14 settembre 2007

Ennesimo controsenso

Tra i tanti orrori trovati oggi sui quotidiani, il peggiore m'appare questo: “La somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali, è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita.” – Papa Ratzinger

Concordo con Mina Welby: è contro natura.

L'accanimento terapeutico, io vi domando, è lotta per la vita o rifiuto della morte?

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16 Commenti:

Anonymous Anonimo ha detto...

Sento di dover esprimermi.
L'accanimento terapeutico non è né un rifiuto della morte - e sarebbe comunque questo un atteggiamento onorevole, anche in seno al pensiero Cristiano e segnatamente Cattolico - né una lotta per la vita - altro atteggiamento di cui evidentemente ci si potrebbe fregiare. L'accanimento terapeutico - e già questo designazione implica, ponendo una sotterranea e maliziosa, pur se inconsapevole, petizione di principio, una preliminare connotazione penalizzante e negativa - io lo vedo come la dichiarazione di un originario ossequio e di una doverosa difesa volta verso l'autenticità dell'esistenza.
Poi rovescio la prospettiva della domanda: l'eutanasia - questa "buona morte" - è affermazione della libertà, della dignità e del rispetto dell'uomo, o viceversa della sua superbia, della sua sfrontatezza, della sua vanità?
Io, in quanto Cristiano – ma anche in quanto Uomo, e, lo ammetto sinceramente, qui forse sembrerò ingenuo, proprio non riesco ancora a comprendere come qualcuno possa riconoscere vedute divergenti dalla mia e da quella di quanti altri la mia medesima veduta fortunatamente condividono – continuerò a combattere affinché nessuno intenda più pensare o agire nel nome di questa patologica, forsennata, folle burbanza che sostanzia l’eutanasia, e che è una fuorviata volontà di potenza per la quale l’uomo può decidere di sormontare, rifiutare e recidere l’esistenza – nostra solo perché non nostra, così disse e ancora declama Florenskji - imponendo la propria immorale etica, questa sì, contro natura: contro la natura che ci è stata assegnata, e che in alcun modo dobbiamo, possiamo, o possiamo voler violare.
Se crediamo che la nostra esistenza non sia “un mare prosciugato, bevuto fino all’ultima goccia, spugna che cancella l’intero orizzonte, terra sciolta dalla catena del suo sole, sacro e rituale gioco: un eterno precipitare, e dietro di noi, e davanti da noi, e sopra di noi, e sotto di noi, e da tutti i lati, un balbettante vagare attraverso un infinito nulla, l’algido alito dello spazio vuoto in mezzo a noi, notte che seguita a venire, notte sempre più notte”, “sogno e illusione, miracolo e miraggio, e salto nel vuoto dalla cima d’una torre”, “un uomo cieco che cerca in una stanza buia un gatto nero che non c’è”…se crediamo che la nostra esistenza abbia un significato, un senso, un fine – immanente o trascendente qui poco influisce – allora tale significato, tale senso e tale fine occorre perseguirlo fino in fondo, poiché quello diventa l’obbligo incontrovertibile – destinatoci o scelto da noi, anche qui non importa - che legittima la nostra esistenza, e che non deve essere possibile abolire. E no, il cosiddetto accanimento terapeutico non comporta il contrasto del normale succedersi degli eventi, per cui la morte, in determinate circostanze, prescrive la resa di ogni resistenza che si risolve soltanto in una degna accettazione: se ora disponiamo dei giusti strumenti per oppugnarla, abbiamo al contempo la responsabilità di avvalerci di questi strumenti, abbiamo meritato, grazie alla nostra intelligenza unica, di utilizzarli.
Rimane comunque un punto fondamentale attorno a cui ruota tutta la mia argomentazione: l’uomo non ha alcun diritto di privare chiunque altro del sommo privilegio dell’esistenza – non ha il diritto nemmeno di privarsi della propria esistenza.
E, da questa prospettiva, a me l'eutanasia sembra sempre più l'aureo simulacro della pena di morte, un suo succedaneo niente più che velato e levigato.

