21 settembre 2007

Discontinuità

In questo periodo della mia vita sono costretto a scrivere nei ritagli di tempo. Questo equivarrebbe a un risultato tutt'altro che all'altezza delle mie possibilità (quali che siano), se non fossi paziente.
Scrivere è spesso una questione di pazienza.

Oggi, a distanza di quindici giorni, mi sono ritrovato nel bel mezzo di un ritaglio di tempo. La reazione è stata immediata: «Inizia il tredicesimo capitolo de Il giorno dopo, forza!» Ho aperto il documento che contiene i profili dei personaggi, quello che contiene la scaletta e quello preimpostato con scritto XIII - bello lì, in grassetto.
E mi sono bloccato.

Veniamo ai fatti, sinteticamente.
Il fronte d'azione che devo portare avanti in questo capitolo è stato affrontato l'ultima volta nel Capitolo VIII, cioè l'11 maggio, ben quattro mesi fa (ahimè, che lentezza d'esecuzione...). Pensate che io potessi ricordarmi tutto quanto avevo scritto? Intendo tutto, sfumature umorali, battute dei dialoghi e particolari importanti compresi?
Quando si scrive fantasy (e non solo, asserirei), con la seria intenzione di regalarsi una storia il più possibile coerente internamente, nulla è superfluo. E, soprattutto, non bisogna mai commettere l'errore di scrivere di un personaggio senza avere ben impresso in mente ciò che ha fatto, detto e pensato sino a quel punto della storia.
Risultato? Ho trascorso il mio ritaglio di tempo rileggendo integralmente i capitoli che riguardavano il medesimo fronte d'azione... nella speranza che il ritaglio di tempo successivo fosse vicino nel tempo (lo è, oggi scrivo! :).

La scrittura richiede continuità. La discontinuità è come un tarlo che la erode, mangiandone pezzi e rendendola meno solida. Se davvero s'intende scrivere a un buon livello, tra le cose da includere nell'impegno vi è la quotidianità, lo scrivere con una precisa regolarità, sforzandosi di non allontanarsi dal testo per troppo tempo. Se non si ha questa possibilità - come me in questo periodo della mia vita - allora bisogna rassegnarsi all'idea di procedere a piccoli passi, sedando la foga, per evitare di stendere un testo che fa acqua da tutte le parti.

Non credo d'aver affermato nulla di eccezionale. E' una banalità, ma mi piaceva l'idea di giustificare una delle affermazioni ricorrenti degli scrittori con un esempio diretto, vissuto sulla mia pelle.
Alla prossima!

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23 Commenti:

Anonymous Anonimo ha detto...

Quoto una per una tutte le parole del tuo post.
Il "problema" in cui ti sei imbattutto, io l'ho appena superato.
Di rientro dalla casa al mare (dove, per motivi logistici, ero sprovvisto di PC e mi arrangiavo a scrivere a mano su dei quadernoni), dopo una pausa durata tutto il mese d'Agosto (è il top della mia stagione lavorativa e alzarsi ogni giorno alle 5 sarebbe stato umananmente impossibile), ho appurato come la storia mi fosse sfuggita.
Intendiamoci: sapevo cosa sarebbe accaduto nei capitoli da stendere (grazie, amica scaletta!) ma mi rendevo conto che alcune azioni dei personaggi, per risultare credibili, non potevano prescindere da quanto da loro già compiuto o detto in precedenza.
E come nel tuo caso, Andrea, alcuni confronti risalenti ai capitoli precedneti erano diventati labili al punto da farmi dubitare della coerenza delle parole e delle azioni che i miei personaggi stavano per pronunciare o compiere.
Hai ragione: l'unica soluzione possibile in tali casi è rileggere quanto scritto (nel mio caso, ho preso due piccioni con una fava, riversando le pagine mansocritte nel file del romanzo e allo stesso tempo "ripassando").
Saranno anche concetti risaputi, Andrea, ma è la riprova che costanza e impegno quotidiano sono imprescindibili per chi si diletta a scrivere romanzi.

Michele

PS: poi ci sarebbe da discutere su certi effetti deleteri che può avere (almeno per me) rileggere l'opera in corso di stesura. Ne proverò a parlare in un altro post.

Michele.

