24 aprile 2007

Uno dei grandi misteri

Ieri sera ho riflettuto sull'immaginazione, per l'ennesima volta.

Tra la fine del 2000 e l'inizio del 2001, scrissi due testi. Sette anni dopo, sono diventati parte de Il giorno dopo. Il primo era una sorta di prologo e tale è rimasto. Il secondo conteneva scene disparate, che sono finite negli attuali capitoli quinto, sesto, decimo e diciottesimo. Ciò che era un'idea acerba, è divenuta un romanzo corposo, contestualizzato nei Silenzi. Dei due testi ho colto la sola essenza, perché sono stati riscritti di sana pianta - a parte un breve dialogo, ripreso, anche se rivisto in modo pesante.

Ieri, reinventando l'ambiente di una di queste scene, ho descritto un luogo nuovo, cui non avevo mai pensato, se non genericamente. Il mio pensiero è stato "la scena si svolgerà all'aperto, in una radura". Punto e basta. Nessun dettaglio ulteriore. Ciò che mi si è presentato agli occhi della mente, mentre scrivevo, mi ha meravigliato.

Leggete questo breve estratto della prima stesura.
«Di giorno, invece, l’ampia radura che si allargava sul lato ovest era sede del Consiglio. Accessibile a chiunque volesse presenziare, da essa si poteva ammirare tutta Irydion, che un tempo si estendeva a perdita d’occhio, in un gioco d’alternanza tra alberi secolari e bianchi edifici. Ora, la capitale dell’Anapùrii Settentrionale appariva come il ricordo ingiallito della fiabesca città che era stata e le sue molte torri a pianta circolare s’innalzavano macchiate. Colate di nera sporcizia si allungavano dalle sommità appuntite, protendendosi verso il suolo. Crepe intaccavano la solidità di molte costruzioni, visibili a occhio nudo da grande distanza. Le lontane periferie erano state abbandonate ed erano state inghiottite dalla vegetazione.»

Per l'ennesima volta, il mistero dell'immaginazione mi ha conquistato.
Ero lì, in silenzio, chino sulla pagina bianca digitale. Quando sono giunto alla radura, mi sono girato e ho guardato a valle. La città si è presentata ai miei occhi vivida, una visione improvvisa, commovente nella sua bellezza decadente. E tale la ricorderò per il resto dei miei giorni, quasi fosse un luogo reale che ho rimirato dalla cima di un colle, in qualche terra straniera.

Da dove vengono questi luoghi?
Da quando ho iniziato a scrivere, oltre vent'anni or sono, ho visitato molti mondi. E tutti gli ambienti e i paesaggi immaginati si sono conquistati all'istante uno spazio nel mio cuore, imprimendosi in modo indelebile. Quando rileggo alcune vecchie scene della mia trilogia, ad esempio, affrontando una descrizione rivedo subito la medesima cosa che vidi la prima volta, nell'atto stesso del descriverla.
È un mistero, probabilmente il più affascinante, assieme alla vitalità dei personaggi, che diventano tuoi amici fedeli, legati a te per sempre come i luoghi dell'immaginazione.
Da dove vengono questi luoghi, dunque?
Un tempo rifiutavo l'idea, quando mia madre me la proponeva. Oggi, invece, sono incline a credere che l'unica risposta possibile sia fissare l'infinito e ringraziare.

Dimenticavo di dirvi della seconda risposta che mi sono dato, che è comunque conseguente e subordinata alla prima: Irydion, la città che ho visitato ieri, per la prima volta in vita mia, esiste.

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18 aprile 2007

Il giorno dopo - Capitolo V bis

Ho ultimato la prima stesura del Capitolo V.

Come sempre, vi rimando al relativo diario.
http://www.negrore.com/tomi/tomo_3/index.htm

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14 aprile 2007

Senz'offesa

Dedicato, senza intento d'offesa, a chi crede che la Politica sia qualcosa di troppo basso per un artista.
Rinunciando alle mie velleità artistiche, infine smascherato per l'ignavo che sono, tento di occuparmi delle cose più importanti.

Omosessualità.
A me gli omosessuali stanno simpatici.
Ne conosco alcuni che valgono tre volte l'eterosessuale medio.
Cioè tre volte più di me.

Il disprezzo per la Chiesa.
Amo le persone credenti in Dio, mi donano speranza.
Non amo le persone che confondo Dio con la Chiesa: davvero vogliono farmi credere che Dio parlerebbe così?