Feanor

15 settembre 2007 18.41  
Blogger Angra ha detto...

L'accanimento terapeutico è ciò che temo più della malattia stessa. Mi fa abbastanza ridere chi parla di diritti che ha o non ha l'uomo nei confronti di dio. Se prendo la bronchite, ho il diritto di prendere gli antibiotici? Applicando lo stesso criterio che boccia l'eutanasia, no: dio mi sta chiamando a sé, chi sono io per oppormi con la penicillina? E poi, i preti sono sostanzialmente in malafede, inutile starci a discutere.

16 settembre 2007 22.35  
Blogger Parao ha detto...

Chiarisco subito la mia posizione.
Sono pro eutanasia, ma in pochi limitati casi, circoscrivibili così: quando il malato, tenuto in vita artificialmente, morirebbe in tempi brevissimi con certezza.

Personalmente, ho sempre la netta impressione che si confonda l'evoluzione scientifica dell'uomo con il diritto a legiferare sulla vita e sulla morte.
Perché, Feanor, mi dici che "staccare la macchina" di un malato terminale equivale a dargli la morte? In base a quale criterio si dice che quella che il malato terminale sta vivendo è vita?

Quando un uomo morirebbe in pochi minuti, se non tenuto in vita da una macchina, perdonami, Feanor, ma io non vedo più vita. Vedo accanimento terapeutico e rifiuto della morte.
Per giudicare bene bisognerebbe essere parenti stretti di qualche malato terminale.

Ieri è morto Robert Jordan.
Una frase colpisce (ma non è una riflessione nuova, per me) più delle altre ed è quella secondo cui Jordan non ha mai messo in discussione la "tempistica di Dio" (God's timing).
Prolungare il tempo sulla terra per mezzo di una macchina, senza la quale in pochi minuti si spirerebbe, è mettere in discussione la tempistica di Dio.

La scienza è fuorviante.
Un conto è lottare e curare una malattia. Ma quando la speranza di vincere la malattia non esiste più, anche secondo la scienza, allora l'uomo si sostituisce a Dio.

E, in ogni caso, chi siamo noi, sani, non malati terminali, per dire "suicida" a chi, da terminale, vuole che vengano staccate la macchine e che il suo corpo reagisca alla vita in modo naturale?
Quale presunzione!

Mi spiace, Feanor, ma siamo in grande disaccordo.

A me pare che così la Chiesa sopprima la pietà per mezzo del principio.
Una semplice domanda: un Cristiano come te, certamente più ferrato di me, in che modo giustifica questa posizione alla luce della pietà? (Sono sinceramente interessato, voglio capire, Andrea.)

17 settembre 2007 9.36  
Blogger Luqa ha detto...

Penso che l'accanimento terapeutico sia rifiuto della morte, che è parte del normale ciclo dell'esistenza tanto quanto la nascita, e in quanto tale (l'accanimento) sia sbagliato. Estendendo questo principio ai suoi estremi, si ottiene che anche l'aspirina contro il raffreddore sia sbagliata; ma non voglio estendere niente agli estremi, solo dire che "quando non c'è più nulla da fare" a che serve lottare? E qua parte una digressione sul "ma chi dice quando non c'è più nulla da fare? E che vuol dire *nulla da fare*?" eccetera. Tutta accademia che non mi interessa (non perchè non sia importante o non sia pertinente, ma perchè la mia idea vuole inferire solo sulla "mia", limitata, realtà).

In pratica, non penso ci sia una regola valida per tutti e in tutti i casi. Io la vedo dal mio punto di vista: dovessi mai trovarmi nella situazione, in seguito a malattia od incidente, di rimanere in vita in condizioni tali da impedirmi di "vivere", IO preferirei andarmene. Vivere: essere in possesso delle mie facoltà mentali, ed essere in possesso delle mie facoltà fisiche nella misura in cui riesco ad essere indipendente. Se dovessi risvegliarmi un giorno tetraplegico, IO vorrei andarmene. Ma non dico con questo che TUTTI GLI ALTRI tetraplegici devono andarsene. Voglio solo dire che IO voglio poter decidere PER ME. E quindi la domanda conseguente è: e se io non potessi più decidere per me, perchè mi trovo in coma?

