La mia opinione
Ho letto con molto interesse i punti di vista di tutti, nella precedente discussione.
Tenterò, ora, di chiarire il mio punto di vista. Non è cosa facile, a meno che io non voglia scrivere un testo chilometrico. Ecco, non voglio.
Eventualmente chiarirò alcuni punti mal esposti nei successivi commenti. Scusatemi fin d'ora se qualcosa sarà comprensibile soltanto per il sottoscritto.
Anzitutto sono costretto a una doverosa premessa.
Pare che il mio contrastare le opinioni dei più pignoli mi faccia passare per uno che pensa alla costruzione di un romanzo fantasy in modo sciatto. Sembra, insomma, che io consideri di poco valore il rigore della ricerca antecedente la prima stesura, che dia un valore pressoché nullo alla coerenza interna e che, dulcis in fundo, consideri robaccia le spiegazioni scientifiche (fisiche, ambientali, antropologiche, comportamentali, eccetera).
È buffo constatare che prima venivo considerato troppo “rigido”, mentre ora troppo “sciatto”.
A ogni modo, per chiunque mi pensi così, ho già detto e scritto abbastanza. Non devo dimostrare niente a nessuno (nemmeno a me stesso, in questo caso). Un primo assaggio di quanto io pensi, in concreto, è la mia piccola sequela di consigli, a questo indirizzo: http://www.negrore.com/scrittura/ . Tuttavia ho detto e scritto molto di più, nei vari forum.
Il succo del mio pensiero è molto semplice: ciò che conta è il senso del romanzo, ma non lo si può far emergere senza rigore.
Credo che la via corretta sia quella dell'equilibrio, quella che coniuga rigore e senso. Esatto, coniuga. Cioè non che antepone il rigore al senso.
Non esiste un livello giusto di rigore: dipende dal tipo di romanzo che si vuole scrivere e che fine ha. Un conto è scrivere “hard science-fiction”, un conto “fantasy”. E già qui sento del brusio serpeggiare. No, non ho scritto che ci voglia meno rigore quando si scrive fantasy, ho scritto che i romanzi non sono tutti uguali e che non tutti necessitano della stessa ricetta di scrittura (un po' come le minestre, che certo non sono tutte uguali).
Quanto sto dicendo è che il rigore dev'essere indirizzato, occuparsi degli aspetti peculiari del romanzo (alcuni aspetti sono comuni a tutti i romanzi, lapalissiano, mentre altri no).
Ma, e da questo non si scappa, rigore dev'esserci. Altrimenti - una domanda importante - come si porta il lettore fino all'ultima pagina del proprio romanzo e gli si dona il senso dell'opera (che, non v'è chi non veda, può essere colto soltanto grazie a una lettura completa)? Inoltre, se mi permettete una battuta per sottolineare una cosa che mi sembra nessuno abbia sottolineato, rigore e cuore fanno rima. Cioè? Cioè il rigore non è affatto antitetico al cuore, il rigore è amore per la scrittura e per il buon narrare.
Senza rigore non si arriva al senso, dunque. Questo sembrerebbe presupporre che il rigore sia antecendente al senso, cioè l'esatto contrario di quanto ho affermato più sopra. Sembra, ma non è così: rigore e senso devono procedere di pari passo; vanno quindi coniugati, armonizzati... seguiti con amorevole cura. Rigore e senso devono entrambi arricchire tutte le pagine del romanzo (anche se, per propria natura, lo fanno in modo difforme).
D'altro canto, il senso non è affatto una cosa “ineffabile” (o, meglio, lo è soltanto perché le sensibilità sono diverse. Ma così il discorso si complica, quindi salto a pié pari - concedetemelo). Il senso di un romanzo è la sua anima, senza la quale ci troviamo di fronte a carta straccia, priva di alcun valore. Il senso è qualcosa di profondo, qualcosa che resta dentro a lettura terminata ed è, alla fin fine, ciò che spinge il lettore a riflettere, evitandogli di subire la lettura e nient'altro.
Sento un secondo brusio. Qualcuno potrebbe obiettare che in un'opera d'intrattenimento il senso (un significato profondo, non scritto) non sia così importante. Ebbene, chiunque la pensi così guarda ai romanzi in modo molto diverso dal mio.
In tutta sincerità, dei romanzi privi di senso non so che farmene. Per me sono spazzatura, tempo e denaro gettati al vento (e che non impollinano un bel niente!). Inutili, insomma. Anzi, dannosi, perché tolgono spazio a tutti coloro i quali hanno qualcosa di più profondo da dire... e che magari non riusciranno mai a pubblicare.