Permettetemi un suggerimento letterario, va'. Poi chiudo con l'arte!
È morto Kurt Vonnegut, pochi giorni fa. Chi crede che l'artista e la politica non c'entrino, si legga la sua biografia. Poi si legga "Mattatoio N°5".

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Io no, grazie.

Nel sito http://www.ilduce.net, alla voce "Frasi e motti", si trovano un sacco di fesserie.

Credo che sia sterile cercare lati positivi in un sistema rigido quanto il fascismo.
Non c'è alcun lato positivo.

Le loro frasi, le mie risposte.

1.
Meglio vivere un giorno da leone, che cento anni da pecora.
Meglio vivere da uomo. Se ti credi un leone, va' dallo psichiatra.

2.
Chi si ferma è perduto.
Se non ti fermi, vai a sbattere.

3.
Meglio morire in piedi, che vivere una vita in ginocchio.
Meglio morire distesi, che la vita è faticosa.

4.
Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se mi uccidono vendicatemi.
Se avanzo, scartatemi. Se indietreggio, non statemi alle spalle. Se mi uccidono, perseguiteli.

5.
Nessun fenomeno al mondo può impedire al sole di risorgere.
Nessun fenomeno al mondo può impedire al sole di tramontare.

6.
Fedeltà è più forte del fuoco.
I cani sono il miglior amico dell'uomo.

7.
Pronti, ieri, oggi, domani al combattimento per l'onore d'Italia.
Pronti, ieri, oggi, domani al combattimento per l'amor proprio.

8.
Libro e moschetto Fascista perfetto.
Romanzo e fazzoletto, ho il raffreddore e me ne sto a letto.

9.
Me ne frego.
Me ne frego (dei fascisti).

10.
Boia chi molla.
Attento che scotta...

11.
Fino alla vittoria.
A volte pareggiare è una fortuna.

12.
Molti nemici, molto onore.
Molti amici, molto amore.

13.
Le radici profonde non gelano mai.
E sono difficili da cucinare.

14.
O con noi o contro di noi.
Io con me, voi con voi.

15.
Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare.
Quando il gioco si fa duro, di solito qualcuno viene espulso.

16.
Siam fatti così!
E purtroppo non cambiate.

17.
L'Ardito della "M U T I" serve, combatte e muore per l'Italia, per il Duce, per il Fascismo.
L'ardore per Ornella Muti non muore mai.

18.
Non siamo gli ultimi di ieri ma i primi del domani.
Non ero il primo ieri, non lo sarò nemmeno domani. Pazienza.

19.
Meglio lottare insieme che morire da soli.
Meglio giocare insieme, che annoiarsi da soli.

20.
Non basta essere bravi bisogna essere i migliori.
Non basta essere bravi, bisogna anche avere culo!

21.
Anche se tutti, noi no!
Anche se voi sì, io no, grazie.

22.
Ardisco ad ogni impresa
Sono stanco, lasciatemi leggere in pace.

23.
Beffo la morte e ghigno
Quel ghigno si chiama "rigor mortis".

24.
Bisogna volere. Fortemente volere!
Bisogna amare. Fortemente amare!

25.
Chi osa vince!
Chi osa (virgola) si sposa.

26.
Dio Patria. Ogni altro affetto, ogni altro dovere vien dopo.
Dio e Patria non fanno rima.

27.
Fate le glorie del passato siano superate dalle glorie dell'avvenire.
Tenta di migliorarti e lascia perdere la gloria.

28.
Fermarsi significa retrocedere.
Fermarsi significa riflettere.

29.
La cinematografia è l'arma migliore
La cinematografia è un'arte.

30.
Italia agli italiani
Italia al mondo.


Ah, dimenticavo... non sono comunista.

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11 aprile 2007

Il senso latente

Come ho avuto modo di dire ripetute volte, quando leggo un romanzo, ne ricerco il senso. Questo perché quando scrivo sono tutto teso a dare senso ai miei testi. Per "senso", intendo qualcosa che non viene detto, ma che si dovrebbe evincere, con sfumature soggettive, a lettura terminata.
In parole povere, non sono capace di scrivere per dilettare e basta. Ciò non perché creda che il lettore sia incapace d'accontentarsi del dilettevole, se di qualità, bensì perché io sarei svogliato se privato di una lettura su più livelli dei miei sforzi. Il mio diletto è sfidarmi a riflettere, oltreché a raccontare. E, essendo l'autore, il mio diletto viene prima di quello del lettore.