Non vorrei rimanere in un letto di ospedale per, toh, 15 anni e poi svegliarmi, poco alla volta, 15 anni più vecchio, debilitato, in un mondo che è andato avanti senza di me, circondato da persone che non conosco più. Anche in questo caso preferirei andarmene. Sarebbe il caso, ora che ci penso, che io facessi testamento (a 30 anni!). E mi sa che lo farò davvero quanto prima. In ogni caso, la mia famiglia e la mia ragazza sanno bene come la penso, e lo accettano: confido che, dovesse succedere il peggio, eseguano queste mie volontà. Ma non pretenderei mai di applicarle ad altri: ognuno deve avere la libertà di decidere per sè stesso. Piergiorgio Welby voleva essere lasciato andare: perchè no? Ho visto proprio 2 giorni fa un servizio che parlava di un signore affetto dalla (terrificante) "sindrome lock-out", e che a suo modo comunica (tramite la moglie) di voler VIVERE. Perchè no? Lo trovo bello e giusto, e gliene *riconosco* il pieno diritto.

Quello che non riesco a capire è come Feanor "proprio non riesca ancora a comprendere come qualcuno possa riconoscere vedute divergenti dalla sua". Ora Feanor, giuro che non è perchè abbiamo già espresso divergenze nei precedenti commenti, ma queste tue parole sono pesanti e, queste sì, francamente non condivisibili. Hai le tue idee, nulla da eccepire; ma dire "come diavolo fare a pensarla diversa da me?" ti mette automaticamente in torto. Leggere quella riga ha fatto scadere tutto il resto del tuo post ai miei occhi.

17 settembre 2007 16.10  
Blogger Angra ha detto...

Francamente, non capisco la posizione di una certa corrente di pensiero di appartenenza cattolica. Domanda: se dio mi dà il libero arbitrio, perché me lo volete togliere a colpi di leggi? Dal punto di vista del credente, una volta che è chiaro un certo comportamento è peccato, non dovrebbe far differenza se è anche reato o no. Chi si comporta in un dato modo, se la vedrà col padreterno. Poi, è vero che il credente è anche cittadino, ma quando parla come cittadino dovrebbe lasciar stare dio, e (se ce l'ha) togliersi la tonaca e mettersi "in borghese".

17 settembre 2007 19.38  
Anonymous Viviana ha detto...

Io sono cattolica. Tuttavia ritego che ogni situazione vada considerata caso per caso. Sono pro Eutanasia quando è il malato stesso a chiederlo. Del resto , se ne fosse stato capace, si sarebbe ucciso comunque da solo. Ma lo stato in cui si era riddotto Welby(ad es) non gli consentiva nemmeno questo.

18 settembre 2007 14.38  
Blogger Federico Russo "Taotor" ha detto...

Mi sono risparmiato i commenti, finora, perché non credo abbia abbastanza conoscenze per dire la mia. Ma ripensandoci, posso commentare qualcosa.

"Quando un uomo morirebbe in pochi minuti, se non tenuto in vita da una macchina, perdonami, Feanor, ma io non vedo più vita. Vedo accanimento terapeutico e rifiuto della morte."
Sì, è vero. Ma è anche vero che, credenti e no, di fronte alla morte si deve far di tutto per sopravvivere - non mi sembra per niente un'offesa a Dio o un voler prendere il suo posto. Quest'ultima cosa che ho scritto, tra parentesti, mi fa ricordare Al posto di Dio, di Robin Cook, ma è un'altra storia... XD
Cosa c'è di male a voler vivere, pur soffrendo? Qualche minuto in più di sofferenza per l'infima possibilità di un miracolo. Rifiutare di curarsi significa rifiutare la vita, secondo me.

