Umiltà
Oggi sono troppo stanco per scrivere, tradurre o anche soltanto leggere. Il poco sonno di questa notte mi costringe ad arrancare nella speranza che l'ora di coricarsi giunga presto e che il riposo sia sereno e rigenerante.
Così, rifletto. Costa meno fatica e mi permette di stare immobile a scrutare la collina deturpata dalle ruspe, che un tempo allietava con il suo verdeggiare le mie pause in ufficio. Non è più un bel panorama. Anche il suo parziale conforto si è infine trasformato in desiderio d'astrazione.
Stamani mi è tornato in mente Tolkien e la sua lotta intellettuale per sconfiggere il cancro dell'industrializzazione selvaggia. E del Maestro m'è tornato alla mente il modo di vivere la scrittura e trasporre la vita in modo guidato.
Di pensiero in pensiero, sono infine arrivato a comprendere che per molti autori il vero salto di qualità avviene quando, in pochi attimi di sublimazione, maturano la consapevolezza che i frutti più dolci dei loro sforzi narrativi non è cosa terrena. Un momento perfetto, perché non è da tutti accettare che le parti migliori delle proprie creazioni letterarie non siano, in realtà, proprie. La farina viene da un altro sacco ed è difficile riconoscerlo e percepirlo in modo chiaro, fin nel midollo. Il vero salto avviene dopo un lungo periodo di sospetto e gestazione, durante il quale lo scrittore pensa e riflette in svariati modi all'ispirazione. E così che s'imbatte, ad esempio, in brani scritti di proprio pugno di cui non ricorda la provenienza e che sente troppo grandi perché gli appartengano davvero, in piena umiltà e affatto sorpreso.
A me è capitato, più di una volta. Ho riletto qualche passaggio e mi sono chiesto se davvero fossi stato io a scrivere quelle parole. Da un po' di tempo a questa parte conosco la risposta.
No.
Esiste un legame invisibile tra scritto, umano e divino. Un legame che per lungo tempo resta impercettibile, che poi diviene percettibile in modo confuso e che, infine, sboccia in una consapevolezza meravigliata. Quando ciò avviene, di solito lo scrittore cambia registro. Le parole sono dosate e la ricerca non è più volta all'effetto, ma all'essenza. Sempre all'essenza, senza posa.
In tutta franchezza, a me sta accadendo esattamente questo, per la prima volta in vita mia.
Per la prima vera volta so che non sono più solo di fronte alla pagina bianca. Mi sento guidato nel mio processo di crescita interiore. E guardo al passato come a una lunga sequela di coincidenze che non erano tali e che ho interpretato male, privo dello strumento ultimo per capire: l'esperienza.
E' vero, non più tardi di un mese fa ho scritto della faticosa solitudine dello scrittore. Mi riconosco in quel sentimento opprimente. Sono umano e fallace. A momenti fragile. A tratti presuntuoso. A volte poco caritatevole perfino con me stesso. Il sentiero si snoda ancora lungo di fronte a me, verso orizzonti che non riesco a sondare. E la sua estensione talvolta mi fa chinare il capo, per stanchezza interiore.
Ma ora so che ciò che voglio vivere e assaporare è il presente. Nel bene e nel male, sapendo che nulla è a caso. Conscio che anche i dolori più acuti infine hanno un senso. Basta volersi bene e darsi il tempo per comprenderli a fondo.
Non c'è condanna peggiore di una mente che rifiuta il cuore e l'anima.
La mia salvezza è nel prossimo, che di giorno in giorno mi mette di fronte ai limiti che minano la mia grandezza di essere umano. La stessa grandezza del prossimo - e che sia più avanti o più indietro di me poco importa, il sentiero che calchiamo è lo stesso.
Guardandomi indietro, quindi, scopro che gli autori che ho amato e amo tuttora sono illuminati dal rapporto che intercorre tra l'umano e il divino. Scritti ricchi di senso, che non hanno paura di guardare alla vita come una via verso la conoscenza, che non temono la derisione del povero di spirito.
