29 ottobre 2007

Il lettore corrotto: una vostra opinione

Da un po' di tempo cerco una risposta a un dilemma avvilente.
Ergo necessito di voi per schiarirmi le idee (come spesso accade).

In che momento della storia del genere fantasy il lettore è stato corrotto nell'animo?
Quando hanno cominciato a spuntare questi lettori fantasy-scientifici o fanatico-scientifici, che si soffermano su ogni più insignificante particolare, ricercandovi spiegazioni scientifiche inconfutabili, e che mettono in secondo piano il senso dei romanzi che leggono?

Mi piacerebbe che ognuno dicesse la propria, evitando diatribe sterili - almeno qui nel mio blog, per favore: questo luogo è tranquillo e tale gradirei che rimanesse.

Frattanto partirò per un breve viaggio.
Il primo dopo molto tempo in cui potrò davvero rilassarmi.

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38 Commenti:

Blogger Perissi ha detto...

Già i lettori che descrivi nel post mi stanno sui coglioni...
Ma esistono? O esistono soltanto perchè ci fanno incazzare?
Ma sono lettori o semplici imbecilli?
Scusa la scurrile sterlità, ma davvero non credo meritino altro.

29 ottobre 2007 18.47  
Anonymous by Ax ha detto...

Mi domandavo in questi ultimi giorni, e con maggiore forza oggi, quanto ti chiedi anche tu. Credo ti stia riferendo ad alcune discussioni su FM (se così non fosse, me ne scuso) che hanno trasceso il senso di piacere che può, e deve, offrire la lettura sostituendolo con la sfrenata ricerca del dettaglio visto sotto la lente d’ingrandimento della scienza.
Con questo, ovviamente, non intendo dire che si può scrivere tutto di tutto senza un minimo di coerenza, ma respirare l’atmosfera di un romanzo è azione più nobile del volerlo distruggere a fronte di qualche errore e non dipende dalle proprie conoscenze, ma dalla propria sensibilità. Nessuno di noi è cieco di fronte a qualche sbaglio, neppure piccolo, ma decidere di lasciar correre per abbracciare il tutto (quando meritevole) e goderne non è, evidentemente, cosa per tutti.
Riconosco che le argomentazioni per evidenziare le manchevolezze di qualche autore dal punto di vista scientifico sono portate avanti in modo impeccabile dagli accusatori – sempre che la scienza nel fantasy sia un requisito -, ma nonostante questo non mi convincono da nessun punto di vista, neppure sforzandomi. E’ per questo che parlo di sensibilità e mi sono chiesto se il mondo del fantastico sia un terreno idoneo a questo genere di attacchi. Se rispecchiare la realtà è quello che ci si aspetta da un libro, allora forse il fantasy va messo in coda ad altri generi ben più disponibili ad essere vivisezionati in ogni sua parte. Fantastico non significa solo ambientazione, ma anche emozione, stupore e senso d’incredibile. Tutte sensazioni dipendenti dal proprio sentire di essere umano e, forse, quando non si possiedono si ricerca una risposta scientifica, che puntualmente deluderà.

29 ottobre 2007 21.35  
Blogger Gamberetta ha detto...

Grazie per il “corrotta nell’animo”, mi mancava, lo aggiungo alla lista degli insulti. Perché, non nascondiamoci dietro a un dito, ho capito benissimo che ti stai rivolgendo (anche) a me.
Ciò premesso, è inutile da parte mia discuterne ancora, l’abbiamo già fatto fino allo sfinimento, se non hai ancora capito, non capirai più, forse non ne sei in grado.
Riguardo poi allo specifico della tua domanda, non credo si debba far riferimento alla storia del fantasy, bensì all’età del lettore: quando supera i 12 anni di età mentale, pretende da quello che legge qualcosina in più rispetto a chissà quale ineffabile “senso”.

In questi giorni, tra le altre cose, sto leggendo la trilogia dello spadaccino, opera fantasy di K.J. Parker. In un’intervista veniva chiesto a tale autore quale complimento gli avrebbe più fatto piacere vedere sulla quarta di copertina di un suo romanzo. Ha risposto così:
“Tecnicamente accurato” – Rivista mensile dei costruttori di macchine d’assedio.
E posso assicurare che non stava scherzando. Non a caso il signor Parker spesso riproduce e sperimenta in prima persona le armi che poi farà maneggiare ai suoi personaggi.
Chissà, corrotto anche lui nell’animo?

29 ottobre 2007 22.46  
Blogger Parao ha detto...

Forse non sono stato abbastanza chiaro: ho detto che questo luogo è tranquillo e pretendo che rimanga tale.

Sono pronto a censurare chi mi fa girare le balle, è chiaro?

29 ottobre 2007 23.14  
Anonymous Fabrizio ha detto...

Ciao Andrea.
Io credo che la ricerca dell'assoluta accuratezza tecnica (o scientifica) derivi dal diffuso scientismo che ormai imperversa in qualunque ambito.
La scienza (in senso generale) si sente in diritto di dire la sua riguardo a ogni aspetto della realtà di una persona. Vedasi le varie affermazioni sull'uomo e sull'etica umana nelle quali la scienza pensa di poter dire la propria, dimenticandosi di essere solo strumento.
Ecco, secondo me lo scientismo (gli -ismi, mi insegnarono, sono sempre negativi) ha corrotto profondamente il cuore degli uomini.
E' un argomento sul quale anche io mi vado interrogando di quando in quando ma a questo punto mi rendo conto che non è solo una mia domanda. Grazie a Dio è un problema che viene rilevato da più parti.
Come si può ricercare il dettaglio a tutti i costi, quando abbiamo di fronte un'opera che magari è poetica e bella così per come è, anche se è imperfetta "tecnicamente"? E' puro frutto di un pseudo-criticismo.
Dopo i 12 anni una persona comincia a sviluppare il senso critico, a volte in modo improvviso e guizzante, ma va giù con la mannaia, perché ancora gli manca quella capacità veramente critica di discernere il bello dal tecnicamente corretto. E allora ci ritroviamo con critiche sulla correttezza tecnica di uno scritto senza saper guardare all'aspetto globale. Immagino che questa difficoltà critica nasca dall'assenza (soprattutto nelle nuove generazioni) di una consequenzialità mentale logica. Si fanno collegamenti mentali stralunati e poco coerenti che alla fine fanno sfuggire di mano il senso del tutto per focalizzare l'attenzione solo su particolari che, spesso, sono secondari.
Ovviamente questo parere - che è solo mio - non vuole andare contro nessuno.
Fabrizio

p.s.: questo problema a mio avviso esiste da un paio di decenni, e in parte è legato anche all'immaginario veicolato dai film fantastici.

30 ottobre 2007 8.19  
Blogger Federico Russo "Taotor" ha detto...