P.S. Ho scoperto della morte di Jordan dopo due giorni, me misero! Ho scritto una schiocchezza sul mio blog, a riguardo, ma mi piacerebbe un intervento - o una parola - da parte tua, Andrea. Per sapere un po' cos'hai da dire. :)

18 settembre 2007 15.50  
Anonymous Anonimo ha detto...

Che tale Angra sentenzi la fondamentale malafede dei preti - ma tu quali preti conosci? e soprattutto: conosci davvero, conosci veramente dei preti? - per me non è in alcun modo accettabile - e già questa dichiarazione dovrebbe ragionevolmente indurmi a non intervenire più, ma fortunatamente esistono anche e ancora persone dotate dell'invidiabile equilibrio di Andrea, che mi dissuadono dal primo proposito. Se poi tale Angra dimostra per primo di non aver compreso il mio argomento - che ho accuratamente evitato di ingabbiare nell'ambito religioso, anche se avrei potuto farlo - e di vantare idee estremamente nebulose, allora credo che la sua sentenza diventi inaccettabile per chiunque.
Allora, Angra: quale esotica logica, quale mistica dialettica ti conduce mai a concludere che, ricusando l'eutanasia, si debba meccanicamente rifiutare anche la cura di una bronchite? Ma ti avvedi di ciò che stai dicendo? Non ti lambisce forse il dubbio che la corretta deduzione sia opposta alla tua? Infatti è con la promozione dell'eutanasia che si stabilisce di sospendere ogni terapia; è l'adesione a questo ideale dell'eutanasia che, traslata, implica la - paradossale - ripulsa di ogni farmaco. Colui che rinnega l'eutanasia è invece colui che combatte per la propria esistenza e che propugna l'utilizzo di qualsiasi rimedio per proseguire la propria esistenza; colui che oppugna l'eutanasia non si arrende alla chiamata del cosiddetto naturale corso degli eventi, ed è il primo che si avvale della penicillina. Ma approvando l'eutanasia, per quale contorto motivo razionale, Angra, si dovrebbe accettare l'ausilio della penicillina? Non è questo forse l'accanirsi contro la propria condizione? Non è questo l'avventarsi contro la malattia? Rifletti Angra.
Inoltre: ho detto che respingere l'eutanasia, e conseguentemente tentare sempre di protrarre la propria esistenza, è legittimo se crediamo di essere guidati da un significato, da un senso, da un fine: ma significato, senso e fine non li ho rimandati a Dio, tant'è vero che ho accortamente specificato che è indifferente che significato, senso e fine siano pensati come trascendenti o immanenti. Parlai pure dei diritti che sono consentiti all'uomo, e mai ne parlai in chiave religiosa, né mai qui menzionai Dio: mi rivolgevo evidentemente a una prospettiva etica, civile, sociale, squisitamente secolare - Hegel, Kant e Husserl possono esserti sufficienti come riferimenti in appoggio al mio giudizio? Ma forse tu credi che l’intera nostra esistenza sia solo caso, assenza di causa e assentarsi di scopo? Bada però, se credi ciò devi conoscere, assumere e ammettere tutte le implicazioni dialettiche che ne discendono – e che probabilmente, tuttavia, ignori totalmente. Perché è sempre troppo agevole liquidare le conseguenze logiche di una proposizione decretando che il sentimento e la sensazione sono impermeabili alla logica – è poi possibile giustificare questa posizione, o la nostra realtà è priva di ogni razionalità? Perché asserragliare, sigillare, cristallizzare così il proprio pensiero – sbarazzandosene quasi - è davvero troppo agevole per chi non conosce, e che allora intende troncare da principio ogni discussione, come tu sembra voglia, Angra.
Finalmente replico ad Andrea. Premessa doverosa: non penso proprio di confondere l’evoluzione scientifica con un presunto diritto spettante all’uomo di legiferare sulla vita e sulla morte. Nel cosiddetto accanimento terapeutico io scorgo un molto più verecondo tentativo di mantenere la possibilità dell’esistenza, sempre internamente alla legittimità del tempo che è naturalmente concesso all’uomo; nell’eutanasia colgo viceversa l’improba volontà di dissolvere definitivamente ogni possibilità dell’esistenza, prima della legittimità del tempo che è naturalmente concesso all’uomo. E, Andrea, non potrai obiurgare la constatazione per cui lo “staccare la macchina” equivalga all’inferire la morte, ché comunque, e certamente, scegliendo l’eutanasia si sceglie di stroncare ogni possibilità dell’esistenza prima che non scegliendo il cosiddetto accanimento terapeutico.