21 settembre 2007 15.28  
Anonymous Anonimo ha detto...

Quoto una per una tutte le parole del tuo post.
Il “problema” in cui ti sei imbattuto tu, io l’ho vissuto di recente.
Ho trascorso Luglio e Agosto alla casa al mare (dove, sprovvisto di PC, mi sono arrangiato a scrivere con penna e quadernone, come ai tempi pionieristici dei miei inizi).
Mentre durante il primo mese sono riuscito a essere costante nella scrittura, ad Agosto ho dovuto rinunciare. Per me coincideva col top della stagione lavorativa e alzarsi ogni mattina alle 5 dopo una giornata di lavoro e la sera bagordi con moglie, fratelli e amici (siamo umani, no?) era impossibile.
Con l’inizio di Settembre ho ripreso a dedicarmi al romanzo. Tuttavia, sebbene sapessi cosa era accaduto nei capitoli precedenti e cosa sarebbe accaduto in quelli da stendere (sia benedetta la scaletta!), mi sono reso conto che azioni e confronti di cui avevo già scritto erano diventati labili nella mia memoria.
Riprendere dal punto in cui ero giunto ignorando il problema era impossibile. Rischiavo di ritrovarmi con personaggi poco coerenti rispetto alle azioni e alle parole compiute e dette prima.
Lo sai, Andrea, come te anch’io ritengo che il romanzo sia un’unità che debba avere dall’inizio alla fine, in ogni sua singola parte, una propria coerenza interna. Trascurarla in corsa significa dovere poi svolgere una lavoro massacrante (e spesso improbo) in sede di revisione.
Per cui non ho avuto scelta: ho riletto quanto scritto, approfittando del fatto che comunque dovevo riversare nel file del romanzo le parti manoscritte sul quadernone (due piccioni con una fava: su, consoliamoci così).
La dimostrazione, come hai concluso tu, che scrivere un romanzo non può prescindere dalla costanza dell’impegno quotidiano e dalla metodicità del lavoro, un giorno dopo l’altro, un capitolo appresso all’altro.

Michele

21 settembre 2007 17.30  
Anonymous Anonimo ha detto...

E tre!
Questo almeno per scusarmi, Andrea, per il doppio post.
Avevo pensato il tuo blog si fosse inghiottito il primo e l'ho mandato di nuovo (ho pure dovuto riscriverlo!!!).

Scusa ancora.

Michele

21 settembre 2007 17.32  
Blogger Federico Russo "Taotor" ha detto...

Così si dice, effettivamente. E anch'io pensavo fosse vero, ma anche in questo caso, come ho sperimentato, dipende da persona a persona.
Mi è capitato di scrivere a perdifiato - senza ottenere nulla di straordinario - e poi fermarmi per un periodo praticamente lungo, se penso al ritmo con cui scrivevo prima.
Temevo di aver "perso l'abilità", e credevo di dover sgranchirmi un po'; così, prima di cominciare un nuovo racconto lungo, scrissi due pagine di ruggine, come credevo, e poi continuai scrivendo il racconto effettivo, pensando che, al limite, avrei dato una buona revisione, vista la situazione in cui credevo di essere.
Invece no. Se rileggo quelle quattoridici pagine iniziali, mi rendo conto che allora scrissi nello stile che talvolta mi viene alle dita, e che io amo tanto. Quel testo, benché vecchio, lo giudico ottimo tuttora.

Insomma, dipende dalle persone, mi sembra.

21 settembre 2007 18.57  
Anonymous Anonimo ha detto...

Di certo, Federico, è soggettivo.
Per me la costanza con cui ci si dedica alla scrittura (parlo di romanzi) è imprescindibile per l'organicità dell'opera.
Tra l'altro, ripeto, è anche un modo per semplificarsi il lavoro. Avere in sede di revisione una storia strutturalmente coesa e personaggi coerenti ti evita di dovere rimettere mano in maniera pesante a quanto scritto, permettendoti di dedicarti fondamentalmente al "labor lime".
Piuttosto quanto a me accaduto (e raccontato nel mio post) mi ha evidenziato un altro aspetto di cui già sospettavo ma che in questo caso ha trovato conferma.
Rileggere in corso d'opera quanto scritto ti può indurre a giudicarlo con occhio poco obiettivo, facendotelo apparire inadeguato e scatenando in te la voglia di modificare (o peggio cancellare) tutto.
Tuttavia mi ritengo ormai abbastanza scafato dalle mie esperienze di scrittura per non lasciarmene indurre in tentazione.

