Recensione - House of Chains
Come è diventata mia ottima abitudine, ecco una nuova recensione a caldo.
Il quarto volume dei Malazan Book of the Fallen non ha deluso le mie aspettative. E, ancora una volta, mi sono dovuto limitare nel recensirlo: troppe le cose vissute per dar spazio a tutto.
Il mio unico suggerimento, prima ancora che affrontiate la recensione, è di regalarvi questa saga sontuosa.
Leggete la recensione e tornate a commentare qui nel blog.
Steven Erikson - House of Chains
http://www.negrore.com/recensioni/08houseofchains.htm
Il quarto volume dei Malazan Book of the Fallen non ha deluso le mie aspettative. E, ancora una volta, mi sono dovuto limitare nel recensirlo: troppe le cose vissute per dar spazio a tutto.
Il mio unico suggerimento, prima ancora che affrontiate la recensione, è di regalarvi questa saga sontuosa.
Leggete la recensione e tornate a commentare qui nel blog.
Steven Erikson - House of Chains
http://www.negrore.com/recensioni/08houseofchains.htm
Etichette: Letteratura, Recensioni



14 Commenti:
Bella bestia, Erikson.
Io sono arrivato a comprare i volumi sino al primo capitolo di "Memorie di Ghiaccio".
Qunado avrò preso anche la seconda parte (che mi pare di capire chiuda un arco narrativo delle vicende di malazan), li leggerò tutti di seguito.
Forse è una scelta azzardata ma voglio avere il quadro d'assieme per meglio apprezzare questo ciclo.
Erikson non è banale; per questo voglio affrontarne l'opera nel modo migliore.
Michele Mikimago.
Mah... Michele, non direi che la fine del terzo romanzo chiuda un "arco narrativo". In un certo senso, volendo, l'arco narrativo (fittizio) viene chiuso con la fine del quarto. Tant'è che il romanzo successivo, "Midnight Tides", narra una vicenda del passato.
Il fatto è che, secondo me, per comprendere appieno il genio di Erikson è necessario leggere i primi quattro volumi italiani (cioè fino alla fine della seconda parte di "Memorie di ghiaccio"). Questo perché più di un lettore non riesce a intravedere il genio del canadese dai primi due libri. Tu, poiché scrivi da tempo, sono certo che vedrai il suo genio fin dalle prime pagine... o, forse, no (perché la cosa dipende da come un autore intende una saga. Io, da sempre, intendo una saga come la intende lui, che sta facendo ciò che io comiciai a fare con la mia trilogia... anch'essa acerba, soprattutto tecnicamente - e, certo, forse per questo mi esalta tanto, perché è sulla mia stessa lunghezza d'onda, con un bel po' di bagaglio culturale sulle spalle ad avvantaggiarlo, ahimè...)
Personalmente, cosa che vado ripetendo, fiero di saper leggere tra le righe con questo acume, mi sono reso conto del potenziale di Erikson dalle prime, meravigliose 200 pagine del primo libro. E' da allora, la recensione su FantasyMagazine.it mi è testimone, che lo considero il migliore (nonostante il primo romanzo non possieda lo stesso valore dei romanzi successivi: diciamo che è come un diamante grezzo, che Erikson lavora sempre più finemente nel tempo).
Nel tempo, è divenuto il maestro contemporaneo indiscusso, ai miei occhi.
E, credo, sarà l'unico autore che darà ai lettori quanto detto fin dall'inizio: 10 libri, uno più denso dell'altro, senza allungare il brodo, giungendo a destinazione come una lama calda attraverso il burro.
Ha, fin dall'inizio, tutta la mia stima... e non è cosa che regalo a destra e a manca! ;)
Ma, certo, è piuttosto impegnativo. Tanto, che intendo rileggerlo tutto, una volta terminati i suoi romanzi. Intenzione eccezionale, per me, che ho sempre preferito scoprire autori nuovi, che rileggere gli amati "vecchi". Ancor più eccezionale, considerando la mole dell'opera!
Ma, nel caso dei "Malazan Books of the Fallen" è necessario, credo.
Sono anch'io un Erikson dipendente...Reaper's gale freme d'essere aperto fra 1 settimana in una calda spiaggia sarda ;D.
Sono d'accordo con la tua recensione anche se fatta senza leggere i successivi libri (credo) dove verrà data qualche info/spiegazione in più su quanto successo nel 4 Libro (e che non ti spoilerizzo ovviamente). Tipico di Erikson...;D
Erikson nr1? Si mi sa che ha superato Martin (nella mia personale classifica);D.