In base a quale criterio si dice che quella che il malato terminale sta vivendo è ancora vita, mi chiedi. Ti rispondo: quella che il malato terminale sta vivendo è ancora vita, in quanto il malato terminale è ancora nell’esistenza – risposta apparentemente tautologica, ma ora provo a sbrogliarla: quella del malato terminale è ancora vita perché, finché il malato terminale permane nell’esistenza, permangono anche il significato, il senso e il fine della sua vita che consegue dall’esistenza; seguendo un paradigma logico: l’essenza dell’esistenza non può non essere nell’essenza dell’essenza dell’esistenza. E se ciò che noi crediamo di doverci prefiggere è il raggiungimento di un significato, di un senso, di un fine inscritti nella vita, anzi essi stessi vita, allora la vita dell’esistenza – l’essenza dell’esistenza - perdura finché perdura l’esistenza – l’essenza dell’essenza dell’esistenza, cioè l’essenza della vita – e noi dobbiamo credere di poter continuare a realizzarla.
Adesso posso parlare da un punto di vista Cristiano, che è quello che più autenticamente vivo, e da cui avrei potuto vibrare molti altri argomenti – per esempio: se Dio ha fatto sì che noi venissimo al mondo, e se il nostro destino ci riserva la possibilità di ritardare la scomparsa da questo mondo, allora noi non dobbiamo in alcun modo subire passivamente gli eventi, adattandoci a scomparire prima della legittimità del tempo che ci è naturalmente concesso, ma abbiamo la precisa responsabilità di ottemperare alla segreta missione che Egli ci ha assegnato facendo sì che noi venissimo al mondo, lottando per rimanere nel mondo per tutto il tempo che normalmente all’uomo è dato. Collegandomi direttamente a questa norma, potrei dedurre che, se l’uomo infine dispone di mezzi consentanei a permettergli di lottare per rimanere nel mondo, sempre internamente alla legittimità del tempo che ci è naturalmente concesso, è il destino sancito da Dio che ha voluto che l’uomo potesse avvalersene. Ma poi: quanti di voi, che conclamate l’eutanasia, potrebbero francamente riconoscersi l’autorità e l’autorevolezza per decidere di togliere la vita a un altro uomo? Io raggelo di terrore e costernazione alla sola ipotesi.
Posso parlare da un punto di vista Cristiano, dunque: il cosiddetto accanimento terapeutico non è soppressione della pietà, bensì veicolo di pietà e infine pietà esso stesso nel senso più vero del termine, cioè – come già accennavo - fedeltà e adeguazione verso l’autenticità dell’esistenza che la volontà infinita di Dio ci ha conferito creandoci. Tuttavia, se pure il cosiddetto accanimento terapeutico dovesse essere considerato negativamente, se pure dovesse essere considerato avverso alla pietà, tale pietà dovrebbe essere posposta, delegata e immolata al principio che regge il cosiddetto accanimento terapeutico. Sì, in quanto Cristiano pongo che il principio della fede sia più importante di una derivazione del principio della fede quale è la pietà, e la pietà, quando pure collidesse in una – paradossale – contraddizione con il proprio principio, dovrebbe essere rimandata, negata, oltrepassata, affinché possa tornare a risolversi nel principio attuale, che deve essere difeso nella propria integrità. Il tuo stupore, Andrea, di fronte a questa asserzione, può essere lo stesso stupore del lamento disperato dell’ultimo Leopardi – lamento che poi appartiene in ugual misura a Schelling e a Dostoevskij – che si domanda come sia possibile il bene dell’insieme quando ogni parte dell’insieme è male – e come sia possibile, e ancor più sconcertante, registrare e accettare questo bene. Ebbene ciò è possibile solo ammettendo un “Ur-grund”, un fondamento originario, essenziale, necessario, eterno, immutabile, quale è Dio, in cui ogni fenomeno della realtà si svolge di nuovo in un sistema epistemico perfettamente ordinato, ma assolutamente altro rispetto ai fenomeni della realtà che in Lui si traducono e cui egli sempre presiede. Un sistema totalmente sintetico la cui ragione è assolutamente superiore, trascendente, inconoscibile rispetto alla nostra ragione e a quella di tutte le parti analitiche che da esso sorgono e che a esso ritornano – e del resto è questa la riflessione di Barth, il maggiore teologo di tutta la Cristianità dai tempi di Sant’Agostino, e questa era anche la riflessione di San Tommaso, secondo cui la razionalità può dimostrare soltanto l’esistenza di Dio, ma mai la sua identità.