E, nella mia ignoranza, meno crassa d'un tempo, li amo per una questione di affinità.
Come scrissi tempo fa, ancora una volta senza rendermi conto appieno di ciò che stavo pensando, “credere fa la differenza”.
Non c'è nulla che possa scalfire la propria umiltà, quando viene dalla consapevolezza di essere tramite.
Siamo esseri carezzati da qualcosa che è più grande di noi, nonostante la nostra essenza sia infinita.
Così, rifletto. Costa meno fatica e mi permette di stare immobile a scrutare la collina deturpata dalle ruspe, che un tempo allietava con il suo verdeggiare le mie pause in ufficio. Non è più un bel panorama. Anche il suo parziale conforto si è infine trasformato in desiderio d'astrazione.
Stamani mi è tornato in mente Tolkien e la sua lotta intellettuale per sconfiggere il cancro dell'industrializzazione selvaggia. E del Maestro m'è tornato alla mente il modo di vivere la scrittura e trasporre la vita in modo guidato.
Di pensiero in pensiero, sono infine arrivato a comprendere che per molti autori il vero salto di qualità avviene quando, in pochi attimi di sublimazione, maturano la consapevolezza che i frutti più dolci dei loro sforzi narrativi non è cosa terrena. Un momento perfetto, perché non è da tutti accettare che le parti migliori delle proprie creazioni letterarie non siano, in realtà, proprie. La farina viene da un altro sacco ed è difficile riconoscerlo e percepirlo in modo chiaro, fin nel midollo. Il vero salto avviene dopo un lungo periodo di sospetto e gestazione, durante il quale lo scrittore pensa e riflette in svariati modi all'ispirazione. E così che s'imbatte, ad esempio, in brani scritti di proprio pugno di cui non ricorda la provenienza e che sente troppo grandi perché gli appartengano davvero, in piena umiltà e affatto sorpreso.
A me è capitato, più di una volta. Ho riletto qualche passaggio e mi sono chiesto se davvero fossi stato io a scrivere quelle parole. Da un po' di tempo a questa parte conosco la risposta.
No.
Esiste un legame invisibile tra scritto, umano e divino. Un legame che per lungo tempo resta impercettibile, che poi diviene percettibile in modo confuso e che, infine, sboccia in una consapevolezza meravigliata. Quando ciò avviene, di solito lo scrittore cambia registro. Le parole sono dosate e la ricerca non è più volta all'effetto, ma all'essenza. Sempre all'essenza, senza posa.
In tutta franchezza, a me sta accadendo esattamente questo, per la prima volta in vita mia.
Per la prima vera volta so che non sono più solo di fronte alla pagina bianca. Mi sento guidato nel mio processo di crescita interiore. E guardo al passato come a una lunga sequela di coincidenze che non erano tali e che ho interpretato male, privo dello strumento ultimo per capire: l'esperienza.
E' vero, non più tardi di un mese fa ho scritto della faticosa solitudine dello scrittore. Mi riconosco in quel sentimento opprimente. Sono umano e fallace. A momenti fragile. A tratti presuntuoso. A volte poco caritatevole perfino con me stesso. Il sentiero si snoda ancora lungo di fronte a me, verso orizzonti che non riesco a sondare. E la sua estensione talvolta mi fa chinare il capo, per stanchezza interiore.
Ma ora so che ciò che voglio vivere e assaporare è il presente. Nel bene e nel male, sapendo che nulla è a caso. Conscio che anche i dolori più acuti infine hanno un senso. Basta volersi bene e darsi il tempo per comprenderli a fondo.
Non c'è condanna peggiore di una mente che rifiuta il cuore e l'anima.
La mia salvezza è nel prossimo, che di giorno in giorno mi mette di fronte ai limiti che minano la mia grandezza di essere umano. La stessa grandezza del prossimo - e che sia più avanti o più indietro di me poco importa, il sentiero che calchiamo è lo stesso.
Guardandomi indietro, quindi, scopro che gli autori che ho amato e amo tuttora sono illuminati dal rapporto che intercorre tra l'umano e il divino. Scritti ricchi di senso, che non hanno paura di guardare alla vita come una via verso la conoscenza, che non temono la derisione del povero di spirito.