L'intrattenimento fine a se stesso non mi ha mai intrattenuto. Mi annoia.
Sono fatto così.
Questo è, se credete, il limite della mia opinione.
Ma di opinione si tratta, per l'appunto.
È fondamentale soltanto quando il romanzo in questione è mio.
Tenterò, ora, di chiarire il mio punto di vista. Non è cosa facile, a meno che io non voglia scrivere un testo chilometrico. Ecco, non voglio.
Eventualmente chiarirò alcuni punti mal esposti nei successivi commenti. Scusatemi fin d'ora se qualcosa sarà comprensibile soltanto per il sottoscritto.
Anzitutto sono costretto a una doverosa premessa.
Pare che il mio contrastare le opinioni dei più pignoli mi faccia passare per uno che pensa alla costruzione di un romanzo fantasy in modo sciatto. Sembra, insomma, che io consideri di poco valore il rigore della ricerca antecedente la prima stesura, che dia un valore pressoché nullo alla coerenza interna e che, dulcis in fundo, consideri robaccia le spiegazioni scientifiche (fisiche, ambientali, antropologiche, comportamentali, eccetera).
È buffo constatare che prima venivo considerato troppo “rigido”, mentre ora troppo “sciatto”.
A ogni modo, per chiunque mi pensi così, ho già detto e scritto abbastanza. Non devo dimostrare niente a nessuno (nemmeno a me stesso, in questo caso). Un primo assaggio di quanto io pensi, in concreto, è la mia piccola sequela di consigli, a questo indirizzo: http://www.negrore.com/scrittura/ . Tuttavia ho detto e scritto molto di più, nei vari forum.
Il succo del mio pensiero è molto semplice: ciò che conta è il senso del romanzo, ma non lo si può far emergere senza rigore.
Credo che la via corretta sia quella dell'equilibrio, quella che coniuga rigore e senso. Esatto, coniuga. Cioè non che antepone il rigore al senso.
Non esiste un livello giusto di rigore: dipende dal tipo di romanzo che si vuole scrivere e che fine ha. Un conto è scrivere “hard science-fiction”, un conto “fantasy”. E già qui sento del brusio serpeggiare. No, non ho scritto che ci voglia meno rigore quando si scrive fantasy, ho scritto che i romanzi non sono tutti uguali e che non tutti necessitano della stessa ricetta di scrittura (un po' come le minestre, che certo non sono tutte uguali).
Quanto sto dicendo è che il rigore dev'essere indirizzato, occuparsi degli aspetti peculiari del romanzo (alcuni aspetti sono comuni a tutti i romanzi, lapalissiano, mentre altri no).
Ma, e da questo non si scappa, rigore dev'esserci. Altrimenti - una domanda importante - come si porta il lettore fino all'ultima pagina del proprio romanzo e gli si dona il senso dell'opera (che, non v'è chi non veda, può essere colto soltanto grazie a una lettura completa)? Inoltre, se mi permettete una battuta per sottolineare una cosa che mi sembra nessuno abbia sottolineato, rigore e cuore fanno rima. Cioè? Cioè il rigore non è affatto antitetico al cuore, il rigore è amore per la scrittura e per il buon narrare.
Senza rigore non si arriva al senso, dunque. Questo sembrerebbe presupporre che il rigore sia antecendente al senso, cioè l'esatto contrario di quanto ho affermato più sopra. Sembra, ma non è così: rigore e senso devono procedere di pari passo; vanno quindi coniugati, armonizzati... seguiti con amorevole cura. Rigore e senso devono entrambi arricchire tutte le pagine del romanzo (anche se, per propria natura, lo fanno in modo difforme).
D'altro canto, il senso non è affatto una cosa “ineffabile” (o, meglio, lo è soltanto perché le sensibilità sono diverse. Ma così il discorso si complica, quindi salto a pié pari - concedetemelo). Il senso di un romanzo è la sua anima, senza la quale ci troviamo di fronte a carta straccia, priva di alcun valore. Il senso è qualcosa di profondo, qualcosa che resta dentro a lettura terminata ed è, alla fin fine, ciò che spinge il lettore a riflettere, evitandogli di subire la lettura e nient'altro.
Sento un secondo brusio. Qualcuno potrebbe obiettare che in un'opera d'intrattenimento il senso (un significato profondo, non scritto) non sia così importante. Ebbene, chiunque la pensi così guarda ai romanzi in modo molto diverso dal mio.