Luqa, io ho detto “proprio non riesco ancora a comprendere come qualcuno possa riconoscere vedute divergenti dalla mia e da quella di quanti altri la mia medesima veduta fortunatamente condividono” non perché desideri presentarmi protervo – benché invero io lo sia – ma perché fin troppo spesso noto che voi – e mi riferisco a un voi generico e generale, voi in quanto maggioranza degli utenti della rete: non vi sto accusando direttamente – vi profondete in affermazioni di cui non avete coscienza, della cui caratura non vi mostrate minimamente consapevoli: volete pronunciarvi in sentenze enormi su argomenti che si evince ignorate, con una sicumera che denuncia l’altera trascuratezza del fatto che esistono decine di intellettuali che da decenni si interrogano non sulle vostre stesse sentenze, ma su segmenti di esse che voi nemmeno soppesate, e su cui ancora rimuginano. Dovreste essere davvero tanto più cauti: ora mi espongo perché in fondo, nonostante io, come Pope, ami l’uomo odiando l’umanità, voi che frequentate questo luogo mi piacete, e, fidatevi, se non mi piaceste sinceramente, non avrei scritto una parola di questo pingue intervento, e, senza trattenermi un attimo in più, mi sarei dileguato, come già mi esiliai da Fantasy Magazine, dove, non casualmente, tutti i miei consigli, tutte le mie proteste, tutte le mie requisitorie si rivelarono più che vane: questo è uno dei due soli siti che ancora mi allietino.

Feanor

18 settembre 2007 15.51  
Blogger Parao ha detto...

Federico, sono abbastanza vicino al tuo pensiero. Concordo, ad esempio, quando dici che di fronte alla morte si deve far di tutto per sopravvivere.
Ma in un punto esatto "mi perdi", quando parli di rifiutare di curarsi (ricordo che io parlo di casi limite). Per Piergiorgio Welby, ad esempio, non esistevano cure. Aveva di fronte soltanto un angoscioso presente dominato da macchine, senza le quali qualsiasi lotta per la sopravvivenza sarebbe terminata in un minuto. E, bisogna anche tener presente che il libero arbitrio gli era negato, pur nel convincimento che il suicidio sia un errore (umano, che rispetto nella sua immensa tragedia, ma a miei occhi un errore da sempre). Se l'individuo deve lottare per sopravvivere, che dire dell'individuo cui la lotta è imposta? A me sembra vi sia qualcosa di sbagliato, di tremendamente deviato. Anche se resto aperto all'idea di cambiare idea in futuro, perché su questioni così grandi e nel contempo sottili i miei dubbi aumentano esponenzialmente.

Passerò sul tuo blog sicuramente.
Grazie dell'invito.

18 settembre 2007 16.08  
Blogger Parao ha detto...

Andrea, ho letto, ma lasciami il tempo di riflettere. E di rileggere.

In ogni caso, non faccio mio lo stupore di Leopardi, perché le tue affermazioni a me paiono limpide e coerenti (so che lo sono, ma aggiungo che pure mi paiono tali). La mia riflessione non è sul darti ragione o meno, ma sul vivisezionare la tua parola per individuare dove coincida con la mia attuale, sentita e fragile condizione di figlio di una malata terminale.