E' incredibile la dipendenza che crea Erikson (voglia insita di leggere il libro seguente)...nessun altro mi ha procurato questa smania e ciò ne fa il nr 1 a mio parere.
Complimenti per il blog.
Stefano (Lexxan do Pellyn nel forum "Il sentiero di Hood").
Ah, Stefano! Ho letto alcuni tuoi messaggi sul forum. Sto tentando di seguirti, in inglese, ma purtroppo il mio tempo è poco... e le letture sono molte.
Possiedo in inglese i libri fino al VI. Attaccherò in questi giorni il V... ma so che sarà una lettura lunga.
In ogni caso, chi mi segue su questo blog, sa che io Martin lo giudico ben al di sotto di Erikson. E, dopo questo quarto romanzo (che è una "semplice" conferma, in fondo!), ancora di più. Ritengo Martin il più abile, tecnicamente, ma il genio letterario di Erikson è fuori dalla sua portata... perlomeno con le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, che ho smesso di leggere per via del tedio assoluto che mi colse.
Per confermare a me stesso che Martin sta facendo il furbetto, ho acquistato l'ultimo volume Mondadori, con i suoi racconti. Quando lo leggerò, immagino avrò la certezza che l'autore statunitense stia lavorando di mestiere per guadagnarsi una ricca pagnotta. Ha ben altre capacità, rispetto a quella noia che sono le Cronache. Immagino la penserai diversamente, ma non importa: abbiamo in comune Erikson! :D
Grazie di essere passato!
Andrea, quando alludevo alla seconda parte necessaria per chiudere il primo arco narrativo, mi riferivo proprio a "Memorie di ghiaccio" (quarto volume in italiano solo perchè, come ben sai, il terzo originale l'Armenia ha avuto la brillante idea di segarlo in due).
Solo quando ce l'avrò, inizierò la lettura del ciclo.
Sarà impegnativa, lo so (lessi già tempo fa l'inizio de "I giardini della luna"); sono convinto però che ne varrà la pena (almeno, a pelle, dalle pagine iniziali del primo romanzo è questa la sensazione che ho avuto).
Michele Mikimago
Michele, ti rispondo al volo.
Ho capito che ti riferivi al quarto in italiano, cioè alla seconda parte del terzo. Ma io mi stavo riferendo al quarto volume reale, cioè a "House of Chains".
Secondo me un arco narrativo si chiude con la fine di "House of Chains", ossia il quinto volume italiano.
Ecco, tanto per chiarire.
A presto!
A proposito: hai visitato il blog di Massimo Perissinotto? Ci sta preparando una delle sue critiche spumeggianti. Il solito Massimo, eheheh...
Ha letto il tuo libro e, dalla premessa, credo l'abbia apprezzato. ;)
"Memories of ice" è ancora il miglior romanzo della saga, concordo. Però questo "House of chains" - l'ultimo libro di Erikson che io abbia letto, e in effetti da allora è trascorso forse troppo tempo; dovrò recuperare - lo pospongo a "Gardens of the moon", mentre lo preferisco a "Deadhouse gates", il volume che meno mi ha esaltato.
Tutto ciò si spiega quasi completamente con l'assenza di Anomander Rake, che io avverto moltissimo. Egli, nel genere fantasy, e fra i personaggi creati da autori ancora attivi, è già a mio avviso un personaggio epocale, insieme al Rand di Jordan e - come Andrea ben sa - al suo Emjariah - e mi siano perdonati gli eventuali, ma li credo sicuri, errori ortografici.
Se Anomander Rake, che, soprattutto in "Gardens of the Moon", è descritto in momenti irripetibili, non raggiunge Feanor, è solo perché quest'ultimo è la denotazione - non la connotazione... - del concetto proprio del genere fantasy - che è l'epicità: per chiarire ciò occorrerebbe ritornare alla discussione sulla letteratura e sui suoi generi... - degna non dico di un Tasso, di un Vogelweide o di un Ennio, ma addirittura di un Omero.
Feanor
Al di là del fatto che, nonostante abbia ricercato i due significati di "denotazione" e "connotazione", nell'accezione linguistica, e non ho ancora capito un'acca, mi chiedo una volta di più cosa vi sia di epico in Emjarîah (ebbene sì, Feanor, mancava soltanto il circonflesso sulla "i"; quindi promosso!).