Così come i libri che scrivo, anche le mie saghe sottendono a qualcosa.
È di pochi giorni fa la mia riflessione sul senso de La Triade (saga di diciassette Libri, ambientata sulla Terra Uhda'etsolaêy) e sul senso de I Silenzi (saga informe, priva di confini precisi, cominciata con La Rocca dei Silenzi).
Sono rispettivamente l'inspirazione e l'espirazione, le due fasi del mio respiro letterario.
Considero entrambi i progetti di importanza vitale per la mia scrittura, dunque. Senza di essi, non scriverò mai null'altro. Il perché è presto detto. La Triade è ciò che avrei sempre voluto leggere e che risponde alle mie domande nel senso più mistico, più impalpabile, parlando dell'umano e del divino (e del loro rapporto). I Silenzi sono le risposte alle domande che non riuscivo a includere ne La Triade, poiché troppo concrete e pressanti, inerenti la realtà. Il perché, quindi, è che il mio impulso è cercare delle risposte, villanamente mistiche e nobilmente reali.
Senza la ricerca, non sono in grado di dilettarmi in nessun altro modo, di scrittura parlando.

Questa vuole essere una riflessione sul perché mi sono allontanato da La Triade, temporaneamente. L'allontanamento è dovuto al fatto che certe domande implicano una ricerca che prosciuga, che porta a risposte dalla lunga metabolizzazione. Non è un caso che io abbia sempre ritenuto il fulcro del Primo Ciclo Minore i dialoghi tra Tarko ed Emjarîah. E più la loro sottile importanza è stata colta da pochi, più molti l'hanno snobbata come "banalità" o come "capitoli noiosi" o, ancora, come "caduta di ritmo e stile"... più mi convinco che il primo cardine della saga sia quel breve soggiorno del Meek nel quel del Villaggio dei Baldar.

Ma è anche una riflessione sul perché ritenga altrettanto degni I Silenzi. Questa seconda saga è la concretizzazione di ciò che ho metabolizzato e metabolizzerò nel tempo, per parlare del presente e non dell'ideale. Sono un idealista, ma la mia razionalità ha sempre premuto per conquistare il suo giusto spazio. La Rocca dei Silenzi è stato il primo schiaffo che mi sono voluto dare, più che un cambio di direzione. E, sottolineo perché sia chiaro, è stato uno schiaffetto. La storia narrata imponeva certi limiti, ponderati e che, infine, ho considerato equi per lo scopo. Il giorno dopo sarà un colpo più forte, già lo sento dalle prime battute; eppure racchiuderà in sé una promessa di gentilezza.
Il primo Silenzio, drammatico, era pervaso da un senso di speranza, ai miei occhi, oltreché di disperazione. Il secondo Silenzio sarà cupo, ma guiderà il lettore verso la luce, divenendo un chiaro incitamento a sperare e sperare ancora. Per quanto la situazione sembri negativa, esiste sempre una via per migliorare lo stato delle cose. Il senso, insomma, è che esiste sempre un senso. Per questo è giusto, oltreché possibile, sperare.

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4 aprile 2007

Il Primo Ciclo Minore

Il Primo Ciclo Minore, chiamato impropriamente La saga delle Sette Gemme dell'Equilibrio, è stato il mio esordio. In molti più sensi di quanto possiate sapere voi, da lettori. Fu la prima storia che ideai. Per la prima volta, in seguito all'ideazione, nello scriverla imparai cosa significa narrare. Firmai il mio primo contratto a livello nazionale. Eccetera, eccetera, eccetera.
Il Primo Ciclo Minore è stato, insomma, il mio battesimo artistico dentro e fuori casa.

La Fortezza, terzo e ultimo volume della trilogia, uscì nel marzo del 2003. A quattro anni di distanza dalla sua pubblicazione, ora guardo alla mia trilogia con occhio critico assoluto.

Come molti di voi sanno, io stesso non ho mai risparmiato grosse critiche all'opera, dal punto di vista tecnico. Le sette gemme, il primo volume, è per molti versi il mio cruccio sommo. Scritto e rivisto più di una decina di volte (se non ricordo male tredici), è stato la mia palestra. Purtroppo, tutto questo esercizio ha soffocato il potenziale della storia e ha indotto molti lettori a criticarmi in modo molto negativo, comprensibilmente. L'arcimago Lork, sebbene lo consideri un po' prolisso, e soprattutto La Fortezza alzavano la qualità, pur non raggiungendo vette stilistiche degne di nota. Contrariamente a Le sette gemme, però, erano un onesto esordio tecnico.
La mia frustrazione d'allora, cui non riuscii a ovviare in alcun modo, dipese dal fatto che pubblicai il Primo Ciclo Minore quando avevo iniziato la prima stesura de La Rocca dei Silenzi, opera di ben altro spessore tecnico. Non fu facile sapere di valere di più, ma dover ingoiare critiche perlopiù giustificate, perché i lettori quei romanzi stringevano in mano, spendendo tempo e denaro.
Un'occasione di pubblicazione simile, insperata, ricca di risvolti su cui non mi dilungo, andava acciuffata al volo. Costasse quel che costasse. Venni penalizzato anche mio malgrado. Ma non fu una scelta a cuor leggero.