In tutta sincerità, dei romanzi privi di senso non so che farmene. Per me sono spazzatura, tempo e denaro gettati al vento (e che non impollinano un bel niente!). Inutili, insomma. Anzi, dannosi, perché tolgono spazio a tutti coloro i quali hanno qualcosa di più profondo da dire... e che magari non riusciranno mai a pubblicare.
L'intrattenimento fine a se stesso non mi ha mai intrattenuto. Mi annoia.
Sono fatto così.
Questo è, se credete, il limite della mia opinione.
Ma di opinione si tratta, per l'appunto.
È fondamentale soltanto quando il romanzo in questione è mio.



5 Commenti:
Beh, non sono completamente d'accordo. L'intrattenimento fine a se stesso non porta a niente, probabile, ma se tecnicamente ben fatto, secondo me sarebbe migliore a qualcosa che cerca (il pretesto di) un senso senza riuscire a trovarlo. Non alludo a niente se non alla mia esperienza; inizialmente mi chiedevo sempre quale sarebbe stata la morale del racconto. Ebbene, finora la morale (o meglio, la domanda, il senso) esce da sola, in seguito, scaturita dalla fantasia pura. Ho provato a forzare la ricerca di una morale. Inutile dire che mi sono trovato non tanto insoddisfatto, quanto frustrato e disgustato.
Ma concordo con te, in generale. Sei stato diplomatico e neutrale come al solito! :)
Mi ci ritrovo in quello che hai scritto.
Anche io, però, non scarterei a priori la lettura fatta semplicemente per intrattenimento.
Non sono nè pro e nè contro. Trovo soltanto che abbia diritto di esistere per coloro che non vogliono ricercare altro. E' comunque un modo di godere della propria fantasia e tenerla allenata piuttosto che lasciarla inaridire senza neanche dedicarsi alla lettura. Certo, sulla lunga distanza mi aspetto che questo intrattenimento si trasformi in una ricerca ulteriore. Se così non fosse, credo faccia la differenza tra chi vuole crescere e chi, invece, non sa neppure che può farlo.
Alex
Io penso che la scrittura per intrattenimento abbia diritto a un suo posto ben preciso. Tuttavia, per come sono fatto io, non saprei scrivere solo romanzi di intrattenimento. Da quello che scrivo scaturisce sempre un senso e questo, a volte, mio malgrado. Quindi, all'atto pratico, sono d'accordo con quanto detto da Andrea.
Ciao. Fabrizio
"Il succo del mio pensiero è molto semplice: ciò che conta è il senso del romanzo, ma non lo si può far emergere senza rigore. [...] Credo che la via corretta sia quella dell'equilibrio, quella che coniuga rigore e senso. Esatto, coniuga. Cioè non che antepone il rigore al senso. [...] Quanto sto dicendo è che il rigore dev'essere indirizzato, occuparsi degli aspetti peculiari del romanzo [...]Qualcuno potrebbe obiettare che in un'opera d'intrattenimento il senso (un significato profondo, non scritto) non sia così importante. Ebbene, chiunque la pensi così guarda ai romanzi in modo molto diverso dal mio"
Concordo in pieno su ogni affermazione sopra citata.
Anche un'opera di intrattenimento a mio parere dovrebbe avere un senso, più o meno nascosto. A mio parere il punto ora sta qui: che qualcuno giudichi il Fantasy come pure e semplice intrattenimento? Credo proprio che una modesta quantità di persone la pensi, purtroppo, così.
Spirito Giovane a.k.a. Daniele
Cerco di convogliare nel commento a questa considerazione la risposta alla più ampia questione posta da Andrea nella considerazione precedente, che ora mi sembra un po’ troppo pingue.