Credo che i lettori-critici-rompiballe siano o lettori presuntuosi che non hanno altro da fare se non trovare qualche errore/imprecisione/stonatura inesistente, o scrittori frustrati che, non avendo stima di se stessi, criticano le opere altrui.

Qualche tempo fa carraronan mi aveva detto di Gamberi fantasy, io l'ho visitato e, se mi è concesso, gamberetta, ho notato che di fantasy non c'è traccia. Ci sono solo recensioni di sconosciuti film giapponesi - surreali, neri, fantastici al limite, ma non fantasy -, o di anime. Dov'è il fantasy? Accostare il Fantasy (che, come ho avuto modo di dire nel mio blog, e come presto spiegherò bene, può essere benissimo definito, per gli elementi che presenta, una vera forma di neo-romanticismo), ebbene accostare il Fantasy ad anime e film pulp non è certamente ciò che i grandi autori di questo genere avrebbero voluto.

30 ottobre 2007 14.44  
Blogger Gamberetta ha detto...

Taotor, sul blog dei Gamberi ci sono, tra le altre cose, 11 recensioni di romanzi fantasy, universalmente riconosciuti come fantasy, fra l’altro quasi tutti fantasy italiani. Ci sono inoltre vari articoli dedicati allo scrivere fantasy. Avresti dovuto guardare con più attenzione.
Riguardo ai film, prima di contestare la mia classificazione, li hai almeno visti? O fai parte della schiera di quelli che si vantano di parlare ignorando gli argomenti in discussione?

30 ottobre 2007 16.16  
Blogger Parao ha detto...

In tutta evidenza, e sottolineo che non parlo di Gamberetta e basta, il mio appello alla moderazione degli animi è stato disatteso.
Inoltre, ho ricevuto ben poche "risposte", tra le già troppe righe di polemica.

Non m'interessa in particolar modo Gamberetta, checché ne pensi lei. Ho iniziato a pubblicare nel 2001 e di lettori così come li ho descritti ne ho incontrati svariati, con vari gradi di capacità. Si parla soltanto degli ultimi di una lunga schiera.
Ciò che a me interessa - e preoccupa - è per l'appunto la schiera.

Ora, però, basta!
Non voglio parlare di chi sono e di cosa fanno questi lettori, io ho chiesto una cosa specifica: quando, secondo voi, è iniziata questa deriva (per me pessima, per altri, come Gamberetta, di primaria importanza)?
Quando i lettori hanno cominciato a ricercare dei fantasy più scientificamente curati?
Se alla fine volete aggiungerci anche il perché, liberi di farlo.
Ma intanto, se volete - e lo gradirei - rispondete al quando.

Ancora un solo messaggio di polemica è cancello tutto, anche a discapito di chi è intervenuto con una certa educazione e senza polemica (come Fabrizio).

30 ottobre 2007 17.05  
Blogger Fabrizio Valenza ha detto...

Riciao.
Allora aggiungo un altro tassello alla mia idea.
Credo che la cinematografia abbia influenzato molto la narrativa. Soprattutto da Spielberg in poi.
Mi spiego meglio.
Io sono un fan accanito di Spielberg, quindi lungi da me il voler parlarne male. Tuttavia devo rilevare un andazzo che, credo, si è sviluppato con l'accuratezza visiva crescente operata nel mondo degli effetti speciali dall'associazione Lucas&Spielberg.
Credo che il dettaglio degli effetti speciali sconvolgentemente accurato a partire da Star Wars in poi abbia messo la pulce nell'orecchio di molti fruitori di cinema e di letteratura. E' risaputo che, soprattutto per noi occidentali, l'aspetto visivo ha un'importanza notevole. Quando leggiamo noi immaginiamo, chi più chi meno.
Credo che l'abitudine a pensare scene fantastiche sempre più accurate e verosimili (graficamente parlando) abbia indotto poco alla volta - unitamente alla costante crescita dello scientismo - ad attendersi accuratezza tecnica anche nella narrativa.
Inoltre penso che ci si aspetta questa accuratezza non solo nella logicità delle scene (o se vogliamo pseudo-logicità), ma anche nella verosimiglianza dei dialoghi. Per noi lettori moderni, purtroppo, un dialogo dev'essere così come avverrebbe nella realtà.
Però: quando mai è stato così? Tolkien non aveva di certo questo problema, tanto meno gente come Lovecraft, Asimov, Lewis, per parlare solo dei moderni.
Ciao. Fabrizio

30 ottobre 2007 17.44  
Blogger Federico Russo "Taotor" ha detto...

Concordo con Fabrizio per quanto riguarda il cinema. Ho molti amici che hanno cominciato a leggere fantasy dopo Il signore degli anelli di Jackson, e in fondo mi sembra una bella cosa, ha risvegliato gli "animi fantasy sopiti"... XD Da lì abbiamo avuto tutti maggiormente a che fare col fantasy, perché ovviamente il mercato ha cominciato a imporlo - sicuramente ha anche prodotto schifezze su schifezze, ma anche questa, secondo me, è stata una mossa molto utile a favore del Fantasy in senso lato.
Da allora, probabilmente, i lettori (a questo punto non solo fantasy, ma anche di romanzi storici, e forse fantascienza, ecc...) si sono sentiti più critici a riguardo. D'altronde, si pensi agli horror: c'è un'infinità di film horror, e ormai siamo tutti più o meno esperti a riguardo, le trame e le scene sono sempre più scontate e meno verosimili e via dicendo...

Un'altra cosa importante: penso che l'interesse per il fantasy abbia fatto scaturire meccanicamente quello per il medioevo, la storia, e la letteratura, in molti; consequenzialmente, uno che comincia a informarsi riguardo a queste cose non può non assumere un atteggiamento critico. Positivo o negativo, è da vedere. :)

P.S. Gamberetta, non volevo offenderti, oltretutto rileggendo il mio commento non mi sembra di trovare offese o allusioni. Ammetto di non aver esplorato il sito, ho visto solo l'intera pagina, e se il caso vuole che tutta la pagina ospiti articoli non completamente inerenti al fantasy... beh, appunto lo vuole il caso. XD Se invece hai trovato offensiva la prima parte del mio commento, beh, generalizzavo, non parlavo minimamente di te, visto che non ti conosco! Anzi, sinceramente credo che neanche Andrea, nell'articolo, alludesse a te.

Ciao e volemose bene :]

30 ottobre 2007 19.09  
Blogger Gamberetta ha detto...