La mia consapevolezza tecnica d'allora, però, nulla tolse al rispetto per la grandezza artistica di tutto il resto. Ero convinto del valore della storia, del suo spessore umano, della sua lungimiranza. Oggi, lo sono più di prima. Soprattutto dopo aver letto molti altri libri e avendo trovato così pochi autori fantasy di valore. I romanzi che trasudano verità sono davvero pochi. I miei, sebbene acerbi, la trasudano quanto un diamante grezzo.
Come molti di voi sanno, infatti, ho sempre difeso a spada tratta la storia, l'ambientazione e i personaggi che animano le 1200 pagine di testo, suppergiù.

Ed ecco il perché di questa considerazione: da qui vorrei ripartire.

Il mio progetto, a lunga scadenza e ancora in secondo piano rispetto alla scrittura de Il giorno dopo, è di riscrivere l'intero Primo Ciclo Minore, per renderlo la degna introduzione al Secondo Ciclo Minore; finalmente, anche in senso tecnico e stilistico. E parlo, ovviamente, di riscrittura. Non di revisione.
Non immaginate quanto lavoro sia. Tuttavia, credo profondamente nel progetto e sono convinto che questo sia l'unico modo per far emergere una volta per tutte il valore di ciò che ideai in oltre sette anni e mezzo di sudatissima passione fantasy. Valore che sarebbe un peccato lasciar andare alla deriva. La Triade non si merita l'oblio.

Mi sono messo alla prova, riscrivendo il primo capitolo de Le sette gemme. Il risultato è notevole. E mi dà l'idea della portata della mia opera prima, il cui valore emergerebbe con prepotenza soltanto a Secondo Ciclo Minore ultimato.
Sto parlando di ulteriori sei romanzi da scrivere (tra riscrittura e scrittura, s'intenda). Non è un progetto che io possa permettermi di sottovalutare, né so quando avrò il tempo e la forza di affrontarlo. Ma è, come penso con sempre maggior convinzione, da oltre vent'anni, la sfida della mia vita imperniata sulla scrittura.
Portare a compimento la Triade, sì, è la mia meta ultima.

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3 aprile 2007

Libertà di pensiero?

Questo è in risposta a chi crede che la compassione possa essere criticata.

Che il pensiero ci distingua non significa che ci elevi a migliori. Forse qualcuno potrebbe obiettare che l’uomo domina il pianeta Terra; può fare il bello e il cattivo tempo, come si usa dire, pur nel timore delle catastrofi naturali, che ci spazzano via come granelli di sabbia. D'accordo, il pensiero è potente. Innegabile.

E allora?
Ho sempre ritenuto che il pensiero sia per l'uomo come la velocità per il ghepardo, la statura per la giraffa, la vista per l’aquila... andate avanti voi con l’elenco. Ognuna di queste peculiarità può essere utilizzata bene o male.
C'è il rischio di sopravvalutarla, la propria peculiarità.
Un ghepardo corre velocissimo, ma sfruttare questa sua capacità troppo a lungo significherebbe sfinirsi e soffrire la fame per giorni. Gli occorre uno scatto misurato per avere successo nella caccia. La giraffa arriva molto in alto, ma non dappertutto. Per bere deve chinarsi faticosamente in avanti e in quei momenti è vulnerabile. L’aquila scorge le prede da un'altitudine elevata, ma sa che deve ghermirle prima che raggiungano la tana: averle scorte non significa già stringerle tra gli artigli. Un uomo può pensare in modo costruttivo o distruttivo.

