21 settembre 2007

Discontinuità

In questo periodo della mia vita sono costretto a scrivere nei ritagli di tempo. Questo equivarrebbe a un risultato tutt'altro che all'altezza delle mie possibilità (quali che siano), se non fossi paziente.
Scrivere è spesso una questione di pazienza.

Oggi, a distanza di quindici giorni, mi sono ritrovato nel bel mezzo di un ritaglio di tempo. La reazione è stata immediata: «Inizia il tredicesimo capitolo de Il giorno dopo, forza!» Ho aperto il documento che contiene i profili dei personaggi, quello che contiene la scaletta e quello preimpostato con scritto XIII - bello lì, in grassetto.
E mi sono bloccato.

Veniamo ai fatti, sinteticamente.
Il fronte d'azione che devo portare avanti in questo capitolo è stato affrontato l'ultima volta nel Capitolo VIII, cioè l'11 maggio, ben quattro mesi fa (ahimè, che lentezza d'esecuzione...). Pensate che io potessi ricordarmi tutto quanto avevo scritto? Intendo tutto, sfumature umorali, battute dei dialoghi e particolari importanti compresi?
Quando si scrive fantasy (e non solo, asserirei), con la seria intenzione di regalarsi una storia il più possibile coerente internamente, nulla è superfluo. E, soprattutto, non bisogna mai commettere l'errore di scrivere di un personaggio senza avere ben impresso in mente ciò che ha fatto, detto e pensato sino a quel punto della storia.
Risultato? Ho trascorso il mio ritaglio di tempo rileggendo integralmente i capitoli che riguardavano il medesimo fronte d'azione... nella speranza che il ritaglio di tempo successivo fosse vicino nel tempo (lo è, oggi scrivo! :).

La scrittura richiede continuità. La discontinuità è come un tarlo che la erode, mangiandone pezzi e rendendola meno solida. Se davvero s'intende scrivere a un buon livello, tra le cose da includere nell'impegno vi è la quotidianità, lo scrivere con una precisa regolarità, sforzandosi di non allontanarsi dal testo per troppo tempo. Se non si ha questa possibilità - come me in questo periodo della mia vita - allora bisogna rassegnarsi all'idea di procedere a piccoli passi, sedando la foga, per evitare di stendere un testo che fa acqua da tutte le parti.

Non credo d'aver affermato nulla di eccezionale. E' una banalità, ma mi piaceva l'idea di giustificare una delle affermazioni ricorrenti degli scrittori con un esempio diretto, vissuto sulla mia pelle.
Alla prossima!

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20 settembre 2007

Un albero

“Ancient Bristlecone Pine”
Sento di dovere un omaggio a questo guerriero pacifico. Quasi 5000 anni d'età. Una sorta di elfo tolkieniano, insomma, la cui esistenza avrà fine... prima o poi.
Guardandolo, quasi ci si dimentica che è un essere vivente.
Grazie d'esistere, Pino!

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14 settembre 2007

Ennesimo controsenso

Tra i tanti orrori trovati oggi sui quotidiani, il peggiore m'appare questo: “La somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali, è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita.” – Papa Ratzinger

Concordo con Mina Welby: è contro natura.

L'accanimento terapeutico, io vi domando, è lotta per la vita o rifiuto della morte?

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6 settembre 2007

Umiltà

Oggi sono troppo stanco per scrivere, tradurre o anche soltanto leggere. Il poco sonno di questa notte mi costringe ad arrancare nella speranza che l'ora di coricarsi giunga presto e che il riposo sia sereno e rigenerante.

Così, rifletto. Costa meno fatica e mi permette di stare immobile a scrutare la collina deturpata dalle ruspe, che un tempo allietava con il suo verdeggiare le mie pause in ufficio. Non è più un bel panorama. Anche il suo parziale conforto si è infine trasformato in desiderio d'astrazione.
Stamani mi è tornato in mente Tolkien e la sua lotta intellettuale per sconfiggere il cancro dell'industrializzazione selvaggia. E del Maestro m'è tornato alla mente il modo di vivere la scrittura e trasporre la vita in modo guidato.
Di pensiero in pensiero, sono infine arrivato a comprendere che per molti autori il vero salto di qualità avviene quando, in pochi attimi di sublimazione, maturano la consapevolezza che i frutti più dolci dei loro sforzi narrativi non è cosa terrena. Un momento perfetto, perché non è da tutti accettare che le parti migliori delle proprie creazioni letterarie non siano, in realtà, proprie. La farina viene da un altro sacco ed è difficile riconoscerlo e percepirlo in modo chiaro, fin nel midollo. Il vero salto avviene dopo un lungo periodo di sospetto e gestazione, durante il quale lo scrittore pensa e riflette in svariati modi all'ispirazione. E così che s'imbatte, ad esempio, in brani scritti di proprio pugno di cui non ricorda la provenienza e che sente troppo grandi perché gli appartengano davvero, in piena umiltà e affatto sorpreso.
A me è capitato, più di una volta. Ho riletto qualche passaggio e mi sono chiesto se davvero fossi stato io a scrivere quelle parole. Da un po' di tempo a questa parte conosco la risposta.
No.
Esiste un legame invisibile tra scritto, umano e divino. Un legame che per lungo tempo resta impercettibile, che poi diviene percettibile in modo confuso e che, infine, sboccia in una consapevolezza meravigliata. Quando ciò avviene, di solito lo scrittore cambia registro. Le parole sono dosate e la ricerca non è più volta all'effetto, ma all'essenza. Sempre all'essenza, senza posa.
In tutta franchezza, a me sta accadendo esattamente questo, per la prima volta in vita mia.
Per la prima vera volta so che non sono più solo di fronte alla pagina bianca. Mi sento guidato nel mio processo di crescita interiore. E guardo al passato come a una lunga sequela di coincidenze che non erano tali e che ho interpretato male, privo dello strumento ultimo per capire: l'esperienza.