Fabrizio, da cosa deduci che gli autori da te citati non prestassero massima cura agli aspetti scientifici e logici delle loro storie?
Per esempio, Lovecraft nelle sue note sulle scrivere narrativa bizzarra dice:
“Uno non può, eccetto che nella narrativa più immatura, volgare e ciarlatana, raccontare di situazioni impossibili, improbabili o inconcepibili, nella stessa maniera con la quale si racconta di fatti oggettivi e sentimenti comuni.
Eventi e situazioni inconcepibili rappresentano un particolare ostacolo, che può essere superato solo mantenendo durante tutto il corso della storia un attento realismo, tranne che per quell’unica meraviglia.”
In altre parole Lovecraft sta spiegando che solo con un “attento realismo” è possibile far emerge il singolo fatto “fantastico”.
Ora l’analisi di un matematico riguardo al classico racconto di Lovecraft, “Il Richiamo di Cthulhu”:
“Lovecraft ha sicuramente risolto l’equazione di Drake, almeno in maniera euristica, e ha calcolato quanto tempo sarebbe dovuto trascorre per la nascita e la morte delle specie. Poi ha usato, in maniera corretta, tale risultato per giustificare incomprensibile e terrificante magia e invasioni aliene. In un racconto degli anni ’20. È davvero eccezionale. Lovecraft ha anche correttamente descritto l’apparizione di una città iperdimensionale e il suo ondeggiare attraverso l’iperpiano. Tra gli autori che ho letto è anche l’unico ad aver usato il termine centillione per numerare qualcosa.”
(Nota 1: l’equazione di Drake è stata formulata solo negli anni ’60, Lovecraft è riuscito ad anticipare correttamente un futuro sviluppo. Nota 2: un centillione è 10 elevato alla 303. Nota 3: per l’iperpiano vedere wikipedia).
Fabrizio, sei ancora convinto che Lovecraft non si ponesse problemi di realismo e scientificità?

E per rispondere alla domanda iniziale, la risposta è: DA SEMPRE. Da quando esiste la narrativa fantastica i lettori hanno preteso determinate qualità di realismo e verosimiglianza (qualità che è davvero difficile ottenere ignorando l’aspetto scientifico della realtà), e da sempre hanno ottenuto bravi scrittori come Lovecraft che li hanno accontentati. Per gli altri c’è la narrativa volgare, immatura e ciarlatana.

Taotor, non ti preoccupare, non mi sono offesa. Dopo la cura degli ultimi tempi ci vuole ben altro per offendermi!

30 ottobre 2007 19.51  
Anonymous by Ax ha detto...

Gamberetta, sono uno degli altri! Cioè di quelli che tu definisci “volgare, immaturo e ciarlatano”. Non me la prendo, anzi.
Eppure, continui a contrapporre risposte tecnicamente impeccabili, documentate e perfette, ma che mancano di quel lato umano che fa di ognuno di noi un essere umano singolare e irripetibile. Miri a raggiungere il senso di fantastico attraverso una serie di spiegazioni realistiche che ti portano a provare meraviglia; veicolano le tue sensazioni fino al piacere ultimo. Un’ ottima strada, ma tieni solo presente che in molti di noi questo senso è immediato, senza necessità di avere intermediazioni, e non per questo inferiore, anzi.
Una realtà parallela alla tua, se vuoi, ma solida e presente.
Questo, immagino, sia lo stesso criterio che adotti nell’affrontare un romanzo: cercare quel dettaglio che fa crollare il castello anche se il castello è splendido in tutta la sua imponenza.
In merito alla precedente frase ““Tecnicamente accurato” relativa ad una propria opera, che mi sembra di aver capito rappresenti La risposta ideale, bè... io spero di non sentirla mai e poi mai sulla bocca di chi è artista lo è veramente. Esiste una differenza abissale tra chi è un ottimo esecutore e chi ha l’arte nel sangue. Il primo difficilmente supera se stesso, e non può vedere al di là del proprio naso, il secondo non ce l’ha neanche il naso perché osserva l’oltre.
Nel mio intervento precedente tentavo di dare un quando morale e non uno temporale. Bè, questo non lo so, ma prendo a prestito (scusandomi), modificandola ovviamente, la bella risposta di Gamberetta:
Quando i lettori hanno cominciato a ricercare dei fantasy più scientificamente curati?
NON DA SEMPRE. Da quando esiste la narrativa fantastica i lettori hanno preteso determinate qualità di poter andare oltre quello che il cervello umano è in grado di elaborare (qualità che è davvero difficile ottenere ignorando l’aspetto umano della vita), e da sempre hanno ottenuto bravi scrittori che ci hanno provato - e ancora ci provano -. Per gli altri ci sono i manuali, magari con le foto. Siccome di questi se ne trovano moltissimi anche attraverso Internet, ecco, forse proprio con Internet e la sua diffusione, molti si sono sentiti in dovere, quasi presi per mano e guidati, di adottare lo stesso criterio per valutare un’artista. Uno strumento tecnologico, probabilmente, che ha messo alcuni nelle condizioni di volerne sempre di più, di tecnologia, appesantendo la vista nascondendola al cuore.
P.S.: Nessun sarcasmo da parte mia e scusate se ho dilungato l’intervento.
Alex.

30 ottobre 2007 23.41  
Blogger Angra ha detto...

Gamberetta dice da sempre, io direi da mai, nel senso che non ne ho mai conosciuti. Sì, perché la domanda diceva "e che mettono in secondo piano il senso dei romanzi che leggono". A me pare che la stessa Gamberetta consideri l'accuratezza degli aspetti tecnici come un prerequisito, alla stregua del fatto che il romanzo sia scritto in italiano corretto, il che non vuol dire che il senso, la storia, lo stile e tutto il resto vengano messi in secondo piano. O meglio, vengono messi in secondo piano quando tutto viene rovinato da una premessa che non sta né in cielo né in terra, così come verrebbe rovinato da una scrittura sgrammaticata.

31 ottobre 2007 0.13  
Blogger Fabrizio Valenza ha detto...

per Gamberetta: confondi l'accuratezza tecnica con la plausibilità. Quanto viene raccontato in qualunque opera degna di tale nome è plausibile, ma l'accuratezza tecnica è nella mente degli autori solo da poco tempo, direi da pochi decenni.
Quanto a quel matematico: il suo discorso è esattamente la morte della letteratura!
Ciao. Fabrizio

31 ottobre 2007 8.35  
Anonymous Anonimo ha detto...