Non siamo superiori.
La nostra peculiarità è più "potente" delle altre. Ciò significa che i risultati ottenuti grazie al pensiero sono di maggior rilievo, sia in positivo che in negativo. Il "maggior rilievo", però, è un'arma a doppiotaglio. Se l’uomo scopre un vaccino contro un virus letale, riesce a salvare anche centinaia di migliaia di vite. Se utilizza l’energia atomica per distruggere, annulla in pochi secondi l’apporto positivo che il suo vaccino ha dato alla sopravvivenza del genere umano.
Ora, il qualcuno potrebbe suggerire che tali risultati, di enorme portata, rendono l’uomo un animale superiore, insomma... migliore. Mi sono intrappolato da solo? Forse.
O forse no.
Anziché elencare le numerose devastazioni dell'uomo, che sarebbe scadere nel demagogico, mi limito a una considerazione. L’uomo non è il primo essere vissuto su questo pianeta, né sarà l’ultimo. Il che si traduce in migliore di tanti, ma non di tutti.
La sopravvivenza in sé nasconde tante di quelle incognite e variabili che, forse, è sciocco credersi migliori dei panda perché prima o poi questi diventeranno un ricordo umano. È soltanto una questione di equilibri e di sfumature. La vita sul pianeta soggiace a equilibri che possono essere alterati. A causa di qualcosa – l'uomo non l'ha ancora stabilito con certezza – i dinosaursi si sono estinti. Eppure dominavano il pianeta Terra. Ebbene, per noi potrebbe essere qualcos’altro, non importa cosa. Ciò che conta è che potrebbe essere. La possibilità stessa ci dice: «Non sopravvalutatevi, siete fatti di carne e ossa, non esiste l’immortalità.»
L'immortalità...

...trascendiamo, dunque.

E l’anima?
L'anima ce la siamo attribuita da soli. E, nel contempo, l'abbiamo negata agli animali (non tutti l'hanno fatto, va detto). Questa negazione è, ai miei occhi, un esempio lampante di come l'uomo sopravvaluti la propria peculiarità, il pensiero.
La teoria sull'anima di molte religioni mi ha sempre ricordato un’altra teoria storica dell’umanità: l’universo geocentrico. «Il sole», si diceva un tempo, «ruota attorno alla terra.» E, così divagando, mi sovvengono altri esempi di sopravvalutazione del pensiero. Non esistono altre forme di vita nell’universo. O, di contro, gli extraterrestri ci spiano.
Per fortuna, il pensiero può essere utilizzato bene, oltreché male. C’è ancora qualcuno che pensa bene e, quindi, dubita. È la terra che gira attorno al sole. Esistono altre forme di vita nell’universo, dobbiamo soltanto scovarle. O forse non le troveremo mai, perché non saremo in grado di farlo. Gli extraterrestri possono essere più arretrati di noi o, magari, se ne sbattono altamente della nostra esistenza, pur essendo capaci di contattarci.
E di questo passo...
L’anima è qualcosa di comune a ogni creatura vivente o non esiste affatto. Il pensiero è la nostra peculiarità, come per il ghepardo lo è la velocità, per la giraffa la statura e per l’aquila la vista.

È ora di finirla con gli estremismi intellettuali.
C'è chi vede il male anche laddove vi è il bene. C'è chi critica la compassione, perché gli sembra mal diretta. È mai mal diretta la compassione? O, forse, non ve n'è abbastanza, tra noi, che ci riteniamo la razza principe e ci arroghiamo diritti che nessuno ci ha mai dato in esclusiva? Chi siamo noi per parlare nel nome di ogni specie vivente del pianeta?
E, soprattutto, chi siamo noi per giudicare le azioni del prossimo, in base alle nostre proprie?

Come dicevo, esiste la compassione. Ed esiste anche il buon senso, che non calpesta la compassione altrui, nel nome di una verità soggettiva. La Terra, il nostro pianeta, abbisogna di molto più che dell'antropocentrismo, di cui fece a meno per quasi tutta la sua storia.
Gli estremismi intellettuali, quelli che portano a puntare il dito, anziché considerare la realtà una variegata verità che non è in mano ad alcuno, devono sopravvivere per amor della stessa variegata verità. Ma li considererò sempre e soltanto parte del contenuto, mai il contenitore.

Fatela finita di calpestare chi vuole fare del bene, anche se quel bene a voi sembra privo d'utilità, modaiolo o che non considera il prossimo più vicino.
Fare del bene non è mai un male.
Ed essere qui a doverlo affermare, comunque conscio della mia pochezza, mi sembra davvero stupido.

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2 aprile 2007

Il giorno dopo - Capitolo V

Nuova derivata, nuovo aggiornamento del diario de Il giorno dopo.
Non sperate troppo...

http://www.negrore.com/tomi/tomo_3/index.htm

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