E, nella mia ignoranza, meno crassa d'un tempo, li amo per una questione di affinità.
Come scrissi tempo fa, ancora una volta senza rendermi conto appieno di ciò che stavo pensando, “credere fa la differenza”.
Non c'è nulla che possa scalfire la propria umiltà, quando viene dalla consapevolezza di essere tramite.
Siamo esseri carezzati da qualcosa che è più grande di noi, nonostante la nostra essenza sia infinita.
Etichette: Letteratura, Scrittori, Vita



20 Commenti:
Sono parole sorprendenti quelle di oggi, e inaspettate. Non vorrei però che ti portassero dove, forse inconsapevolmente, lasci intendere puntino... ma sono sicuro di aver abbastanza frainteso il senso del post.
Non riesco a capire il tuo commento, Luqa. Se mi spiegherai meglio, ti risponderò volentieri... se in grado.
Grazie di essere passato di qui per la prima volta, in ogni caso.
Non vorrei trovarmi nella situazione da aforisma di Wilde, "Tutte le volte che altri sono d'accordo con me ho sempre la sensazione di avere torto", ma ahimè, se la ragione è dei fessi, caro Andrea, mi dispiace, ma sei fesso. :D Concordo sinceramente con te.
Sarà anche sorpassata come cosa, ma forse un po' tutti gli scrittori che amano ciò che fanno hanno l'impressione di trovarsi in qualcosa di grande, in un "giro" divino. Io personalmente, non essendo molto "tecnico" nel campo, lo chiamo Flusso del Racconto, quella sensazione che provi quando imponi alla storia una situazione innaturale, e dunque cambi idea e lasci che una mano superiore ti guidi. Talvolta non mi sento scrittore, ma profeta, quasi, e succede a tutti, probabilmente. Profeti dell'Iperuranio. Perché sento che non invento alcunché, ma prendo e unisco.
Ho sempre voluto approfondire questa cosa, e prima o poi lo farò organicamente, almeno solo per lodare la bellezza e la gloria di quest'arte, crogiolandomi nei miei pensieri da profondo ignorante di questo profondissimo mondo.
Ultimamente sto rileggendo Albero e Foglia, più precisamente il saggio di Tolkien sulle fiabe. E ora sento rinnovato amore per il Nonno. :D E vorrei commentare e approfondire, ma non voglio abusare del tuo spazio - lo farò sul mio, blogger, che ho appena aperto.
E ancora, c'è quel qualcosa che molti scambiano per destino, altri per Dio, altri coincidenze. Vorrei discuterne, ma finirei per divagare e riempire la pagina.
Rimando, dunque, e attendo le risposte degli altri, per condividere e analizzare. :)
Non è la prima volta che passo nè la prima volta che ci scriviamo Andrea, è solo il primo commento che lascio in questo tuo spazio :)
Anche a me è capitato quello che descrivete sia tu sia Taotor: non scrivendo, poichè mi lusingo di scrivere un libro ma ancora non ho avuto la "congiuntura" esatta per iniziare a farlo sul serio (e mi gingillo annotando dettagli ed elementi). Mi avveniva quando masterizzavo partite di AD&D e ancora più spesso quando stendevo documenti di game design. Imbrocchi l'idea buona, e senti che si esprime da sola... apparentemente senza bisogno di un tuo sforzo, sembra che ti esca dalle dita/dalla bocca/dalla mente/dal cuore tutta assieme, come la catena di foulard annodati di un prestigiatore, e ti chiedi "da dove viene tutta questa roba?". E sì, come avete detto voi, la rileggi dopo un pò di tempo e dici "non posso averla scritta io". Diceva non so chi, forse Michelangelo, che la scultura è già presente nel blocco di pietra e allo scultore non sta che l'umile compito di svelarla. Provava forse lo stesso trasporto, la stessa euforia nel lasciar andare le mani in modo quasi automatico, e nell'osservare l'opera svelarsi in maniera autonoma... così come voi, noi, vediamo svelarsi una storia, un mondo, che esce da noi.