Michele

22 settembre 2007 7.56  
Anonymous i. ha detto...

io ho inviato un commento ma non me lo ha evidentemente preso. come si deve fare per interagire con questo blog?

23 settembre 2007 9.27  
Blogger Parao ha detto...

Caro i., questo tuo commento è arrivato regolarmente. La prima volta devi aver sbagliato qualcosa.

23 settembre 2007 14.06  
Anonymous I. ha detto...

Chiedo scusa. Ho inviato il commento due volte. Poi pensando che il blog fosse moderato, ho creduto che non apparisse subito ma bisognasse aspettare qualche giorno. I blog stanno diventando sempre più burocratici ultimamente, immagino per via di spam e altre cose poco simpatiche. Quando non ho visto il commento nemmeno due giorni dopo, il dubbio e la domanda. Vediamo se questa volta sono più fortunata...

Comunque, mi sono addentrata in questo blog, per una ragione principalmente: voglio iniziare a leggere qualcosa di A. D'Angelo. Ho letto (anzi me lo sono scaricato tutto, stampato letto e sottolineato) il manuale di scrittura fantasy Un nuovo mondo, quest'estate, e adesso ho voglia di leggere i suoi libri.

Però chiedo: meglio iniziare dalla Triade oppure dal singolo (e immagino singolare) romanzo La rocca dei silenzi? Cos'è meglio per iniziare? A me già dal titolo ispira il romanzo singolo, ma forse l'autore consiglierebbe il contrario. Per questo... disturbo. Spero non troppo.

Saluti
I.

24 settembre 2007 9.33  
Blogger Parao ha detto...

Non preoccuparti, i.
Personalmente, ti consiglio di leggere "La Rocca dei Silenzi", perché è singolo (e se non ti piaccio perlomeno non devi sorbirtene tre per arrivare alla fine della storia) e perché è il più recente, tecnicamente maturo e vicino all'Andrea del presente.
La trilogia, eventualmente, lasciala per dopo.

Grazie per aver letto "Un nuovo mondo", mi fa sempre piacere.

Ultima cosa: non disturbi.
L'invito di passare di qua era mio, no?
Ciao.

24 settembre 2007 11.42  
Anonymous I. ha detto...

Ok, bene. In effetti ero più disposta a leggere prima il singolo, anche se adoro le saghe (avendo bruciato i sette libri di G. Martin in un'estate... le saghe di tre libri non mi spaventano,anzi, direi che il solo fatto che la storia e i protagonisti non finiscono dopo il primo libro, mi rassicura) ma avvicinarsi alla scrittura di un autore che non si conosce richiede lentezza e circospezione. Dunque perfetto, ordinerò subito La Rocca dei Silenzi.

In quanto al post:

La discontinuità a me è necessaria. Per assaporare la voglia di scrivere, per assorbire le energie e le storie osservate... per ricaricarmi, insomma. E' un processo di maturazione che - oggi me ne sono convinta - allo scrittore è necessario come all'uomo di respirare. Andrebbe vista non in forma negativa, ma in positivo. E' il momento della ricarica. Lungo o breve che sia.

24 settembre 2007 12.50  
Blogger Parao ha detto...

Ursula Le Guin si è definita, in un'intervista, "un pozzo", che al termine della scrittura di un romanzo è vuoto e lei è costretta ad attendere che la fonte lo riempia di nuovo, diventando via via più nervosa fino all'inizio della nuova stesura.

Ecco, in questi termini concordo con te, i, sul fatto che la discontinuità sia necessaria. Ma durante la stesura di un romanzo - e durante la sua revisione - la continuità secondo me è fondamentale (più durante la revisione, direi).
Poi, chiaro, punti di vista. Ma ho difficoltà a credere che la discontinuità aiuti la coerenza interna di un'opera. Se qualcuno non riesce a scrivere, poiché privato della discontinuità, allora capisco che gli serva. Se invece si parla soltanto di "fatica" dovuta alla (necessaria) costanza, allora è il caso di sforzarsi.

