Recensione - Il mondo di Rocannon
Nuova recensione.
Ancora una volta si tratta di un esordio, ma si tratta di quello della più grande scrittrice vivente di fantascienza e fantasy, secondo i miei personalissimi parametri. È, infatti, un esordio del 1966.
Leggete la recensione e tornate a commentare qui nel blog.
Ursula K. Le Guin - Il mondo di Rocannon
http://www.negrore.com/recensioni/07ilmondodirocannon.htm
Ancora una volta si tratta di un esordio, ma si tratta di quello della più grande scrittrice vivente di fantascienza e fantasy, secondo i miei personalissimi parametri. È, infatti, un esordio del 1966.
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Ursula K. Le Guin - Il mondo di Rocannon
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Etichette: Letteratura, Recensioni



8 Commenti:
Be', che dire... con una recensione così, passo al più presto in libreria.
Leggere Ursula Le Guin non è mai una perdita di tempo, né peccato. Mai.
Per giunta, i suoi romanzi sono brevi, della brevità che dà il senso della misura con cui l'autrice domina il linguaggio.
Sublime.
Intrigante, Andrea, la tua considerazione circa il fatto che a molti lo stile della Le Guin sembri lento, persino tedioso (ho riscontrato la stessa tendenza in molti post relativi a Earthsea su FM).
Ci sarebbe da discutere su come ila produzione recente letteraria (e cinematografica: a mio avviso il discorso si potrebbe estendere anche ai film)venga sempre più forzato verso prodotti "fast food", che non richiedono un lettore (o spettatore) attento alle sfumature e a quelli che io in un'opera definisco "passaggi di mezzo" ma solo all'azione selvaggia e a una certa logica del "tutto e subito".
Michele Mikimago
Il fatto è che, paradossalmente, Ursula Le Guin è più veloce della "narrativa fast-food". I suoi romanzi sono molto più brevi di quelli degli autori più acclamati. Eppure, l'unico autore che io ritengo si meriti romanzi dalle 800 pagine in su, per quanta carne mette sul fuoco e per quanto rapidamente la cucini, è Steven Erikson. Tutti gli altri, ribadisco il paradossalmente, sono verbosi.
Il problema non è tanto quello della velocità, ma del contenuto. Paga soltanto l'azione.
Gianfranco Viviani mi rispose, in prima battuta, che gli sembrava la mia trilogia fosse priva d'azione. La mia risposta fu convincente... (Ho deciso adesso di scrivere una prossima considerazione proprio su questo argomento.) Ma resta il fatto che anche Viviani voleva azione, azione, azione!
Del resto, è quello che vende. Le pecore biancastre questo vogliono. Ma Ursula Le Guin è per le pecore nere, indiscutibilmente.
Leggere certi pareri sui suoi romanzi mi fa rabbrividire. Se c'è una cosa che c'entra poco con "i gusti" (meschina difesa dei mediocri), è la letteratura (in cui Ursula Le Guin si è stabilita da un pezzo, a pieno diritto).
Che la trovino tediosa e lenta a me non interessa. Resta la più grande di tutti.
A tal proposito, ricordo un aneddoto di Anna Feruglio Dal Dan, che mi disse come, a un corso di scrittura creativa tenuto da China Mieville e Ursula Le Guin (a cui riuscì a partecipare, superando la dura selezione), il primo trattava la seconda con una deferenza e un rispetto assoluti. Chissà perché i grandi autori ritengano di doverle rispetto, mentre i lettori no.
Quanti pecoroni in giro... quanti...
Manco a dirlo, in libreria non l'ho trovato, così l'ho ordinato. Ho ordinato anche il tuo "La rocca dei silenzi".
Ciao, a presto
Angra
Approffitto di questa recensione circostanziata per porre una domanda più ampia che da qualche tempo mi vellicava.
Perché, Andrea, continui a leggere e rileggere la Le Guin, mentre ti sei sempre consapevolmente impedito di tornare su Tolkien?
Tu, da quanto ho arguito, li consideri pressoché della stessa statura artistica: allora, se il condizionamento che esercitano su di te, derivato dalla loro grandezza, è identico, qual è il fattore discriminante per cui la Le Guin rientra ancora nelle tue letture - e nelle tue letture preminenti - laddove Tolkien ne è stato osteggiato?
Ti rivolgo inoltre i miei sinceri encomi per quella parentesi in cui svolgi la tua - pur succinta - requisitoria e invettiva contro il mero gusto dei lettori. Qui sarebbe d'obbligo e precipuo citare Jauss e Zanzotto: il punto, sostanzialmente, è capire qual è l'ambito in cui il gusto - l'opinione, la doxa parmenidea - parla con oggettività, e allora non è più gusto, opinione, doxa parmenidea, ma diventa critica, certezza - in senso hegeliano - epistéme estetica. L'opinione non interessa, non deve interessare. Occorre giustifcarla - sempre in senso hegeliano - affinché si affermi.
Feanor
La risposta è semplice, Feanor, per quanto possa sembrare un picco di superbia.
J. R. R. Tolkien mi spaventa ben più di Ursula Le Guin perché molto più vicino della seconda al tipo di narrativa che ho nel sangue. Semplicemente, può influenzare troppo la mia scrittura, effetto che invece la Le Guin non rischia di provocare, in quanto troppo distante dal mio modo di intendere una storia (ma la diversità, ovviamente, non mi impedisce di scorgerne la grandezza).
Tutto qui.
E, forse, un pizzico della mia ritrosia nel rileggere Tolkien dipende anche dalla fatica che mi costerebbe. Sono cambiato, negli anni, e vorrei approfondire troppe cose. Lo so.
Me ne tengo alla larga. I tempi non sono ancora maturi, per me.
Scusatemi, ma i pareri dei giovani lettori di FM per me non valgono un fico secco.
La maggior parte di quello che osannano é merda!
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