Vorrei chiedere una cosa a Gamberetta, senza polemica ma solo per il gusto di dialogare sul tema e, quindi, di comprendere.
In che modo può definirsi "corretta" la descrizione di una "apparizione di una città iperdimensionale e il suo ondeggiare attraverso l’iperpiano" in Lovecraft? Esiste un modo non corretto di descriverla? La scienza aveva, al tempo di Lovecraft, ed ha oggi esperienze empiriche di apparizioni di città iperdimesionali?
E parlo da amante di Lovecraft di cui in adolescenza lessi tutti i racconti.
Quanto alla inverosimiglianza, non sono d'accordo con il tuo associarla, facendo di tutt'erba un fascio, alla narrativa volgare, immatura e ciarlatana.
L'iliade, in larghi tratti è tutt'altro che verosimile (anche a causa dei molteplici rimaneggiamenti, te lo concedo), ma anche se dall'Eubea non fossero partite le mille e rotte navi (perché questo è un dato fisicamente impossibile, e non solo sotto l'aspetto storico), l'opera resta tutt'altro che "volgare, immatura e ciarlatana".
Salute!

31 ottobre 2007 9.52  
Anonymous Anonimo ha detto...

Scusate, ho dimenticato di firmarmi.
Pierluigi (Agent Zero)

31 ottobre 2007 9.53  
Blogger Parao ha detto...

Bene, sono sollevato dal vedere che infine la discussione procede nel rispetto delle opinioni di tutti.

Questa discussione è una premessa a quanto dirò successivamente. Ciò che scrivete lo leggo con estrema attenzione, mettendo in discussione i miei "credo".
Il mio pensiero su cosa debba essere la scrittura è chiaro da tempo, a chi mi segue da un po' (a chi no naturalmente sfugge; avremo modo di riparlarne).

Spero di trovare, al ritorno, la stessa discussione corretta, pur se nell'enfasi che ognuno vuole dare alle proprie opinioni.

31 ottobre 2007 9.55  
Blogger Gamberetta ha detto...

@Fabrizio, stai facendo confusione. Il matematico constata solo che il racconto di Lovecraft ha alla base un chiaro studio di certi argomenti scientifici. Ne devo dedurre allora che il più famoso racconto di Lovecraft (per altro non il più bello, su questo posso concordare), non sia Arte perché Lovecraft l’ha basato su corretti calcoli matematici e geometrici?

@Agent Zero, per piacere, leggi attentamente. Non sono io, è Lovecraft in “Note sullo scrivere narrativa bizzarra” (“Notes on Writing Weird Fiction”) che chiama certa narrativa che non si preoccupa di un “attento realismo” (“careful realism”), “immatura, volgare e ciarlatana” (“immature, pulp charlatan fiction”).
In quanto alla corretta rappresentazione tridimensionale di un solido a n-dimensioni, per esempio qui:
http://en.wikipedia.org/wiki/Image:8-cell-simple.gif
Questa è una possibile rappresentazione, corretta, di un “tesseract” ovvero un cubo a 4 dimensioni. Mi sembra chiaro che se un autore dovesse descrivere tale immagine è perché si è studiato l’argomento, non perché è andato “a naso”.
In quanto alla scienza di allora, il solido di cui sopra è stato definito nel 1888. Il racconto di Lovecraft è del 1928, perciò non è assurdo pensare che Lovecraft si sia informato su quello e argomenti correlati. Anzi, quasi sicuramente è stato così.
Più oltre non posso andare perché non me ne intendo a sufficienza di matematica.

31 ottobre 2007 13.38  
Anonymous by Ax ha detto...

Mah... sinceramente credo nesuno di noi abbia mai detto che ciò che è basato "su corretti calcoli matematici e geometrici" non sia bello. La differenza è che personalmente sono in grado di apprezzare anche un romanzo così, e non solo i romanzi così. Però, noto ancora che le tue risposte sono unicamente basate su dati tecnici; non ci vedo molto di personale, così come ci deve essere differenza tra un manuale ed un romanzo. L'importante, comunque, è il tema della discussione e non tanto che la pensiamo all'opposto. Una cosa che già speravo, e che stando anche alle persone intervenute, è che ci sono molti che non determinano la bellezza di un'opera in base al suo contenuto tecnico, e me ne compiaccio, ovviamente. Il quando questo concetto sia stato sovvertito resta ancora da determinare. Il mio parere, comunque, è che sia più un quando dovuto alla sensibilità di chi legge, più che a un quando temporale; una sorta di mantello che rende immuni dal libero sentire. Insomma, è più facile dimostrare un errore che godere appieno di un tentativo.
Alex.

31 ottobre 2007 14.14  
Anonymous Anonimo ha detto...

Sul primo punto, scusa Gamberetta ma mi sembra che questa sia anche la tua idea, almeno da quello che hai scritto di recente.
Non so se Lovecraft, in quell'intervento, stesse esaminando la questione come stiamo facendo noi, come stai facendo tu.
Ora, io non sto discutendo dell'idea di Lovecraft ma di quello che tu sembri sostenere.
Per quello che mi riguarda, tra "attento realismo" e "inverosimiglianza" c'è una bella differenza e, credo, un oceano di valide trovate narrative, non pienamente realistiche, non del tutto inverosimili, ma fascinose.
L'ho già scritto altrove, sono realistici i dialoghi che Hammett e Chandler mettevano in bocca ai protagonisti dei loro romanzi? Di sicuro hanno fascino, almeno per me.

Sul secondo punto, continuo a non capire.
Esiste una dimostrazione empirica (e non teorica) di come appare una città iperdimensionale? Possiamo dire sulla base di una dimostrazione empirica (e non teorica) quale sia il modo più o meno corretto di rappresentare quella ipotetica città?
Non sembra anche a te che l'espressione "Questa è una possibile rappresentazione, corretta, di un “tesseract”..." sia una contraddizione in termini?
La scienza non si limita a fare ipotesi, più o meno attendibili, ma ne fornisce la dimostrazione.
C'è qualcuno che è riuscito a dimostrare come appare quella dannata città?

Ciao
Pierluigi (Agent Zero)

31 ottobre 2007 14.27  
Blogger Gamberetta ha detto...

@Agent Zero. È un discorso complesso, anche perché il realismo nei dialoghi dipende dalla psicologia dei personaggi, e la psicologia, anche se la vogliamo includere fra le scienze, non è che abbia fatto grandi progressi. A parte situazioni clamorose, stabilire se il comportamento di un personaggio sia realistico o no è una zona grigia. Mark Twain per esempio sostiene che un personaggio è realistico quando è prevedibile, ovvero quando il lettore riesce ad anticiparne i comportamenti.
Ma stiamo andando fuori tema. Il punto importante è che Lovecraft sottolinea come nella letteratura fantastica, l’elemento fantastico possa esistere solo in virtù del realismo delle altre componenti. Per citare una frase di H.G. Wells che mi piace moltissimo: “Se tutto è possibile, niente è interessante.”
È questa la chiave: se lo scrittore sovverte a piacere le leggi della fisica, rende “tutto possibile” e di conseguenza “niente è interessante”. Solo in un mondo regolato come un orologio la magia, l’incredibile, l’inaspettato, e il fantastico generano il sense of wonder. Perché il lettore sa che è impossibile, eppure accade, e rimane affascinato di fronte a un fenomeno senza apparente spiegazione.
Ma se viceversa il mondo non è un orologio, è un luogo senza alcun tipo di regole, dove magia, incredibile, inaspettato e fantastico sono a ogni angolo di strada, di cosa dovrebbe stupirsi il lettore?
Almeno se si vuole scrivere un tipo di fantasy dove l’elemento fantastico sia al centro della storia. Poi ci sono anche molti “fantasy” dove in effetti il fantastico è puro contorno, e in questi casi, il discorso di cui sopra non si applica, visto che in tali fantasy non viene neanche cercato il sense of wonder. Però io opere di quel genere non le classifico come fantasy, saranno avventure a sfondo fantasy, guerra a sfondo fantasy, western a sfondo fantasy, rosa a sfondo fantasy, ecc.

