilità immediata"), sarebbe un punto solido su cui fare leva.
Strada impervia, insomma, ma non tanto quanto tu la scorgi - è il mio punto di vista, forse un po' ingenuo.

Di queste cose parlando, chiunque abbia avuto un dialogo con un editor di valore si sarà accorto di quento gli operatori dell'editoria siano consapevoli di ciò che accade, funziona e non funziona; e si sarà reso conto di quanto lo stesso mercato, che tentano di fare, in realtà domini loro stessi.
Ci vuole una notevole forza alle spalle per rischiare a tratti (grande editore) o nessuna forza (piccolo editore) per farne una missione idealistica.
Tutti gli altri sono esclusi a priori, o affondano nel mare di titoli non letti dal "mercato".

21 aprile 2008 13.03  

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