18 settembre 2007 16.35  
Blogger Angra ha detto...

Feanor, con il mio intervento non stavo rispondendo a te, e non capisco cosa ti abbia fatto credere il contrario. Hai scritto una cosa troppo lunga perché mi venga voglia di leggerla tutta e risponderti, perdonami. Sui preti: ci sono preti che fanno cose immonde, tanto che (raramente) subiscono processi canonici e vengono condannati dalla stessa chiesa. Secondo te quelli sono credenti? Come fa uno a credere a Dio, all'inferno, e a stuprare i bambini? Eppure anche questi si ergono a maestri di vita e di morale quando indossano la tonaca. Sulla bronchite, il sillogismo è questo: se non posso accelerare la dipartita di chi dio non ha ancora chiamato a sé (ma non era il caso di Welby, che senza le macchine sarebbe morto da anni), allora non posso nemmeno rallentare la dipartita di chi dio sta chiamando a sé. Ma questa è logica, e mi rendo conto che la religione è tutto un altro paio di maniche.

18 settembre 2007 17.05  
Anonymous Anonimo ha detto...

Andrea, se può confortarti, queste parole le ho scritte - e con una convinzione mai intaccata - dopo che anch'io ho partecipato dell'esperienza di un parente nella condizione di malato terminale: nonostante tutte le mie proteste, sono trascorsi cinquantasei giorni da quando a mia nonna hanno staccato quella macchina.

Riferendomi a Leopardi, non intendevo significare che fosse lo scenario che io ora profilo a suscitare stupore, per l'oscurità delle parole con cui lo espongo: io pensavo all'esterreffatta meraviglia di Leopardi di fronte alla constatazione e all'osservazione dello scenario in sè in cui il male di ogni parte dell'insieme genera il bene dello stesso insieme - nel modo che però io ho tentato di giustificare - che avrebbe potuto corrispondere alla tua medesima reazione, quando tu avessi letto dell'analisi che ho proposto.

In ogni caso, fretta non ne ho: il tempo che ti occorre è tutto tuo, Andrea.


Angra, avevo frainteso perché la tua critica sembrava davvero riprendere alcune mie parole. Scusa l'equivoco.
Ma il tuo ultimo sillogismo, invero, non è formalmente un sillogismo, e poi io non vi scorgo - ancora - alcuna logica. Inoltre, non è affatto vero che il pensiero religioso sia refrattario, estraneo, alieno alla logica. Anche - se non soprattutto - grazie alla logica sono approdato alle conclusioni - infine aderenti al pensiero religioso - che qui ho espresso - ma che tu non hai letto.

Feanor

18 settembre 2007 17.48  
Blogger Angra ha detto...

Feanor, poi l'ho letta la tua risposta, perché mi sembrava proprio scortese fare altrimenti, dopo che ci hai speso così tanto tempo, e l'ho trovata molto dotta e interessante. Però, lo sai che sei proprio un bel tipo? Secondo te io dovrei darti ragione perché ti fai spalleggiare da Hegel, Kant e Husserl? Allora su questo piano io chiamo Fromm, Russel, Dawkins, Sorgemberg, Wlazchowsky, Plamone di Atene. Anzi, chiamo a mio cuggino, che conosce un colpo segreto che se te lo dà dopo tre giorni muori :))

Facezie a parte, se la logica potesse dimostrare qualcosa riguardo a dio, sarebbe una tragedia per la chiesa e per i fedeli, perché la fede non avrebbe più valore, essendo dio un fatto dimostrabile. I depositari della parola di dio sarebbero i matematici, e non i preti, e chi è più intelligente e colto sarebbe miglior fedele di altri. Invece Paolo di Tarso ha detto che bisogna credere "come fanno i bambini". Tra i santi, infatti, potrai trovare tanto i dottori della chiesa quanto dei poveri di spirito che non sapevano né leggere né scrivere. L'ebraismo, il cristianesimo e l'islam non sono religioni "dedotte", ma rivelate per mezzo dei profeti che sentivano la voce di dio vagando per il deserto. Poi il cristianesimo giunse in contatto con il mondo greco-ellenistico, e coi suoi logici, e lì successero cose strane. Ad esempio, il fatto che i cristiani di oggi credono nell'immortalità dell'anima, che è appunto un concetto ellenistico, e non, come Gesù che era ebreo, nella resurrezione della carne.