24 settembre 2007 13.41  
Anonymous I. ha detto...

Bello! La Leguin dice questo? Ah! :-)))


Se davvero s'intende scrivere a un buon livello, tra le cose da includere nell'impegno vi è la quotidianità, lo scrivere con una precisa regolarità, sforzandosi di non allontanarsi dal testo per troppo tempo

ma se come hai detto tu prima, non ti puoi accostare alla scrittura se non nei ritagli di tempo, perché comunque fuori dalla scrittura e fuori dal mondo fantasy che stai scrivendo c'è la vita "vera" che preme, che prende, che allontana... come fare?

Voglio dire: pigrizia è quando avendo la grande possibilità di poter fare "solo quello", solo scrivere, non si scrive.

Magari poter fare come Trollope!!

Trollope scriveva romanzi (Can you forgive her?) gigamentali e li sfornava con sorprendente regolarità. Era impiegato all'ufficio postale britannico (le cassette rosse dove imbucare la posta in giro per tutta la Gran Bretagna sono una sua invenzione); scriveva per due ore e mezzo tutte le mattine, prima di recarsi al lavoro. Non erano ammesse né deroghe né variazioni. Se allo scoccare delle due ore e mezzo era a metà di una frase, la lasciava incompleta fino al mattino dopo" S. King On writing, pag. 148 edizione Sperling & Kupfer

ti riporto questo aneddoto di King, perché quando ho letto On writing per la prima volta, mi è rimasto in testa e non se ne è andato più... ci ho anche provato, a fare così. Poi mi sono resa conto che la creatività non la puoi imbrigliare. Arriva quando vuole e se ne va altrettanto all'improvviso.
Capita di avere la testa tutta piena di un'idea, tutto bello pronto, solo da stendere, e non riuscirvi. Perché sono le parole che non escono.
O escono male.
Due giorni dopo, o due mesi dopo, invece sono un fiume in piena e non le riesci ad arrestare.

Dunque, ragionieri della scrittura o genio e sregolatezza...
(io, la seconda che hai detto...)
:-)))

24 settembre 2007 14.07  
Anonymous Francesco Falconi ha detto...

Ciao Andrea,
era un po' che non passavo di qua. Mi sono anche accorto che un articolo della repubblica ci ha spinto entrambi a parlarne sul blog (mi riferisco al tema eutanasia).

Per il discorso "discontinuità", anch'io ne sto pagando le conseguenze. King aveva una sua precisa idea sul tempo massimo per una prima stesura, ma King di mestiere fa lo scrittore. Io per 8 ore al giorno (e più) mi dedico a tutt'altro. Considerando che la carne umana ci impone un tetto minimo di ore di sonno, il rimanente è matematica.
E mi trovo proprio nella tua stessa situazione: devo rileggermi dei passi, capire come avevo delineato i personaggi, mantenere una coerenza caratteriale. Non so te, ma ho una pessima memoria. Sul mio nuovo progetto, Profiel, sono andato a fondo nella psiche personaggi, per cui spesso e volentieri mi sono scordato le caratteristiche fisiche. E non è carino cambiare colore degli occhi o dei capelli, anche se al mondo d'oggi non è cosa così desueta. (ma in un fantasy, anche se moderno, una tintura ai capelli non mi va giù :D).
Ho risolto in parte con il "documento dei personaggi", come fai tu.
Questo basta? No. Ieri sera, mentre facevo tutt'altro, mi sono ricordato di un buco nella trama. Che fare? Tornare indietro e rattoppare? No, ho preferito segnarmi l'incongruenza e poi sistemarla in seconda stesura.

Un abbraccio,
Francesco

24 settembre 2007 14.11  
Blogger Parao ha detto...

i, vedi come ognuno è a suo modo? Ho letto "On writing" di recente e quel passaggio non me lo ricordavo proprio! :)
C'è Michele Giannone, che di qui passa spesso e magari sta leggendo in questo momento, che applica alla sua scrittura proprio la regola delle due ore al mattino, ogni giorno.
Tu non ci riesci.
Personalmente, capisco quello che vuoi dire. Ma non concordo. Qui non si tratta di scrivere ogni volta brani memorabili. Si tratta di imporsi di scrivere. Ieri mattina ho scritto una cosa schifosa? Pazienza, la riscrivo. Ma restare immobili, ecco, questo è qualcosa che ai miei occhi porta alla ruggine e a scrivere con maggiore difficoltà, sempre.