Quello che volevo dire, Andrea, è che mi è capitato di vedere persone che, a un certo punto della loro vita - solitamente durante o dopo aver attraversato un periodo buio - si trovano attratte e legate alla fede. Al divino. Più che altro, a un misero mercimonio "io credo ==> tu aiutami".
Quello che volevo dire, in poche parole (ne ho già spese troppe), è che... a volte chi si avvicina a questo presunto "divino" perde completamente la sua obiettività, la sua visione delle cose, per abbracciarne un'altra che non so da dove arrivi. E' successo qualcosa di simile alla direttrice di una testata giornalistica "libera" che seguivo con molto interesse... prima di "questo".
Io non credo che c'entri Dio nei mondi che noi inventiamo. Ho letto da qualche parte che il pallino per l'inventarsi mondi, storie, racconti è un nostro atavico bisogno di scimmiottare un Creatore. Non mi interessa, mi basta il piacere che provo nell'immergermi nella visione di altri, e nel tentare di creare una visione mia in cui altri possano entrare. Penso che gli episodi in cui le idee escono spontaneamente da noi siano segnale del fatto che sono idee davvero valide: così azzeccate che le costruiamo senza nessuno sforzo, perchè perfettamente coerenti in sè stesse e validi vettori del sentimento che in quel momento ci pervade e vogliamo trasmettere.
" Più che altro, a un misero mercimonio "io credo ==> tu aiutami". "
E' sempre così, ed è così che anche chi dice di credere si scoraggia e fa il Giobbe. Bisogna accontentarsi, come diceva Andrea nell'intervento precedente, e apprezzare il bene che si riceve. Ma non voglio divagare... :P
Come scrissi tempo fa, ancora una volta senza rendermi conto appieno di ciò che stavo pensando, “credere fa la differenza”.
Io posso confermare pienamente le tue parole. La differenza c'e',ed è cosi significativa e tangibile che spesso mi domando come ho potuto farne senza per 26 anni.
Siamo un tutt'uno..solo riconoscendolo ed accettandolo ne uscirà qualcosa di buono. La completezza rende più forti.
"Il Cuore immagina,la mente riordina e l'uomo crea" :)
Caro Luqa, so perfettamente chi sei. ;) Era un benvenuto nel mio blog.
La mia direzione resta la medesima di sempre e come tale la mia obiettività (sempre che si possa considerarmi obiettivo).
Ti chiedo, può l'evoluzione di un individuo essere considerata "schiavitù"? Potrà il mio pensiero, in futuro, essere considerato meno libero di prima? E in base a cosa?
La mia evoluzione è innata, è cosa naturale, perché il cambiamento è l'essenza di un individuo come me, che usa riflettere, ammantandosi di dubbi. Se fossi dedito all'immobilità, in molteplici sensi, sarei già morto. Ebbene, ora sono più vivo che mai!
Poi, certo, giudicherai tu come il mio cambiamento influenzerà i miei scritti e se sarà di tuo gradimento.
Una cosa è certa: non è un mercimonio. Anche perché, come Federico sottolinea dopo il tuo intervento, io non sto pensando affatto a un "io credo, tu aiutami". Il mio è "io credo e accetto". Cosa molto diversa, profondamente diversa. Anzi, cosa praticamente contraria a quanto tu temi.
La mia vita è difficile, in questo periodo. Ma accanto al dolore, vivo anche grande gioia. Non baratto la mia obiettività, bensì centro maggiormente me stesso.
E fa' attenzione a sottovalutare il dolore e considerarlo deviante in senso negativo. Il dolore, se vissuto con coraggio, Luqa, apre gli occhi su alcuni aspetti della vita, anziché chiuderli su altri.