Riguardo la città iperdimensionale.
Prendiamo un foglio di carta. Sul foglio di carta posso tracciare una linea. In realtà è solo la rappresentazione di una linea, perché quello che ho tracciato è molto probabilmente un rettangolo molto lungo e stretto. La linea in sé ha una sola dimensione ed è infinita.
Tuttavia nessuno ha difficoltà a identificare una corretta rappresentazione di una linea.
Poi sul foglio (cha ha solo 2 dimensioni) posso disegnare (rappresentare) un cubo, solido a tre dimensioni. E anche qui non c’è alcuna difficoltà a identificare quale sia una rappresentazione corretta del cubo.
Perciò su un foglio a 2 dimensioni posso dare rappresentazione di oggetti geometrici con minori e maggiori dimensioni. E individuare quale di queste rappresentazioni siano corrette.
Con tale premessa, se un matematico mi dice che in uno spazio tridimensionale si possono rappresentare solidi a n-dimensioni (questo significa iperdimensionale), l’idea non mi pare assurda. Poi come ciò sia possibile e quali criteri matematici si debbano adottare per stabilire se tale rappresentazione è corretta o no, mi spiace ma non ne ho idea. Non ho la competenza necessaria. Il punto è però che Lovecraft pare l’avesse.
In quanto all’empirico, non vedo come possa entrare nel discorso in questo caso specifico: una città n-dimensionale esiste solo in linea teorica, perciò solo teoricamente si può supporre come appaia. Ma non è diverso da quanto visto in precedenza con la linea: anche la linea “esiste” solo dal punto di vista teorico, eppure questo non crea problemi di rappresentazione, ne crea un problema stabilire se quanto rappresentato sia in effetti una linea o un’altra entità geometrica.
Ti faccio un altro esempio: hai idea di cosa sia una mucca. Se vedi la foto di una mucca, riesci a individuare se quella sia una mucca o no. Hai idea di cosa siano le ali: se vedi un animale con le ali lo distingui subito da un animale senza. Le mucche alate non esistono, perciò non avrai mai prova empirica di come appaiano, e tuttavia non credo tu abbia alcuna difficoltà a distinguere se un disegno rappresenta una mucca alata o qualcos’altro.
Il fatto che si possa avere conoscenza empirica solo di entità a tre dimensioni (e anche qui ci sarebbe da discutere) non vieta di riuscire a estrapolare come potrebbero essere entità con più o meno dimensioni. E non vieta d’individuare quali tra le possibili estrapolazioni siano corrette.
Se ancora non sei convinto, mi spiace, ma con tutta la buona volontà non ho una preparazione adeguata per un discorso davvero esaustivo e rigoroso sull’argomento.

E qui mi riallaccio a by ax: mi spiace di nuovo, ma io, apposta cerco di togliere tutto quanto ci possa essere di personale nei miei discorsi. Io non sto discutendo per il piacere di discutere in sé. Discuto nella speranza (vana?) di scambiare idee. Un’idea è buona tanto più è definita, precisa, e circoscritta.
È anche la ragione per la quale spesso mi arrabbio: perché per me è intollerabile che un’opinione abbia dignità solo perché è un’opinione. Un’opinione dev’essere quanto più possibile affine a un esperimento, deve poter essere riproducibile. Io ho dato un’interpretazione del pensiero di Lovecraft, ma l’ho fatto basandomi su quanto Lovecraft stesso aveva scritto. Chiunque può recuperare lo scritto in questione e “riprodurre” il percorso della mia opinione (magari giungendo a conclusioni diverse).
Ma se io dicessi: “la penso così e tale pensiero scaturisce dal fondo della mia anima di essere umano unico e inimitabile”, che valore avrebbe? Avrebbe valore solo ed esclusivamente per me.
Le opinioni devono essere motivate, avere una base. Che non necessariamente è scientifica, se, per esempio, discutiamo di teologia i principi base non sono scientifici. Se parliamo di letteratura la base è appunto quanto scritto dai vari autori. Il punto è che tale base dev’esserci.
Mi scuso per il lungo OT.

31 ottobre 2007 16.33  
Anonymous Andrea ha detto...

Mi pare si rischi di confondere la coerenza e la credibilità interna, che ogni buon romanzo deve naturalmente avere, con la scientificità che, a mio parere, è imprescindibile nella saggistica di settore o, forse, nella fantascienza hard ma non di certo nella letteratura fantasy.
Voglio dire che sarebbe come cercare l'elemento magico in un noir o i viaggi nel tempo in un romanzo rosa. Sia chiaro, le commistioni sono sempre possibili ma non devono essere confuse con gli elementi imprescindibili.

31 ottobre 2007 16.44  
Anonymous by Ax ha detto...

[...]Discuto nella speranza (vana?) di scambiare idee. Un’idea è buona tanto più è definita, precisa, e circoscritta."
Bè, inserita tra parentesi hai già giudicato i partecipanti per un eventuale scambio di idee; naturalmente sempre nella tua logica di discussione. Per quanto mi riguarda, capita di discutere per cercare di scoprire nuove idee e, perchè no, cambiare le mie; questo comporta un lavoro di sottrazione su se stessi. Mi tolgo di dosso quello che so e cerco di immedesimarmi in quello che mi viene sottoposto. Questo intendo per scambio di idee, ma soprattutto non parlerei di idee perchè le sottintende come espressione della mente, mentre, come avrai capito, prediligo l'essenza dell'individuo con le sue percezioni. Insomma, non voglio avere nessun preconcetto di realtà affrontando un’opera fantastica, soprattutto perché mi voglio godere la storia ideata dall’autore e dal suo mondo. E non parlo di lasciar passare tutte le idiozie possibili e immaginabili, sia chiaro.
Comunque, niente di male, significa solo che puntiamo a cose diverse.
Mi scuso anche io per l'OT, ma credo, comunque, sia attinente alla discussione, soprattutto perché restituisce un po’ di significato a quel quando della domanda iniziale, trasformandolo in un come e perché vengono ricercati fantasy più scientificamente curati. Scusandomi per la ridondanza, sto parlando di sensibilità, scientificamente difficile da replicare.