Tu parli d'ispirazione. Ebbene, quella è una cosa che passa quando passa. Ma se si attende soltanto il momento in cui passa, un romanzo anche di sole 300 pagine lo scrivi in due anni. E, sinceramente, questo significa che se mai si arrivasse alla pubblicazione, poi si uscirebbe subito dal "giro". (Ma, certo, scrivere non è quantità, ma qualità).
Ebbene, come faccio io? M'impongo di scrivere quando sono sicuro che ho almeno un'ora libera (di meno non ha senso). Se ho un'ora, allora mi applico... venga quel che venga. E, credimi, a lungo andare s'impara, si diventa più duttili, la mente reagisce con più prontezza, ci si cala nel testo con maggiore facilità.
Scrivere è anche una questione di inclinazione. Se si pretende da se stessi il gran pezzo ogniqualvolta ci si mette di fronte al "foglio bianco", be'... secondo me si scade un pochino nella presunzione.
Tu mi dirai (forse! :) che ti aspetti di essere *decente* ogniqualvolta ti metti di fronte al "foglio bianco" e che già così, in modo discontinuo, ti risulta difficile mantenere alta la (tua) qualità.
Credimi, per questo ti puoi forzare alla continuità. Hai mai realmente provato? Guarda che funziona. E la stragrande maggioranza degli scrittori si applica in questo modo. Qualcosa vorrà dire, in fondo.

Hai già tentato e niente da fare?
Capisco. Forse non hai tentato con abbastanza convinzione? Magari hai tentato con pregiudizio? Non so. Secondo me la continuità dà anche grandi vantaggi pratici e forzarsi ad averne una è sempre positivo (che sia, magari, almeno 10 ore di scrittura alla settimana... mica dev'essere per forza 2 ore al giorno!).
Secondo me.

I motivi per cui io in questo periodo non posso essere continuo, credimi, sono davvero gravi. In altri casi, mi risulta difficile credere che non si riesca a scavare un'ora al giorno, quasi ogni giorno. Questa quantità di tempo ce l'ha di solito anche la mamma che lavora (tranne quando il pupo è piccolino piccolino).
Che ne pensi? Sto sbagliando?

24 settembre 2007 14.52  
Blogger Parao ha detto...

Caro Francesco, felice di rileggerti qui. Grazie del passaggio.

Ecco, vedi, tu hai fatto una cosa che per me è impossibile: lasciare un buco nella trama alla seconda stesura. Io non ce la faccio, devo risolvere subito.
Forsa la cosa dipende da una mia convinzione: un buco nella trama è come un maremoto, genera onde anomale che si ripercuotono nel resto del testo. Preferisco arginarlo subito, onde evitare danni maggiori.
Ma, certo, c'è il buco e c'è il forellino. Personalmente, se mi accorgo di qualcosa, non bado all'entità. Se è un buco, intervengo per i motivi di cui sopra. Se è un forellino, è piccolo, quindi faccio poca fatica a intervenire subito.
Insomma, preferisco intervenire subito! (Non si era capito?)

Con "Il giorno dopo" il documento dei profili dei personaggi (che nel mio caso non è soltanto una lista di caratteristiche fisiche, bensì anche caratteriali, psicologiche e di retroterra storico) si sta rivelando un aiuto indispensabile. Sono davvero tanti!
Troppi? No, non credo. In fondo la mia trilogia ne aveva 81 (di cui un quarto con "parti" di rilievo). Con questo sono arrivato, sinora, a 49 (ed è un romanzo singolo).

Profiel? Uhm... Il nome mi piace. Mi ricorda "Sabriel", di Garth Nix. Ma non importa.

24 settembre 2007 15.15  
Anonymous Francesco Falconi ha detto...