Eheh non avevo capito che avevi capito... e cmq grazie del benvenuto ^_^
Obiettività... non è una parola che appartenga alla condizione umana. E' un concetto teorico, penso. Nessuno di noi è obiettivo, perchè tutti giudichiamo in base a 1) criteri che sono solo nostri, e 2) una conoscenza sempre parziale della situazione che giudichiamo. Solo un calcolatore potrebbe, credo, essere realmente obiettivo; ma poi ci ripenso, e no, nemmeno un calcolatore, visto che i suoi criteri di scelta necessariamente gli vengono insegnati da codice... che è scritto da persone, e ricadiamo nel caso di prima.
Dici, Andrea, "Potrà il mio pensiero, in futuro, essere considerato meno libero di prima? E in base a cosa?". Potrebbe essere considerato meno libero, penso, qualora tu delegassi ad altro la definizione delle tue opinioni: altro che può essere la rassegnazione nichilista, la Fede cieca e sorda, la mania fanatica per qualcosa. Scarto la mania fanatica - sei di gran lunga troppo "evoluto" per rifugiarti in essa - e scarto ormai la rassegnazione, che temevo stesse per prenderti tempo fa (ma le sei sfuggito). Temevo in seguito al tuo post che fosse stavolta la Fede il tranello che avevi davanti (mi accorgo che il mio è un pensiero che si srotola man mano che lo scrivo). Mi è molto dispiaciuto veder cadere nella Fede persone che stimavo... dopo, non sono più riuscito a stimarle nello stesso modo. E sì, parlo della Fede in qualcosa di superiore che ci ha creati, che ci ama, che ci guida alla Sua luce, eccetera. Non disprezzo questo pensiero, anzi lo capisco bene; ma mi dolgo della perdita di "indipendenza cognitiva" che colpisce chi lo abbraccia.
Come ricorderai dalle mail che ci scambiammo, anche io attraversai nel mio piccolo un periodo di grande buio, come ti dissi principalmente autoinferto (ma questo lo vedi solo quando ne esci...), e no, non sottovaluto il dolore, anzi: è proprio lo stare "troppo bene" che porta alla debolezza, al non conoscersi e al cedere quando i primi scricchiolii ti risuonano attorno. A me, la piccola dose di difficoltà che ho avuto ha aperto un pò gli occhi, e come ti scrissi... "meglio una vita vissuta sofferendo, ma viva, che una vita incolore, trascorsa senza provare nulla"... e ne sono ancora convinto. A patto che dalla sofferenza si sappia trarre insegnamento.
Ho sempre saputo trarre insegnamento dalla sofferenza, anche se a volte con un certo ritardo.
Oggi lo traggo ben prima che il dolore mi abbandoni a un rigenerante futuro - che agogno, pur se con animo contrastato.
Ciò che ho voluto esprimere è una mia nuova consapevolezza, quella di essere tramite, a momenti. Non è delegare, ma considerarsi partecipi di qualcosa che compenetra.
Il mio pensiero resterà tale, ma esistono verità che sarebbe presuntuoso considerare proprie, pur essendo espressione della propria esperienza.
Il concetto è sottile e non voglio svilirlo con parole inefficaci. Sento meglio di quanto espongo, in proposito.
Guarda con fiducia alle mie nuove fatiche: saranno volte all'essenza ancor più di quelle passate. E saranno migliori, perché la vita non ha smesso di farmi crescere.
Credo che ogni uomo dotato di sensibilità possa sperimentare quotidianamente questo sentirsi partecipe di qualcosa che lo trascende, lo sovrasta inglobandolo; basta guardare il volto dell'altro (che è l'altro non solo umano), considerarlo, rispettarlo. E' lì, in fondo, che posso scoprire il divino, l'enormità di un tutto davanti al quale sono piccolissimo. Non una nullità però, ma una minima parte che in esso opera. Ben venga questa umiltà poiché è un'umiltà piena di forza
Senza voler mostrarmi io per primo irrispettoso, non credo tuttavia sia corretta e garbata la tesi che adduce luqa. Cioè: la fede in una volontà incondizionata, assoluta e trascendente - ma pure immanente - non implica il totale asservimento della rispondente volontà umana, il cieco affidamento del giudizio a un'indeterminata alterità, lo smarrimento di ogni autonomia critica; l’uomo di fede non è una cariatide passiva, inerte, paludata.