31 ottobre 2007 17.42  
Blogger Fabrizio Valenza ha detto...

Scusami Gamberetta se ti cito.
"Ma se io dicessi: “la penso così e tale pensiero scaturisce dal fondo della mia anima di essere umano unico e inimitabile”, che valore avrebbe? Avrebbe valore solo ed esclusivamente per me."
Per me è proprio qui la questione del tuo non percepire uno scambio di idee: ognuno di noi sta esprimendo la sua idea, alcuna la si condivide, altre no. Detto questo nessuno di noi pensa che i principi personali di cosa sia una "buona idea", come dici tu, debbano valere per gli altri.
Sei molto rigorosa nei ragionamenti, ma il problema - per quel che mi riguarda - è che lo sei troppo. Usi troppo la testa, poco il cuore. Per apprezzare un romanzo, secondo me, ci vuole di più il cuore.

Riguardo all'appunto sulla mia presunta confusione relativa al matematico, credo sia tu ad aver fatto ancora confusione: io ho detto semplicemente che il ragionamento del matematico è la morte della letteratura. Non altro.

Fabrizio

31 ottobre 2007 17.47  
Anonymous Anonimo ha detto...

Grazie Gamberetta.
Solo due rapide risposte altrimenti il padrone di casa mi caccia (sto abusando dell'ospitalità, ma l'argomento mi prende troppo).
Sui dialoghi, a mio avviso la psicologia c'entra ma non esaurisce il discorso. La frase "Pupa sei uno schianto stasera" può essere considerata più o meno verosimile a seconda che si consideri, oltre alla psicologia del personaggio che la pronuncia, anche l'ambiente (un bar fumoso nella Chicago degli anni 50, oppure l'accampamento della cavalleria di Timur-Leng), oppure il periodo in cui l'autore di quel dialogo è vissuto e gli stili narrativi all'epoca noti ed utilizzati.
Ma questo ci porterebbe lontano e fuori tema.
Quello che voglio dire è che, anche a voler ipotizzare la stessa psicologia e la stessa ambientazione, se io oggi facessi recitare ad un personaggio di un mio romanzo noir quella battuta, sarei il primo a censurarmi perché la troverei ridicola.
Perché nella prosa di un autore americano hard-boiled di oltre cinquant'anni fa è verosimile?
Secondo me lo è solo perché io, noi, vogliamo credere che lo sia, sospendendo il nostro giudizio di verosimiglianza per godere del resto.

Quanto al secondo argomento, a me sembra che si stia confondendo la rappresentazione grafica dell'idea teorica di oggetto quadridimesionale con l'oggetto stesso. Mi spiego.
So che esiste un modo di rappresentare in forma grafica l'idea di quadridimensionalità.
Solo non credo che Lovecraft abbia fatto questo nei suoi racconti.
Di un cubo possiamo avere esperienza diretta e, per quanto non fedele al 100%, la sua riduzione bidimensionale ci appare corretta. Ma qui non stiamo parlando di rappresentazioni grafiche al fine di comprendere cosa sia la iperdimensionalità, bensì di prosa, di narrativa.
E per questo torno a ripetere che una città iperdimensionale non può essere descritta più o meno correttamente (questo è altro, ripeto, dal desrivere correttamente in forma grafica l'idea di iperdimensionalità).
Semmai può apparire più o meno verosimile.
Prendi le invenzioni di Mieville.
In che modo è verosimile o corretta l'idea della "Spada possibile"?
Mieville ci dice che si tratta di un motore di realtà alternative in forma di arma. E' sostanzialmente una spada che colpisce l'avversario in più modi possibili, anzi in tutti i modi possibili (ed è assolutamente geniale il corollario che ne fa derivare: bisogna saperla usare una spada così, non si deve essere troppo precisi negli affondi, più imprecisi si è, più danni si fanno).
Questa idea, a prescindere dalle implicazioni (pseudo)scientifiche da cui trae spunto è, per me, affascinante e non banale, ma non potrò mai giudicarla corretta.

Ciao
Agent

31 ottobre 2007 18.11  
Blogger Gamberetta ha detto...

@Andrea. Non confondo. Nel “Pianeta delle Scimmie”, il fatto inconcepibile, incredibile, “fantastico” è l’apparizione di un uomo intelligente. La cosa funziona perché nel “Pianeta delle Scimmie” è stato stabilito come regola che siano le scimmie e non gli esseri umani ad avere intelletto.
Quando dico che un autore dev’essere scientifico, non vuol dire che debba “copiare” le teorie scientifiche e la tecnologia terrestre, ma solo che debba avere un certo tipo d’approccio. In “Universo Incostante” di Vernor Vinge la velocità della luce non è costante e varia da luogo a luogo, e tuttavia la narrazione è sempre coerente e “scientifica”, in qualunque punto ci si trovi.
Non ho alcun problema con un autore che stravolga le regole, ho problemi con gli autori che non vogliono regole (spesso neanche quella di non avere mai regole). Questi autori piegano o inventano le regole in base alle loro necessità, di scena in scena, come più fa loro comodo.
L’altro punto che sfugge è che è molto più semplice rimanere aderenti alle leggi fisiche e logiche nostre e inserire con parsimonia elementi fantastici, piuttosto che inventarsi da zero nuove leggi. È un lavoro enorme, e nove volte su dieci porta solo a incoerenze e paradossi, solo perché in una tale scena non si sa come salvare il protagonista se non con la “magia”.

@Agent, purtroppo non ho letto Mieville (anche se è in lista d’attesa) e perciò non posso commentare sulla spada. Per la città iperdimensionale non saprei che altro dirti: ripeto, non ho un’adeguata preparazione matematica per scendere nei particolari. Parlerei solo a vanvera. O ti fidi dell’opinione del matematico, o ne devi trovare un altro che ti spieghi (e/o ti dia ragione).