Donc, parlo di "forellini", non di voragini. Ma, dato che il lettore è attento, occorre arginarli. Ho scritto Profiel (in realtà non è il nome definitivo, ma un Pro-fi-el ;)) in 8 mesi. Troppi, per me. Infatti questo prolungarsi ha creato qualche imperfezione di trama.
Esempio sciocco: il personaggio X ha un dialogo con Y, alla fine passa un coltello.
Il coltello non si cita più (semplicemente perché avevo un'idea che poi ho deciso di non perseguire). Ergo, il forellino va eliminato.
Non è così complicato, basta una lettura attenta (la famosa seconda stesura). Di solito uso la terza per lo stile. O almeno questa è la strada che ho iniziato a seguire con Estasia2.
In pratica:
La prima stesura, "abbastanza" di getto. Abbastanza, perchè ho 2 quaderni interi di schemi per ogni capitolo, scena e personaggio di Profiel. Ma la scrittura è molto libera e istintiva.
Seconda stesura: vedo cosa ho combinato, taglio, cucio, rattoppo.
Terza stesura: ho una trama ok, mi dedico allo stile.
Allora, non so se è l'approccio giusto, ma mi sto trovando bene. Credo ognuno di noi debba trovare l'equilibrio appropriato alla proprie esigenze e necessità (e tempo).

24 settembre 2007 16.09  
Anonymous Anonimo ha detto...

Certo che vi sto leggendo, Andrea.

Concordo con quanto postato sopra da Francesco: ognuno (con l'esperienza) matura il metodo di lavoro più congruo alle proprie esigenze e, dirò di più, alla propria creatività.

Al riguardo, i., ritengo che la scrittura di un romanzo non possa prescindere da metodo e costanza.

Non si tratta, per come la vedo io, d'imbrigliare la propria fantasia quanto piuttosto di canalizzarla nell'ambito di un'attività quotidiana (o comunque costante) che - come suggeriva giustamente Andrea nel suo post - non sempre porterà a un prodotto memorabile (o alla versione finale) ma che costituirà la base su cui lavorare per giungere alla stesura finale del romanzo.

La mia esperienza personale, tra l'altro, mi ha portato ad appurare che lavorare a ondate (sulla base di una supposta ispirazione) finisce solo con l'arrugginire la mia scrittura e con l'indebolire la mia capacità da un lato di richimare le immagini, dall'altro di trasferirle sulla pagina conservandone il vigore con cui appaiono a me. E se sono io in tal caso il primo a non esserne affascinato, come potrei mai sperare che lo possa essere il potenziale lettore?

Michele

24 settembre 2007 17.11  
Anonymous Anonimo ha detto...

PS.
x Andrea.
So cosa significa provare a scrivere quanto il contesto ti pone davanti problemi più gravi e/o preoccupazioni assillanti.
Posso limitarmi ad augurarti che quelle che stanno affliggendo te si risolvano presto.

Michele

24 settembre 2007 17.13  
Anonymous I. ha detto...

i, vedi come ognuno è a suo modo? Ho letto "On writing" di recente e quel passaggio non me lo ricordavo proprio! :)

Felice di averti rinfrescato la memoria su questo passaggio. On writing è stato il primo libro sulla scrittura che ho letto. Poi ne ho letti molti altri. E ancora ne leggerò. Il processo che porta lo scrittore a buttare sulla carta ciò che ha dentro è per me più intrigante dello scrivere stesso.

C'è Michele Giannone, che di qui passa spesso e magari sta leggendo in questo momento, che applica alla sua scrittura proprio la regola delle due ore al mattino, ogni giorno.
Tu non ci riesci.
Personalmente, capisco quello che vuoi dire. Ma non concordo. Qui non si tratta di scrivere ogni volta brani memorabili. Si tratta di imporsi di scrivere. Ieri mattina ho scritto una cosa schifosa? Pazienza, la riscrivo. Ma restare immobili, ecco, questo è qualcosa che ai miei occhi porta alla ruggine e a scrivere con maggiore difficoltà, sempre.


Alt, io dico che non ci riesco perché, nel momento in cui inizio a scrivere, è come per leggere: due ore non mi bastano. Il mondo reale sparisce, entro in una dimensione che esiste solo nella mia mente. E’ un momento di piacere intenso. E non accetto l’idea di smettere perché devo fare altro. Non mi metto neppure dietro a scrivere, se non ho il tempo che mi serve (ovvero tutto) per farlo. Di solito infatti non dormo. Scrivo di notte quando tutti sono a dormire e io posso anche permettermi di crollare come una pera sulla tastiera.