Per tornare in tema, comunque, io vorrei solo essere libero di decidere della mia vita, della mia morte, del mio rapporto personale con la malattia e la sofferenza, come il libero arbitrio che iddio mi dà secondo la religione cattolica mi consentirebbe. E poi, per inciso, non ti fa strano vivere in un paese dove, in nome della sacralità della vita, si nega la morte a chi la chiede perché quel poco che gli resta da vivere è solo sofferenza, e poi si va a far la guerra a migliaia di chilometri di distanza?

Tu non consideri che tra l'eutanasia e l'accanimento terapeutico ci sta ancora qualcosa, che è la serena accettazione della morte come fatto naturale. Staccare la macchina a chi è tenuto in vita artificialmente quando questo ti chiede di staccarla non è eutanasia. Lasciarla attaccata quando ti viene chiesto di staccarla è accanimento terapeutico.

Infine, sì, credo che siamo qui per caso (fluttuazione quantistica). La tua frase "Bada però, se credi ciò devi conoscere, assumere e ammettere tutte le implicazioni dialettiche che ne discendono – e che probabilmente, tuttavia, ignori totalmente." non la commento, se non dicendo che la trovo molto spassosa.

19 settembre 2007 10.58  
Blogger Luqa ha detto...

Feanor,

bah.

19 settembre 2007 11.20  
Blogger Federico Russo "Taotor" ha detto...

angra: "chiamo a mio cuggino, che conosce un colpo segreto che se te lo dà dopo tre giorni muori :))"

XD!

Per quanto riguarda la dimostrazione logica dell'esistenza di Dio, io la trovo una cosa certamente "rassicurante", perché sbaraglia le frasi stereotipate della serie: "La religione è solo una favola insegnata ecc...". D'altro canto, mi sembra quasi blasfemo spiegare la fede, perché o ci credi o non ci credi.
Si può dimostrare l'immortalità dell'anima, l'essere è e non può non essere ecc..., ma non oltre...
Andrea ha infatti detto, qualche intervento fa, che crede nella divinità ma in diverse vie, diciamo.

Per chi invece dubita, in generale, nella religione, posso suggerire un agostiniano "credo ut intelligam"? Così plachiamo le acque... XD

19 settembre 2007 14.31  
Blogger Angra ha detto...

Federico, non esiste una vera (nel senso di corretta) dimostrazione logica dell'esistenza di dio, né una confutazione logica: credere o no è una questione di fede, lo dici anche tu!

Se prendi la dimostrazione di Anselmo d'Aosta, "funziona" solo perché Anselmo confonde l'esistenza nel pensiero con l'esistenza nella realtà. Magari ad un indù potrebbe anche stare bene... peccato però che è già indù! :)

La mia replica riguardo a filosofi e dimostrazioni logiche, riguardava in sostanza il fatto che la vita e la morte non sono materia da filosofi, perché ricadono sotto l'esperienza quotidiana di tutti.

La personale percezione della vita e della morte che ha la proverbiale "casalinga di Voghera" ha la stessa dignità di quella dei filosofi citati da Feanor, rispetto ai quali magari anche il mio gatto alla fine potrebbe avere opinioni più sensate. In sostanza, rifiuto l'idea che sia materia sulla quale possono intervenire solo una ristretta cerchia di intellettuali e di preti, perché fa parte invece del bagaglio personale di ogni essere vivente.

La gorilla Koko, che si esprime nel linguaggio dei sordomuti, ha definito la morte "un comodo buco dove i vecchi gorilla vanno a dormire". Per me, rimane ancora la cosa più sensata che abbia mai sentito.

19 settembre 2007 14.58  

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