@Fabrizio, partiamo dal matematico: non capisco come possa essere la “morte della letteratura”. Lui è matematico e rileva in un racconto l’influenza della scienza che studia. Cosa dovrebbe fare altrimenti un matematico? Se fosse un appassionato di pesca, magari metterebbe in risalto la somiglianza degli uomini-pesce con il tale anfibio. Dove sia la morte di chicchessia proprio mi sfugge.
E ora il genere di frasi che mi fanno andare in bestia: “Per apprezzare un romanzo, secondo me, ci vuole di più il cuore.” PERCHÉ? Su quale base? Perché lo dici tu? Cos’è il “cuore”?
“Secondo me tu hai torto e avrai sempre torto e qualunque cosa dirai sarà sbagliata.” Parlando così che dialogo ci può essere? Come si fa a dialogare senza usare il ragionamento?
D’accordo, ognuno esprime la sua bella opinione, e poi? Se non ci sono ragionamenti a supportare le opinioni come si stabilisce quale opinione tenere da conto? Perché alla fine di tutto il percorso c’è da scegliere se investire 20 euro (e ore di tempo prezioso) in un romanzo piuttosto che un altro. Se non ci sono criteri, cosa discutiamo a fare? Uno vale l’altro. Il romanzo più brutto, inverosimile e sgrammaticato ha lo stesso valore di quello più bello, realistico e scritto bene, basta che sia l’opinione di qualcuno.

Ciò detto, e constatato che in apparenza solo io mi pongo un certo tipo di problema riguardo al rigore delle argomentazioni, levo le tende da questa conversazione, dato che la mia opinione l’ho già ampiamente espressa.

1 novembre 2007 2.44  
Anonymous by Ax ha detto...

Il fatto che tu ti chieda cos'è il cuore è già di per sè una risposta. Ce l'hai anche tu, ma probabilmente non te ne fidi perchè per viverlo aspetti che qualcuno te lo spieghi.

Mi sembra di capire che per te le risposte siano più importanti delle domande. Se non ne trovi, invalidi tutto.
Io, invece, continuo a sperare che di domande l'uomo continui a farsene, e molte, e si illuda di trovare risposte.
L'arte, come la scienza, tenta di abbracciare ogni cosa proprio perchè c'è sempre qualcuno che si pone domande. La differenza sostanziale è che la prima supera se stessa nell'espressione della creazione, indipendentemente dal risultato (sappiamo che alcuni artisti sono stati riconosciuti tali solo dopo la loro morte), la seconda, invece, tende a perdere interesse nella domanda se non dimostra che abbia un senso.
Sembrerà azzardato, ma chi ci rimette di più, soprattutto sulla propria pelle, sono proprio gli artisti che, quando tali, non si risparmiano in nulla mettendo sul piatto tutto ciò che sono, e non solo quello che sanno.
Una differenza sottile come l'Universo.
Di conseguenza, mi spiace che tu abbia deciso di levare le tende, ma rispetto la decisione.

Per restare in discussione: Quando i lettori hanno cominciato a ricercare dei fantasy più scientificamente curati?? quando hanno cercato solo risposte, non da loro, ma dagli altri.

1 novembre 2007 8.28  
Blogger Spirito Giovane ha detto...

Senza entrar troppo nel merito di chi io sia: un lettore. Ho letto La Rocca Dei Silenzi. Ottimo. Non solo come libro, ma anche come esempio di ciò che sto per dire.

Quando i lettori hanno cominciato a ricercare dei fantasy più scientificamente curati?
Io credo che il quando non sia una data precisa, ma piuttosto quel momento in cui i lettori hanno cercato un senso nelle opere, anche quelle fantasy.
Ricordo il Signore degli Anelli. Esplicitamente e più volte Tolkien ricordò che i suoi libri non erano allegorici. Ma comunque mostrano parte di una coscienza cristiana inserita in un contesto pagano. Tolkien dava più di un senso alle sue opere, un senso molto velato e molto nascosto, come quello cristiano o un senso più visibile, come quello di ridare mitologia alla sua patria oppure di trovare un retroterra per i suoi esperimenti linguistici.
Così allo stesso modo altri autori danno senso alle proprie opere. Un senso che prende un'accezione strana: è il perchè un uomo debba scrivere un libro di tale genere, il perchè un uomo debba leggere tali scritti, il perchè esista il fantasy.
Superficialmente, il fantasy viene ritenuto evasione senza senso, senza profondità. Profondità che in realtà esiste.
Ho letto il ciclo di Landover di Brooks. Mi ha entusiasmato molto questa storia ed è proprio un'allegoria, sempre a mio parere, di ciò che fa il fantasy per qualcuno: ti porta altrove. Quello era il senso di Landover, anche se poi aveva molte ricadute differenti e più ampie. Molto più ampie e non immediate, a ripensarci.
Nella Rocca Dei Silenzi ho sentito che c'era un senso ulteriore al fantasy: la manipolazione genetica. Questo era il senso, ulteriore al fantasy.
Ma chi non trova senso nelle opere cerca la via immediata: la scienza.
Perchè, sempre nella mia idea, è il modo più rapido e meno faticoso per trovar senso. Se infatti guardiamo un attimo a tutti i creati sci-fy/fantascientifici/scientifici odierni, si nota che vi è estrema semplicità a sviluppare il futuro o la scienza. Una facilità a creare situazioni scientifiche, mondi futuristici e ambienti sci-fy.
Al contrario oggi scrivere fantasy e leggere fantasy è diventato più difficile. Perchè molte persone vedono nel fantasy solo una mera evasione, purtroppo. E a mio parere su alcuni autori hanno ragione. Mentre su altri no.
Il Fantasy si evolve, ogni libro lo porta avanti o indietro.
Alcuni libri scelgono una via facile: la scienza. La scienza per spiegare tutto. Per spiegare perchè accadono certi eventi.
Altri scelgono una via più difficile e più variegata.
Nella mia idea l'importante è che nè lo scientismo nè altre correnti prendano il sopravvento. Il fantasy può assorbire eventi e situazioni da ogni altro ambito letterario o quasi: fantascienza, romanzi psicologici, gialli classici o moderni gialli scientifici, eccetera. Il punto è che il genere deve rimanere Fantasy e non assoggettarsi ad altro, ma utilizzare tutto ciò che prende in prestito per dare maggior senso a ciò che propone. Perchè, sempre e solo a mio parere, un'opera senza senso, senza una reale causa di esistenza (concreta o astratta che sia) rimane vuota e vacua.

Umilmente,
Spirito Giovane a.k.a. Daniele

1 novembre 2007 17.04  
Anonymous Andrea ha detto...

Gamberetta, allora quella che cerchi tu è semplicemente quella che io definisco coerenza, onestà, ciò che consente al lettore di sospendere l'incredulità. Beh, questo però non ha nulla di scientifico, è il minimo che ci si possa attendere da uno scrittore.

1 novembre 2007 18.59  
Blogger Federico Russo "Taotor" ha detto...

Penso che la risposta migliore sia quella di Spirito Giovane Daniele. Ha ragione, e mi ha fatto riflettere su alcune cose. :)

1 novembre 2007 19.04  
Blogger Spirito Giovane ha detto...

Sono felice che qualcuno condivida la mia idea. Mi sono trovato più volte a cercare di capire perchè mai la fantascienza o la scienza siano più facili del fantasy, ma non vi ho ancora trovato ragione sicura. Non demordo, comunque.