Anche il cristianesimo - e attesto questo, mio sommo malgrado, contro Severino, e anche contro Nietzsche, ma comunque in accordo con Bontadini, Fabro, Barth, e anche con lo stesso Nietzsche... - assume – ma il fatto che lo assuma, e non lo dimostri, perché non lo può dimostrare, è in effetti un punto fondamentale - il libero arbitrio. Se Andrea crede in una simile volontà, e io con lui sono in radicale distonia, tanto empirica quanto teorica – e teoretica - non è comunque pregiudicata in senso meccanicamente deterministico la sua obiettività, la sua libertà, la sua possibilità umana e artistica.
Dicevo inoltre: poiché sono in profondissimo e complessivo disaccordo con quanto Andrea – che secondo me, lo affermo con sincera ammirazione, è in costante e preziosa maturazione - qui descrive, vorrei contrapporre, nella piena stima del suo pensiero, la riflessione estetica del maestro Sbarbaro, o quella, ancora più geniale, ma tanto più oscura, del primissimo Valery.
Feanor
Questo post è stato eliminato dall'autore.
Questo post è stato eliminato dall'autore.
Feanor... ammetto che ho avuto qualche difficoltà a leggere il tuo commento e a capirlo appieno, e non sono nemmeno molto sicuro di averlo compreso del tutto... mi scuso della mia limitatezza, ma scrivi veramente difficile.
Posso concordare sul fatto che la mia tesi - ma più che la tesi penso piuttosto all'esposizione! - sia o sembri sgarbata, ma non era mia intenzione essere sgarbato, voglio rassicurarti. Sul fatto che non sia corretta, potremmo parlarne per giorni, mesi, e non arriveremmo da nessuna parte. Ovvio che se l'ho esposta *per me* è corretta; ovvio che se sei in disaccordo, *per te* non lo è. Correttezza è un punto di vista... come obiettività.
Però nel tuo commento dici tu stesso che, per prendere un esempio, il libero arbitrio è dato per assunto perchè indimostrabile. Tante altre cose sono date per indimostrabili dalle ideologie (senza soffermarmi sul facile bersaglio del Cristianesimo, o dovrei dire con più precisione dalla Chiesa), e a mio modo di vedere questi concetti indimostrabili sono sempre stati limiti, non punti di partenza o lumi che rischiarano la via del pensiero. Limiti perchè se io, nella mia personale ricerca del mio concetto di "realtà" o "verità", finisco per dover affrontare questi pilastri, non vedo perchè dovrei accontentarmi di una spiegazione prefabbricata senza chiedermi se sia rispondente alle mie esigenze oppure no.
Riavvicinandomi al topic e tentando di chiudere il cerchio, come ho scritto più su anch'io ho percepito quel flusso di pensiero che ogni tanto ci percorre e ci rende in grado di portare alla luce cose di cui non ci riteniamo i veri autori. L'impressione è quella, e ognuno (ovviamente) può interpretare l'evento come crede. Ma non vorrei che interpretando l'evento come un "dono superiore", per essere diretti, non si finisse per condizionare tutto il resto nella stessa direzione: la direzione di chi inizia a ragionare per dogmi e verità scolpite ed indiscutibili, cioè - a mio avviso - la direzione di chi smette di ragionare in modo autonomo e inizia ad elaborare concetti come se fosse parte di un'altra mente (quella che ha fissato i dogmi).
Luqa, so perfettamente che la mia scrittura può sembrare difficile, come tu annoti – e confermo che l’impressione è più che giusta. Andrea credo vi si sia già abituato, e forse anche coloro che più assiduamente frequentano questo lido stanno provando ad adattarsi; mi avvedo tuttavia che quando discorro per le prime volte con un estraneo posso agevolmente risultare perturbante. Ma ti garantisco che questa scrittura, insolita e inusitata, non è affettata, o artificiosa, o addirittura – talvolta pure questo mi è stato imputato – derisoria. Semplicemente, manifesta la mia personalità, la mia indole, e veicola, non troppo implicitamente – o così dovrebbe essere nelle mie intenzione – la mia visione estetica e poetica; unitamente a ciò, occorre considerare il fattore, molto più prosaico se vuoi, relativo alla consuetudine, per cui la mia scrittura formale si mantiene anche in questo contesto informale. In realtà, la mia scrittura potrebbe essere assai più chiara, se non dovesse così chiara…questa almeno potrebbe essere una replica di Kant. E l’intervento che ora redigo sarà ancora più arduo del precedente – anche, se non proprio, per tale motivo. Ma te ne accorgerai.