Tu parli d'ispirazione. Ebbene, quella è una cosa che passa quando passa. Ma se si attende soltanto il momento in cui passa, un romanzo anche di sole 300 pagine lo scrivi in due anni. E, sinceramente, questo significa che se mai si arrivasse alla pubblicazione, poi si uscirebbe subito dal "giro". (Ma, certo, scrivere non è quantità, ma qualità).

In effetti mi rendo conto che forse questo è un problema a cui non ho ancora pensato, visto che ancora non ho pubblicato. Ma interessandomi soprattutto il processo dello scrivere e non dover consegnare un lavoro entro una determinata data, il problema della tempistica e della metodica ancora mi appaiono qualcosa di astruso… in questo sono deficitaria, lo ammetto. :-))

Ebbene, come faccio io? M'impongo di scrivere quando sono sicuro che ho almeno un'ora libera (di meno non ha senso). Se ho un'ora, allora mi applico... venga quel che venga. E, credimi, a lungo andare s'impara, si diventa più duttili, la mente reagisce con più prontezza, ci si cala nel testo con maggiore facilità.

Non ci riesco. Se ho il limite delle due ore, mi vengono fuori parole sconnesse o male assortite.
E se arrivo sul più bello, carica di poetica al punto da scrivere il capolavoro del secolo, e devo interrompere perché devo portare a nuoto il pupo? Come riacciufferò quell’istante di ispirata poesia che in quel momento e solo in quello, aveva in animo di uscir fuori?

Scrivere è anche una questione di inclinazione. Se si pretende da se stessi il gran pezzo ogniqualvolta ci si mette di fronte al "foglio bianco", be'... secondo me si scade un pochino nella presunzione. Tu mi dirai (forse! :) che ti aspetti di essere *decente* ogniqualvolta ti metti di fronte al "foglio bianco" e che già così, in modo discontinuo, ti risulta difficile mantenere alta la (tua) qualità.

No, non mi aspetto di scrivere il gran pezzo. Nemmeno lo voglio. Io miro semplicemente a scrivere in modo chiaro, avvincente, accattivante e rinunciare alla tentazione di ridondanza che tanto mi affligge. E mantenere fissa l’attenzione del lettore su quanto sto scrivendo. Poi se esce un “momento di lirismo puro” non guasta, ma in quel caso si deve avere la predisposizione, fisica e mentale per tirar fuori cose così. E forzando la continuità ahimè questo a me non succede.

Credimi, per questo ti puoi forzare alla continuità. Hai mai realmente provato? Guarda che funziona. E la stragrande maggioranza degli scrittori si applica in questo modo. Qualcosa vorrà dire, in fondo.Hai già tentato e niente da fare?
Capisco. Forse non hai tentato con abbastanza convinzione? Magari hai tentato con pregiudizio? Non so. Secondo me la continuità dà anche grandi vantaggi pratici e forzarsi ad averne una è sempre positivo (che sia, magari, almeno 10 ore di scrittura alla settimana... mica dev'essere per forza 2 ore al giorno!).
Secondo me.

ù
Ho tentato, ho tentato. Quel pezzo di Trollope mi è rimasto impresso, quasi indelebile nella mente. Mi son detta: cavoli ma è l’uovo di colombo. Tutti i giorni un’ora e il gioco è fatto. Mi metto lì, quello che scrivo scrivo. Poi in fase di revisione, rivedo, correggo, aggiusto, taglio, cucio, rammendo. Riscrivo. Ci ho provato. Ma avevo fatto i conti senza l’oste, pardon, senza i personaggi. Che pur imbrigliati in tante belle schedine personaggi, con ruoli, caratterizzazioni, caratteri e azioni già tutte preconfezionate come manuale consiglia, si ribellano, si ammutinano. Vogliono, rivendicano la loro identità. Mi impediscono di andare avanti in una direzione. Vogliono che prenda un’altra strada. Ci ho provato. Poi mi sono arresa. Ho seguito io loro, e non viceversa. Avevano ragione loro.


I motivi per cui io in questo periodo non posso essere continuo, credimi, sono davvero gravi.

Guarda, questo che dici, mi dispiace sinceramente. La mia più totale solidarietà. Vedrai che tutto si sistemerà.