E' vero, non più tardi di un mese fa ho scritto della faticosa solitudine dello scrittore. Mi riconosco in quel sentimento opprimente. Sono umano e fallace. A momenti fragile. A tratti presuntuoso. A volte poco caritatevole perfino con me stesso. Il sentiero si snoda ancora lungo di fronte a me, verso orizzonti che non riesco a sondare. E la sua estensione talvolta mi fa chinare il capo, per stanchezza interiore.
Ma ora so che ciò che voglio vivere e assaporare è il presente. Nel bene e nel male, sapendo che nulla è a caso. Conscio che anche i dolori più acuti infine hanno un senso. Basta volersi bene e darsi il tempo per comprenderli a fondo.
Non c'è condanna peggiore di una mente che rifiuta il cuore e l'anima.
La mia salvezza è nel prossimo, che di giorno in giorno mi mette di fronte ai limiti che minano la mia grandezza di essere umano. La stessa grandezza del prossimo - e che sia più avanti o più indietro di me poco importa, il sentiero che calchiamo è lo stesso.

Guardandomi indietro, quindi, scopro che gli autori che ho amato e amo tuttora sono illuminati dal rapporto che intercorre tra l'umano e il divino. Scritti ricchi di senso, che non hanno paura di guardare alla vita come una via verso la conoscenza, che non temono la derisione del povero di spirito.
E, nella mia ignoranza, meno crassa d'un tempo, li amo per una questione di affinità.

Come scrissi tempo fa, ancora una volta senza rendermi conto appieno di ciò che stavo pensando, “credere fa la differenza”.
Non c'è nulla che possa scalfire la propria umiltà, quando viene dalla consapevolezza di essere tramite.
Siamo esseri carezzati da qualcosa che è più grande di noi, nonostante la nostra essenza sia infinita.

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4 settembre 2007

Il giusto

La vita, si sa, non risparmia sorprese. Di quelle vere, quelle che ti sorprendono. Non quelle promesse, che poi si rivelano sempre deludenti, come quelle dei romanzi o dei film.
In questi giorni mi sto chiedendo se la magia della vita sia la sorpresa, cioè la sua imprevedibilità, o se la magia è scoprire che la vita non ha nulla di sorprendente in sé.
La vita non è sorpresa, è meraviglia.
Qual è la differenza, per me?
Presto detto.

Alcune sere fa, disteso a letto, stavo ascoltando un racconto toccante per la seconda volta. Toccante quanto la prima, tanto che stavo per commuovermi. Poi, d'un tratto, i miei pensieri hanno preso una strana piega, quasi che quel racconto mi portasse a tu per tu con i miei desideri, costruendo un ponte con la parte emozionale di me. Più nitido degli altri, per una ragione inintelleggibile, mi si è presentato il desiderio di ritrovare un brano che avevo composto al pianoforte anni fa. Registrato su una musicassetta (che parola desueta! :), si era perso. Avevo ascoltato tutte le vecchie cassette, tempo fa, una per una... Ma niente.
Ascoltando il racconto, però, spinto dalla grandezza di un cuore puro, sempre emozionante ed emozionato, che comunica entusiasmo e speranza, sempre, un cuore che mi ha conquistato totalmente, be'... ho sentito una spinta irresistibile. Mi sono detto che dovevo tentare ancora. Subito.

Esiste qualcosa di più grande, che ci guida e ci sospinge, che ci sostiene. Qualcosa cui possiamo chiedere, sapendo che ci verrà dato il giusto. Una volta di più, l'ho sentito quella sera, con gran forza.
La prima musicassetta presa in mano, al primo tentativo: il brano!
Non è stata una sorpresa, bensì una meraviglia. Lo sentivo prima di premere play. Avevo desiderato, chiesto di trovarla. Tante volte.
Ho capito che era giusto così, dopo anni di silenzio e di oblio.

Così ho scoperto che le sorprese non esistono, non nel senso più puro del termine. Il caso è frutto della distrazione o delle difficoltà.
Quando credi, senti... sai, nulla è diverso, ma nel contempo lo è tutto.
E la vita acquista un senso, mentre prima non l'aveva.

L'enorme cuore che mi ha conquistato un giorno mi disse: “Perché limitarsi a chiedere all'Universo solo le cose più grandi? Puoi chiedergli tutto quello che vuoi. Poi ti verrà dato il giusto.”
Forse perché era quel cuore a parlarmi, forse perché ero finalmente ricettivo, forse per un motivo che non comprenderò mai - e non importa -, insomma, forse... Semplicemente, meravigliosamente, per un forse, quelle parole mi hanno cambiato la vita.
Credere non è difficile. Difficile, in certi momenti, è ricordarsi che credi. E chiedere aiuto. Sempre.

Chiedete tutto ciò che desiderate. E accettate il giusto che vi verrà dato.

Di cuore, un sorriso.

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