A me, invece, Anomander Rake è piaciuto molto più in relazione a Whiskeyjack in "Memorie di ghiaccio"; ha guadagnato spessore e alienità nel contempo. Splendido. L'Anomander Rake dei "Giardini della luna" mi era sembrato di spessore, sì, ma anche un po' troppo "figo" - mi si passi il termine, è per farmi capire.
Naturalmente non ho resistito e ho portato con me, oggi, il V libro di Erikson; lo comincerò questo pomeriggio. Mi aspetto grandi cose da "Midnight Tides" - perché, forse, ma magari mi sbaglio, mi sembra molto più vicino all'inclinazione antropologico-filosofica di Erikson, come idea di base. Vedremo.
Mi..a, Andrea, hai proprio ragione.
Eccesso di caldo e di lavoro mi sa che stanno lavorando di concerto per fondermi le sinapsi.
Vorrà dire che dovrò aggiungere "La casa delle catene" agli altri prima di immergermi in Erikson.
Michele Mikimago.
PS: sono stato sul blog di Massimo. Ho letto il suo intervento sul genere fantasy (molte osservazioni condivisbili), ma - a parte - la copertina del mio romanzo, non ho trovato alcun intervento in proposito.
Sbaglio io a cercarlo o le sue impressioni in merito tu le hai desunte da un colloquio personale?
Michele, non sbagli nulla nel sito di Massimo. Semplicemente, lui fa sempre così: mette un'immagine e poi, appena ha scritto il pezzo relativo, lo pubblica on-line. Di solito mette anche un "post in costruzione", ma questa volta non l'ha fatto.
Attendi un po'. Secondo me già domani vedremo qualcosa. E, no, non ho parlato con lui.
Massimo è un grande, credimi.
Sì, sì, prendi anche "House of Chains", che, credimi, merita.
Andrea, invero Emjariah non è specificamente la denotazione dell'epicità - e hai ragione a osservarlo.
Allora, più congruamente, ti dico che Emjariah è comunque la denotazione - che personalmente vedo di una caratura notevolissima - dell'eccezionalità, che però è da pensare in rapporto al suo statuto originario - significato dalla ieraticità - ascritto e inscritto nel concetto proprio del genere fantasy, fondato su quello del romanzo eroico tassiano, a sua volta rampollo dell'epica omerica, e che quindi si rimanda all'epicità. Effettivamente il termine "eccezionalità" non determina perspicuamente la qualità che io precisamente intendo – e che proprio per come la intendo si riferisce all’epicità - ma per designare altrimenti e adeguatamente tale qualità dovrei svolgerla con ampie perifrasi definitorie, o - ancora meglio, ma questa, in questa occasione, è una soluzione inane - rifarmi a quel "kathekòn" stoico che è davvero la definizione immediatamente simbolica - e non allegorica... - di ciò che vado configurando parlando invece - non con completa pertinenza - di "eccezionalità".
Provo a spiegarmi concretamente, esemplificando: nel vasto concetto dell'epicità, Anomander Rake ed Emjariah, dal mio punto di vista entrambi ivi annoverati, possono essere paragonati rispettivamente ad Achille e a Nestore, o a Tulkas e a Mandos - se gli autori di riferimento sono Omero e il Tolkien de "Il Silmarillion", ma soprattutto del quarto, decimo e undicesimo volume della “History of Middle-earth”, dottissima enciclopedia di carattere cosmogonico e cosmologico, escatologico e soteriologico, mitologico e filosofico, attinente l’intero universo di Tolkien, sciaguratamente inedita in Italia.
Sull'apparenza troppo "figa" dell'Anomander Rake di "Gardens of the Moon", volevo puntualizzare che ben diverso è un personaggio sì "figo", ma alla maniera, ecco, di Stryke, l'orco creato da Nicholls, privo di qualsiasi credibilità, qualsiasi autenticità, qualsiasi carisma, da un personaggio altrettanto volutamente - credo - "figo" come appunto Anomander Rake, che è a un tempo maestoso, titanico, solenne.
Questo rende l'apparenza "figa" di Anomander Rake - pure se esasperatamente "figa" - "figa" in un modo speciale, unico, brillante; realmente, trionfalmente, essenzialmente "figa".
Il discorso circa la denotazione e la connotazione è veramente sconfinato, ostico se non astruso - almeno per chi vi si approssima per la prima volta - e investe quasi tutti gli ambiti letterari. Anche il solo tentativo di abbozzarne i primi contorni sarebbe un greve cimento. Ma se a qualcuno interessa - foss'anche soltanto per delucidare la mia posizione riguardo a Emjariah, Anomander Rake, Feanor - posso provarci, e un tentativo è sempre possibile.