Allora: riguardo all'affermazione che l'obiettività - tanto quanto la correttezza - sia un mero punto di vista, devo dissentire, così come devo dissociarmi dalla tua posizione, tipica del momento pre-dialettico dell'identità contraddittoria fra certezza e verità dell'ineunte iperboreo realismo ingenuo, o dei fisiocrati che anticiparono Leucippo, o del relativismo eristico ed empirico proclamato dai sofisti - più da Protagora che da Gorgia - che conferisce uno statuto esistentivo alla "doxa" - alla propria opinione, che pretende di rivelarsi con la copula del solo significante del proprio soggettivistico predicato. Se non dovessi argomentare in termini rigorosamente razionali – ma, come premettevo, lo devo fare, poiché la mia linea è opposta alla tua, e per prima professa l'oggettività del rigore razionale; inoltre questo mio intervento può rappresentare il modo in cui io agognerei si svolgesse un confronto ideale - potrei concludere che discordo quando tu attesti che, se l'hai esposta, la tua tesi per te è corretta, e, parimenti, se io ho esposto una tesi contraria, tale tesi per me è ugualmente corretta. Riguardo alla questione dell’oggettività, potrei quasi dimostrare che ogni critica può, e perciò deve – e comunque deve almeno tentare - superare e continuare a superare la finitezza della soggettività, del gusto, del parere, per sintetizzarsi nell’assolutezza di un’oggettività non soltanto potenziale, bensì attuale – e in questo senso mi riconosco come un idealista, benché allineato con Schelling più ancora che con Hegel.
Riguardo ai dogmi del Cristianesimo – naturalmente computanti quello del libero arbitrio, e perciò riferiti all’ultima riflessione di Andrea, volta verso una volontà superiore – intendevo precisare che, quando asserisco che tali dogmi non sono dimostrabili – e così permangono pur ponendoli internamente al Cristianesimo stesso - asserisco che non sono dimostrabili nè positivamente, nè negativamente, cioè non sono verificabili, ma nemmeno confutabili, e non sono confutabili neppure - soprattutto, e questo è il nodo decisivo - da una dialettica esterna al cristianesimo – dunque la riflessione di Andrea rimane a suo modo valida. Quali e quanti altri sistemi possono vantare una simile potenza dialettica? La riflessione filosofica cristiana - e particolarmente, sì, quella cattolica - è tutt'altro - al di là di quanto sempre più frequentemente e sempre più erroneamente si crede - una riflessione metafisica in senso cartesiano, cioè apodittica, semmai cerca di essere - e con piena legittimità! - anapodittica. D’altronde, se il ramo continentale della filosofia – cui il pensiero cattolico poteva sembrare aderente - inteso nella sua accezione più puramente denotativa, non sussiste più, è perchè si è infine integrato con il ramo analitico - laddove quello analitico non ha saputo coniugarsi con quello continentale. Poi è in questo modo che la nuova filosofia continentale, in modo apparentemente paradossale, ha oltrepassato, dico definitivamente, la filosofia analitica.
Concludo, divagando un attimo: mi è sorta una curiosità, e, Andrea, se reputi di potertelo permettere, vorrei me la risolvessi. Ho notato solo ora che sono stati cancellati due messaggi, deduco quindi che dovessero essere vergognosamente offensivi. Quello che modestamente vorrei sapere è: erano diretti contro di te come persona, contro di te come autore, contro la tua considerazione, contro i commenti intorno alla considerazione, contro qualche intervento o utente specifico…o che altro?