Ecco, io sono innanzitutto convinto che sia necessario conoscere il concetto di fantasy – del genere fantasy – per ragionare sul modo con cui debbano necessariamente configurarsi le sue proprietà costitutive: sono perciò convinto che sia più che mai congruo stabilirne, come propedeutico e imprescindibile sfondo, la definizione specifica – che non significa particolare. In questo senso, è lodevole la posizione che ha assunto Taotor, rifiutandosi di rinunciare a sagomare determinatamente il fantasy, così come il suo tentativo di fissarne positivamente la definizione. Purtroppo, il fantasy non può essere una forma di neoromanticismo, come egli suggerisce: né se con questo termina si intende indicare un romanticismo riformato, sulla scorta, per esempio, di quello già proposto da Thomas, Becquer, Guillen – che in effetti non vanta più alcuna proprietà autenticamente romantica, designandosi come tale solo per far convenire il romanticismo come termine medio, come paradossale polo neutrale fra il simbolismo e l’imagismo, piuttosto che l’espressionismo – né se con esso si illustra un secondo – ripristinato – romanticismo normativo: è anzi proprio se si accoglie il romanticismo in questa seconda accezione che si commette l’errore più grave. Il fantasy non può essere una forma di romanticismo, ma per comprenderlo occorrerebbe aver studiato Doors, e la sua distinzione fra fantasia, immaginazione e creatività; occorrerebbe aver studiato anche Curtius, che ci spiega come col romanticismo si verifichi il rovesciamento – poetico assai più che stilistico – fra il ciceronianesimo del petrarchismo, e il nuovo e ineunte tacitismo; occorrerebbe ancor più aver studiato Benjamin, con la sua fondamentale – ma invero altrettanto astrusa - descrizione della capitolazione del simbolo come unicità nel simbolo come unità, fino all’imporsi dell’allegoria come lasso di univocità; prima di tutto, tuttavia, occorrerebbe almeno leggere Wolfflin, autore di un’analisi meravigliosa, e secondo me nel suo ambito davvero irripetibile, punto altissimo di congiunzione fra le lezioni di Auerbach, Zirmunskij, Borgese – per riconoscimento esplicito dello stesso Wolfflinn – ma, a mio avviso, pure tanto profondamente quanto brillantemente suggestionato dal magistero di Pasquali, Brik e Dumezil, che ci dimostra – e la sua è esattamente l’opposto di una semplice opinione – come il fantasy sia il risultato culminante del processo che, iniziato veramente con lo “strano” della corrente carsica proto-idealistica del barocco – Manrique e non Bellay, Gongora e non Milton - prosegue nel “meraviglioso” del manierismo ingenuo, secondo la differenziazione di Schiller – quello di Camoes, e non quello di Tasso, che è invece sentimentale – si evolve ancora nel “fantastico” del gotico, per approdare infine, appunto, nel fantasy.
Detto ciò, Taotor: le categorie che tu adotti per definire il fantasy possono anche essere tutte giuste, tutte legittime, tutte opportune, ma è bene considerare che queste categorie non esauriscono con necessità assoluta la definizione che dovrebbero totalizzare: queste tue categorie sono come le categorie aristoteliche – ma per comprendere questa mia affermazione bisognerebbe già conoscere la precipua critica delle categorie aristoteliche formulata nel modo più compiuto da Gadamer - : succintamente, le categorie aristoteliche sono vere, ma internamente verificate da una verità che è soltanto analitica e connotativa; la costituzione opposta a quella delle categorie aristoteliche si rinviene nelle categorie kantiane, altrettante vere ma internamente verificate da una verità che è sintetica – non certo in senso letterario – e denotativa – grazie anche alla condivisione dell’esplicazione metodologica fornitagli dalla filosofia cartesiana, esplicazione che ai lettori contemporanei può apparire quanto di più evidente, superficiale, sopravvalutato una riflessione filosofica possa produrre, ma che nella genealogia storica del pensiero hanno segnato una svolta estremamente originale e veramente decisiva, benché comunque la novità più peculiare, salda e importante introdotta da Descartes non consista nel suo metodo, come già rilevava Leibniz – e che allora sì esaurisce la definizione con una necessità assoluta.
Premesso dunque tutto questo, ritengo possa essere maturo il momento per dire ciò che il fantasy è, ossia per dire come si debbano necessariamente configurare le sue proprietà costitutive: distinguiamo innanzi tutto fra logica trascendentale e logica formale, fra coerenza interna e rigore scientifico, fra verosimiglianza e mimetismo. Il rigore scientifico è il correlativo reale della logica formale manifestata dalla causalità sillogistica – mentre la logica trascendentale, oggettivata dalla dialettica, come chiarisce benissimo Kierkegaard, deve essere il presupposto di ogni coerenza immanente, dunque anche di ogni coerenza interna, ma non del meccanicismo attuale della scienza, e questo lo specifica Hegel soprattutto nella “Fenomenologia dello Spirito”, mostrando il movimento dell’irrazionalità produttiva generata dalla coscienza che enuncia l’immediatezza dell’antitesi. Logica formale e rigore scientifico conducono giocoforza al mimetismo, espressione letteraria che è l’aderenza, la corrispondenza, l’adeguazione perfetta del dato artistico al dato concreto nella sua natura epistemologica – non epistemica! Ma il fantasy, in tutto il suo sviluppo storico, che scaturisce dal barocco, non può in alcuna misura sfociare nel mimetismo: da ciò, consegue che non è vincolato da nessun legame con il rigore scientifico inteso nel suo vero significato di relazione con la logica formale – proprio perché il barocco, e particolarmente quel circostanziato barocco da cui il fantasy discende, per primo si affranca dalla logica formale, dal rigore scientifico, e dal mimetismo, per accogliere, pur se inconsapevolmente, la struttura apodittica della logica trascendentale, e così la coerenza interna e la verosimiglianza.