Spirito Giovane a.k.a. Daniele

1 novembre 2007 21.19  
Anonymous by Ax ha detto...

Daniele, hai riassunto bene quello che in molti stavamo sostenendo. Il senso è operazione più alta da ottenere rispetto agli strumenti a disposizione dell'autore e del lettore. Quando non viene sentito è indubbiamente più facile attaccare uno scritto, perchè quelle che restano sono unicamente argomentazioni oggettive.
Nonostante questo, però, non vedo la fantascienza più facile del fantasy. O meglio, non tutta la fantascienza punta a servire se stessa. Uno degli autori che ho letto con maggior gusto è stato Isaac Asimov. Mi ha letteralmente trascinato nel suo mondo e nella meraviglia che deve procurare l'universo. E' altresì vero che la scienza da lui espressa nei romanzi non è il centro dell'opera, ma quasi un contorno solidamente leggero, che resta al serivizio della narrazione e la accompagna come un buon genitore, senza opprimerne l'estro. E come Asimvov, tanti altri ne sono esistiti e, immagino, ne esisteranno sempre.
Alla luce di questo si rafforza ancora di più in me il sentire l'insieme delle forze messe in campo tra le pagine di un libro fantasy, come vero traguardo a cui tendere, abbracciando anche quelle parti scientificamente imprecise che potrebbero minarne l'esito, ma che non ne intaccano il senso.

3 novembre 2007 10.22  
Blogger Spirito Giovane ha detto...

"E' altresì vero che la scienza da lui espressa nei romanzi non è il centro dell'opera, ma quasi un contorno solidamente leggero, che resta al serivizio della narrazione e la accompagna come un buon genitore, senza opprimerne l'estro." Asimov non è di certo uno che ha scelto una via semplice per raccontare la Fantascenza.
Io comunque non mi riferivo solo ai libri quando ho citato i creati fantascentifici, ma soprattutto la televisione. Il fatto che il fantascentifico surclassi di molto il fantasy in televisione mi fa pensare che inventarsi una storia di fantascenza sia oggi più semplice.
Per quanto riguarda l'approccio dei lettori al fantasy, credo sia sicuramente meno positivo rispetto alla fantascenza. Avendo nella mia vita diretto contatto con la vendita dei libri, posso dire che non c'è commercio per ora in italia di libri fantasy se non nelle librerie delle grandi o medie città.
Tornando al tema principale, se nel fantasy alcuni cercano delle parti scentifiche più accurate è a mio parere perchè non vedono il senso più ampio oppure perchè il senso più ampio non c'è. Non mi vado di certo a chiedere come scientificamente accadano certe cose nei fantasy come magie o abilità straordinarie di certi personaggi. Ciò nonostante io credo che un certo pizzico di senso scientifico non guasterebbe in un romanzo fantasy.
E' vero che molte volte le parti di un romanzo scientificamente imprecise non intaccano il senso di un opera, ma se qualche volta si desse al lettore un briciolo di scienza in più forse si completerebbe maggiormente il senso della stessa opera. In conclusione, io vedrei molto bene degli impianti scientifici in un romanzo fantasy purchè non sostituiscano il senso maggior o centrale dell'opera.

Spirito Giovane a.k.a. Daniele

3 novembre 2007 18.14  
Anonymous Viviana ha detto...

A me pare che si sia perso di vista un punto fondamentale e cioé che il tipo di letteratura di cui stiamo discutendo è FANTASY.
Vogliamo provare a dare una definizione di Fantasy? Impossibile,non c'e' definizione esatta o corretta che possa racchiudere questo genere poiché all'autore che decide di intraprendere la strada del fantastico tutto è permesso e tutto è concesso.

Se Tolkien avesse deciso di far volare un asino agitando la coda, quindi senza ali, cosa vi saresti messi a dire? "ah bhe ma secondo la Fisica è assolutamente impossibile!" oppure "con la coda? ma scherziamo? e come fa a planare/spiccare il volo ecc..."
bhe a mio avviso è quando permettiamo a queste domande di esistere che arriva il momento di cambiare genere e smettere di leggere Fantasy!

Che poi ognuno di noi preferisca un determinato filone di questo genere letterario (es: fantasy-medievale, fantasy-celtico ecc..)è un conto, ma che qualcuno si lagni perché le tecniche da spadaccino del personaggio X non si confanno a quella che è la corretta tecnica del fioretto ( per esempio) e allora NO RAGAZZI, non ci sto!

Direi comunque che il concetto principale del mio discorso si potrebbe riassumere in una semplice frase:

CHI SA FA, CHI NON SA FARE PARLA.

3 novembre 2007 20.02  
Anonymous by Ax ha detto...

Bah, Viviana... la maggior parte delle persone che sono intervenute la pensano come te, quindi non capisco a chi sia rivolta la sfuriata. :)
Non concordo su: "[...] tutto è permesso e tutto è concesso", ma il discorso sul cavillo tecnico rispetto all'interezza era stato agilmente scavalcato da molti, arrivando alla tua stessa conclusione.
In merito all'ultima frase potrei concordare, ma preferisco non farlo per non sminuire chi è intervenuto alla discussione, me compreso.
Peace & Love. :)
Alex

3 novembre 2007 21.03  
Blogger Federico Russo "Taotor" ha detto...

Sull'impossibilità di definizione di Fantasy (dove per "definizione" si intende la "canonizzazion" del genere) non sono d'accordo con Viviana. Difatti ho colto l'occasione per scrivere, a riguardo, un articoletto sul mio blog.

4 novembre 2007 14.26  
Blogger Bruno ha detto...

Il lettore fantasy è stato corrotto nell'animo? Forse. Qualcuno. Se vuoi la mia, il gioco di ruolo può aver corrotto molti, che hanno esagerato a cercare la formula che dà razionalità al mondo, dimenticandosi la fantasia, e uccidendola.
Però NON è corruzione pretendere una coerenza interna (fantastica finché si vuole) e una trama che proceda senza svarioni poco credibili.

6 novembre 2007 21.38  
Anonymous Andrea Longhi ha detto...

Ciao Andrea

scusa il ritardo.
Non sono tipo da far pezzi interminabili che mai verranno letti.

La mia teoria è che il genere fantascientifico e fantasy essendo stati sfruttati per l'intrattenimento sono diventati "territorio" di gente che non distingue un romanzo da un videogioco.

Esempio: come sai faccio l'illustratore per dei giochi di ruolo, pensa che un ragazzo si è incazzato perchè nella dedica non gli ho disegnato un personaggio ceh io stesso ho creato esattamente com'era all'interno del libro "perchè non ha l'arma fatta così"

"il lettore corrotto" una nuova patologia...

21 novembre 2007 18.15  

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