Feanor
Assolutamente d'accordo con te, Feanor, sul carisma di Anomander Rake. Del resto, Erikson non è autore banale in nulla, a mio avviso.
Volevo soltanto sottolineare che l'Anomander Rake di "Memorie di ghiaccio" ha aggiunto a quello del primo Libro Malazan dei Caduti un po' di spessore in più, che, sì, si poteva già intuire ne "I giardini della luna", ma era in fin dei conti taciuto.
Circa Emjarîah, credo d'intendere cosa intendi con "eccezionalità", visto il suo ruolo nella vicenda, piuttosto singolare nel contesto del genere fantasy. Se bene intendo quanto hai intravisto in lui, ebbene, Feanor, forse sei l'unico che l'ha inteso come l'ho inteso io (magari con una buona dose d'inconsapevolezza, divenuta consapevolezza soltanto col senno di poi). Sei l'unico, forse e quindi, che ha visto in Emjarîah qualcosa di più di una copia di saggi quali il Yoda di "Guerre Stellari" mescolato a una volgare sintesi di un santone orientale (Yoda che pur amo molto, parlando della trilogia cinematografica prima, non della seconda, pacchiana e deturpante).
Di ciò, ovviamente, mi compiaccio. Se ho inteso.
Su Anomander Rake.
Ritengo che l'epicità autentica che la sua descrizione veicolava in "Gardens of the Moon" non sia più stata raggiunta, nemmeno nel superlativo "Memories of Ice". Ricordo innanzi tutto il momento in cui la sua figura viene introdotta, nel sopraffino dialogo che coinvolge Tattersail, Hairlock, Tayschrenn e Dujek. Ecco, quello è uno dei rarissimi brani - internamente al genere fantasy - che possono essere degnamente equiparati a quelli di Tolkien - del "Silmarillion". Una simile maestria, in Erikson, probabilmente non l'ho più rinvenuta.
Su Emjariah.
Spiaente Andrea, ma credo di dover frustrare le tue aspettative.
Io parlavo dell'eccezionalità che caratterizza il Baldar non in rapporto al ruolo che riveste nella trama complessiva de "La Triade" - che tu definisci piuttosto singolare - bensì in riferimento a Emjariah in quanto Emjariah, all'identità specifica del solo personaggio Emjariah insomma.
Non illustravo, cioè, la sua eccezionalità come sinonimo di unicità, in relazione al suo significato, al suo valore, alla sua funzione nel più vasto orizzonte dei romanzi e infine della saga. La illustravo nei termini originari in cui è espressa dalla ieraticità - e anche qui allora occorrerebbe intendersi sul primario senso della ieraticità; l'attenzione linguistica ai vocaboli che si adottano non è mai pleonastica - e in cui invero sarebbe meglio determinabile - già lo dicevo - come "kathekòn" stoico.
Non so se sono risultato chiaro - non lo penso.
...E adesso una settimana di ristoro, coccolato dalla mia dimessa ma diletta barca a vela, non me la nega nessuno. Ci sentiamo di nuovo il lunedì venturo - allorché, Andrea, mi aspetterò di essere accolto dai tuoi audaci ragguagli su quella tal questione inerente la letteratura e i generi letterari, fondamentale anche nel contesto di questa discussione.
Feanor
Avendo io deciso, in via più che eccezionale, di rileggere i romanzi di Erikson in inglese, dal primo in poi, un giorno o l'altro saprò ponderare questa tua affermazione sull'Anombader Rake presentato in "Gardens of the Moon". La scena citata, ad esempio, non mi è rimasta particolarmente impressa. In fondo non è strano, perché Erikson mi stava travolgendo con l'impatto globale della sua inventiva, al tempo.
Circa il mio amato Baldar, che dire? Il mio pensiero su di lui resta tale e, certo, sarebbe il caso di capire quale sia questo significato primario di "ieraticità". Così non posso comprendere, né dirmi d'accordo.
Emjarîah, comunque, è per me unico nel panorama (personale, quindi limitato) della fantasy. Così come lo sono Mja Dell, Balko e Anagromis e i più tardi Mordha e Lhoss'm e altri recentissimi di cui ancora non si può leggere.
Che poi io sia riuscito a rendere la sua unicità di saggio e asceta, questo non lo so (e, comunque, mancano narrazioni fondamentali, per delinearlo fino in fondo: il Villaggio dei Baldar mi attende ancora, in futuro).
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