Il fantasy, proprio e sempre in quanto rampollo di quella codificata articolazione artistica che suscita dal barocco, è obbligato alla coerenza interna – laddove non sarebbe costretto nemmeno a essa se promanasse invece dal romanticismo, ché il concetto di ironia, primario nella temperie romantica autentica, esposto nella sua forma più incisiva dal Novalis più tardo, quello influenzato dall’analogo concetto di “Zauberkunst” che Schelling già prendeva ad abbozzare, profliga ogni istanza che preservi la struttura originaria del principio di non contraddizione, massimo garante della coerenza interna, e probabilmente proprio questo è lo scacco ultimativo di tutta la disanima di Benjamin, nel suo tentativo di ribaltare l’interpretazione canonica imperniata sulla contrapposizione fra romanticismo e neoclassicismo, onde volgerla sull’essenziale contrarietà fra barocco e neoclassicismo – ma mai al rigore scientifico.
Perciò si inferisce automaticamente che il fantasy deve mirare anche alla verosimiglianza, ma non al mimetismo. La verosimiglianza non è l’opposto del mimetismo, piuttosto la sua sublimazione, nel senso cioè segnalato da Anceschi, dove la verosimiglianza è la trasfigurazione, che avviene nel solco di un balzo indeducibile dal linguaggio finito dell’ordinario – il linguaggio del mimetismo – al linguaggio assoluto della poesia – il linguaggio appunto della verosimiglianza: e per poesia qui si intende non la figura della poesia nella sua divergenza dalla prosa, ma la poesia nel suo originario significato greco, pensato come creazione indifferenziata e infinita – ma anche nel senso segnalato da Baumgarten, dove la verosimiglianza è lo statuto insieme gnoseologico e ontologico mediante il quale il “mondo dell’opera” è compenetrato dal giudizio del sentimento – schema di integrazione fra la ragione e l’esperienza - incondizionatamente allotrie e assolutamente indicibili rispetto al giudizio intellettuale, oppure, e infine – ma questi significati attribuiti alla verosimiglianza possono essere complementari, non alternativi - nel senso segnalato da Wittgenstein, dove la verosimiglianza è il risultato dell’avventarsi etico contro i bastioni del linguaggio della razionalità teoretica. Il primo a focalizzare la verosimiglianza – peraltro già splendidamente – fu Aristotele, colui che l’ha inquadrata per ultimo, e nel modo più minuto, è stato Lukacs, ma colui che, a mio parere, l’ha riassunta più efficacemente, è Maupassant – vertice e voragine dell’eredità di Zola, sopraffino tramite e perno di superamento, che si svolge a ritroso con il recupero del realismo di Flaubert, del naturalismo deterministico risolventesi quindi nel simbolismo: Maupassant, il contraltare prosastico di Baudelaire, un poeta che io continuo a valutare parecchio lontano dai migliori, ma che è forse il più importante almeno degli ultimi sei secoli. Egli, nella Prefazione a “Palla di sego” scrive: “Il naturalista, se è un artista, non cercherà di mostrare una banale fotografia della vita, ma di aprire al lettore la visione più completa, ma insieme austera, della stessa realtà. Allora una prima scelta s'impone, e questa è la vera sferzata alla teoria di tutto il naturalismo. Rendere il vero consiste nel donare l'illusione non esaustiva bensì esauriente del vero, seguendo la verosimiglianza naturale dei fatti, e non nel trascriverli con pedissequo mimetismo nella loro caotica successione. I naturalisti di talento dovrebbero piuttosto chiamarsi illusionisti.”
Approfitto intanto di questo opulento intervento anche per salutare tutti gli utenti che frequentano questo sito, assicurando loro che, a causa di sempre nuove incombenze, fino all’anno venturo non avrò più, mio malgrado, a disturbarli: ma certo il mio non è stato né è un ritiro definitivo. Spero tuttavia che questa momentanea interruzione della nostra tregua e della mia afasia sia giunta loro non troppo infausta.
Calorosamente,
Feanor
Posta un commento
Link a questo post:
Crea un link
<< Home page