Feanor
...Luqa, quanto sono stato inutilmente difficile questa volta?
Feanor,
Non posso dire di aver totalmente compreso il tuo intervento nemmeno questa volta: citi troppe fonti, ed essendo io un "tecnico" (diciamo piuttosto: avendo sempre avuto una formazione tecnica) non conosco molto delle fonti che citi. E' comunque una buona occasione per annotarmele e andarmele a vedere (come ho fatto con Sbarbaro e Valery ieri).
Però... però... l'elaborazione di concetti come estensione di altra mente... ci ricadi dentro anche tu ;o)
A parte gli scherzi, voglio dire... con continui rimandi a fonti ed autori, infine ai miei occhi non esprimi un vero e proprio pensiero ma un collage di pezzi di pensieri di altri autori. Niente in contrario; ma mentre tu hai tassonomizzato chiaramente la mia idea, io non saprei nemmeno dire qual è la tua (poichè tratteggiata mediante coloro che ne furono latori). Non mi pronuncio quindi sulla sostanza, in quanto... mi devo limitare alla forma (per buona parte, lo ammetto, per colpa mia).
Riguardo ai commenti cancellati, erano tutti e due miei: era il mio commento che compare alle 19.01, ma essendo stato scritto in Notepad era pieno di interruzioni di riga e l'ho rimaneggiato due volte per riordinarlo (era illeggibile!). Mi scuso XD
Confermo quanto scrive Luqa. I due messaggi precedenti contenevano lo stesso testo dell'ultimo, Andrea.
Riguardo a ciò che ho scritto, è un testo intimo. Nel contempo, proprio per la delicatezza dell'argomento, qualsiasi altra "visione" mi pare altrettanto valida, ma non mia. Inoltre, ritengo non vi sia alcun margine d'intervento per la ragione altrui nel sentore di un'anima.
E' qualcosa che spiego con molta difficoltà perfino a me stesso e rinunciando alle parole. Confrontarmi col prossimo, per quanto arricchente, non porterebbe a nulla.
Mi piaceva l'idea di condividere con voi questo mio vivere. Ma era un condividere, non un mettere in discussione.
Luqa, per evidenti questioni di spazio, di tempo, di contesto, non posso esporre con esaustività il mio pensiero - in verità, non potrei riuscirci nemmeno disponendo di uno spazio e di un tempo dieci volte maggiore di quello che è qui ragionevolmente consentito, e nemmeno se mi pronunciassi in un contesto specialistico, anche perché, onde pervenire all'esaustività, dovrei giungere pure alle mie personali inferenze, ché chiaramente non sono totalmente concorde con le teorie degli autori che menziono. Per questo cerco di condensare quanto più mi è possibile la mia idea fondamentale, mantenendone l'essenza - e allora questa, magari sì, si presenta nebulosa - ma trasferendola poi al magistero di altri ingegni in modo che chiunque - come tu per primo fai, con atteggiamento pienamente lodevole e meritorio - possa successivamente, estesamente consultarla, senz'altre imposizioni. Se ora può esserti sufficiente, sappi che, infine, dissento dalla tua concezione sia riguardo all'obiettività - e alla correttezza - sia riguardo al relativismo. Se ciò non ti è sufficiente...credo e temo che dovrà esserti sufficiente comunque.
Andrea, certo non intendevo intromettermi. Il mio pingue intervento era giusto calibrato a cercare di rettificare una posizione - quella di Luqa - che, al di là di ogni opinione, che io continuo comunque e in ogni caso a contestare, mi sembrava avesse ben poco di oggettivo.
Feanor
Andrea, e tutti gli altri, mi spiace se ho dato l'impressione di essermi piccato, nel mio ultimo commento.
Mi piace che discutete della cosa, mi piace leggere i vostri commenti e non mi sento per nulla "violato". Era soltanto una precisazione: mi sembrava giusto spiegare il mio "silenzio".
Nessun risentimento e nessun fraintendimento da parte mia. Capisco la tua posizione. Alla prossima.
Feanor
Posta un commento
Link a questo post:
Crea un link
<< Home page