In altri casi, mi risulta difficile credere che non si riesca a scavare un'ora al giorno, quasi ogni giorno. Questa quantità di tempo ce l'ha di solito anche la mamma che lavora (tranne quando il pupo è piccolino piccolino).
Che ne pensi? Sto sbagliando?


Un’ora al giorno, a me non basta. A me servirebbe tutta la giornata. Io vorrei (sogno altissimo, lo so!) poter vivere scrivendo. Alternando alla lettura. Magari si potesse fare. Ma non mi lamento. Scrivo anche mentre mio figlio fa tennis o nuoto, scrivo quando aspetto l’autobus o dal parrucchiere (bella forza, con solo riviste di gossip da leggere!). C’è di brutto che il momento di massima aspirazione per lo scrivere è mentre guido. E lì no, meglio di no… :-D Sul mio quaderno taccuino scrivo ovunque. Il problema è che la fase letteraria, quella dello stile (o bella copia si diceva una volta) dei dialoghi misurati, degli escamotage, delle caratterizzazioni e delle ambientazioni, a me riescono solo direttamente a pc, quando le mie dieci dita seguono i pensieri e li interpretano in differita. E quella fase lì, delicatissima perché è il romanzo o racconto vero e proprio che esce, ecco… richiede un momento di indipendenza totale, dal tempo e dalla vita stessa. Per questo di notte. Perché non ho orari. Faccio i conti solo con gli sbadigli.

Comunque… la discontinuità, così come il foglio bianco, andrebbero presi con positività… Qualunque sia il tempo che un editore ha ritagliato per uno scrittore. Io credo che sia solo una fase di arricchimento. E come tale andrebbe preso.
Sorry, per lo sproloquio.

25 settembre 2007 13.51  
Blogger Parao ha detto...

Ho capito il tuo punto di vista molto bene, i. Ma forse travisi un po' quello che voglio dire.

Non era in discussione il fatto di "voler vivere di scrittura". Pensi che non sia anche il mio obiettivo? Non ho ancora mollato, sai, anche se ho toccato con mano le concrete possibilità che si hanno di farcela, proprio perché edito. Questo, però, non c'entra nulla con il metodo e con la disciplina necessarie a un'attività tanto impegnativa quanto quella di romanziere.
Personalmente non considero la discontinuità come una cosa negativa in sé; capisco il tuo vissuto e i lati positivi che essa ha su di te. Tuttavia la continuità è importante proprio per ciò che anche tu ti proponi, dal mio punto di vista.
Non dico sia come la grammatica italiana, ma quasi.
In ogni caso, per vivere di scrittura non puoi startene con le mani in mano mai, dopo aver pubblicato. Valutalo, i., se un giorno ti capita - e te lo auguro - di pubblicare.

26 settembre 2007 15.03  
Anonymous I. ha detto...

Intanto ti devo ringraziare. Il tuo post sulla discontinuità mi ha fatto riprendere in mano il progettino che avevo lasciato stare da prima dell'estate. Non mi piaceva, temevo di aver scritto cose bruttissime. Ho riaperto il file, ho lavorato tutto il tempo che ho potuto oggi... e sono soddisfatta.
Da domani un'oretta al giorno, continuativamente... chissà che non riesca a scriverlo tutto, questo romanzetto?

In ogni caso, la sfida è il fantasy, e l'ho raccolta.

Ciao, e grazie ancora!

I.

26 settembre 2007 18.03  
Blogger Parao ha detto...

Ottimo, I.
Spero tu arrivi alla fine. Poi, magari, "vieni a trovarmi" e facciamoci quattro chiacchiere sulla continuità, tirando le somme se vi hai trovato - questa volta - qualcosa di positivo. :)

Buona scrittura!

28 settembre 2007 15.19  
Anonymous I. ha detto...

ahimè, son già qua... ho cantato vittoria troppo presto. credo che andrò a rileggermi Un nuovo mondo di un certo D'Angelo... devo capire cosa dice al capitolo "coerenza della trama"...:-D

Scherzi a parte, dove si parla di scrittura, io sono peggio di una mosca al miele... il link del blog è nei preferiti e sul mio blog... di qua ci passo quasi ogni giorno.

bye
I.

28 settembre 2007 16.46  

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