26 luglio 2007

Azione, azione, azione!

Pare che il mercato editoriale sia tutto teso verso la “narrativa fast-food”. E, come mi faceva notare Michele Giannone, è un male che ha colpito anche il cinema. Forse è come la peste... forse è un'epidemia.

Quando spedii all'Editrice Nord il primo romanzo della mia trilogia, allegando una lettera di presentazione (ignorando che sarebbe stato opportuno inviare anche una bella sinossi), Gianfranco Viviani mi fece due appunti: uno sulla forma, che condividevo, e uno sull'azione, di cui invece non condividevo l'essenza.
Gli risposi, puntualmente e testualmente: «L’azione è davvero soltanto guerra, combattimenti all’arma bianca o magica, duelli, ecc... oppure è, ad esempio, anche azione magica non forzatamente volta allo scontro tra due contendenti? Non credo di essere d’accordo sul relegare l’azione al semplice "scontro", anche se parlando in senso lato. [...] Se mi si chiede soltanto azione, allora mi si boccia: non è la strada che seguo.»
Fui convincente, in tutta evidenza. Eppure da allora continuo a pensare che Viviani venne colpito dalla pronta risposta, che evidenziava il grande lavoro di preparazione della trilogia (spedii non uno, ma ben due riassunti diversi, in cui avevo evidenziato tutto ciò che per me era azione, classificandola in modi diversi - materiale che non avrei potuto produrre in tre giorni, se non fosse già stato bell'e pronto). Il risultato è il Primo Ciclo Minore, meglio noto con il nome di “trilogia delle sette gemme” (questioni di marketing), mio esordio.

A questo punto, mi chiedo e vi chiedo: può l'azione essere il peso più importante sulla bilancia? Immagino già le risposte degli editori, ma mi piacerebbe poter rivolgere loro questa domanda.
La risposta dei lettori, invece, appare evidente: sì, l'azione è il fulcro, senza la quale i libri diventano noiosi.
Ma non ne sono così certo. O, forse, spero di sbagliarmi.
Di Michele Giannone, ad esempio, ho apprezzato molto le parti in cui l'azione non c'era. Lo stesso dicasi per il romanzo di Daniele Bonfanti. Di Dario De Judicibus pure. Non è un caso, noto solo ora, che il primo si sia concentrato di più su ciò che attornia l'azione, rispetto ai secondi, e si sia guadagnato una critica migliore da parte mia. L'azione è, forse, ciò che meno mi attrae di un romanzo, se questo non riesce a farmi riflettere altrimenti. Sono forse io un lettore anomalo? O forse l'azione è giustificata, adrenalinica e godibile se e solo se c'è una profondità di narrazione che la precede e segue?
Non so voi, ma io mi risposi già molti anni fa e, pur rischiando di mandare in fumo una possibile pubblicazione con la casa editrice che era il mio sogno, sottolineai il concetto all'allora editor dell'Editrice Nord, in modo quasi pedante.

Far parte di un mercato che premia l'aria fritta, in tutta sincerità, non m'interessa. Ai tre re "azione, azione, azione" io oppongo i miei "ambientazione, introspezione, azione". Questo mi interessa. Certo, potrebbe non interessare agli editori e io ritrovarmi a non pubblicare più alcunché.
Ma ha davvero importanza?

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20 Commenti:

Blogger Angra ha detto...

Sono d'accordo. Ciò che mi interessa principalmente in un romanzo è la costruzione dei personaggi, il fatto che abbiano uno spessore, e nel caso di ambientazioni fantastiche anche la costruzione del mondo in cui vivono. Con una buona costruzione dei personaggi e del loro mondo, questi dovrebbero cominciare a vivere di vita propria, e l'azione essere una conseguenza diretta della loro personalità, risultando coerente, mai gratuita, mai forzata. Aspetto con impazienza il tuo libro anche per confrontarlo con le critiche che ti sono state appunto mosse allora dalla Nord.

Comunque, non per presunzione, ma non prenderei per oro colato le critiche degli editori. A mio parere non sono poi così bravi a conoscere i gusti del pubblico, altrimenti non succederebbe che nove titoli su dieci se ne vadano al macero senza aver venduto una copia. E poi i gusti del pubblico sono al 99% influenzabili da ciò che viene spinto dalla pubblicità e massicciamente presente nelle librerie.

Ciao,

Alessandro

26 luglio 2007 11.07  
Blogger Perissi ha detto...

"L'avventura, prima che fisica deve essere cerebrale...", non lo dico io, ma lo ha detto a suo tempo un tal Conrad, avete presente "Cuore di tenebra?"

26 luglio 2007 11.49  
Blogger Parao ha detto...

Angra, quale libro aspetti?
Le critiche che mi vennero mosse da Viviani, mi furono mosse su "Le sette gemme", primo romanzo pubblicato, nel 2002. Non devi aspettarlo... devi avere la fortuna di trovarlo! LOL!

Esatto, Massimo! Prima che fisica, deve essere cerebrale (e, se possibile, emozionale). Cosa c'era di fisico nell'ultimo "estratto" che ti ho mandato, per esempio? Era molto, molto cerebrale... ma, a mio avviso, è una delle cose migliori che ho scritto in vita mia.
Per l'appunto.

"Cuore di tenebra"? Delucida.

27 luglio 2007 11.05  
Anonymous Anonimo ha detto...

Andrea, sul discorso dell’importanza (essenzialità, direi quasi) assunta dall’azione come leit motiv delle opere d’intrattenimento (uso il termine al posto di romanzi perché, ribadisco, vale anche per il cinema e per molti comics) o come – fatto ben più grave, a mio avviso – fine ultimo delle stesse, potremmo discutere a lungo.
La realtà da cui dobbiamo muovere, e lo dico con notevole dispiacere, è la constatazione di una certa pigrizia mentale del fruitore (lettore, nel caso dei romanzi) dell’opera stessa, di un appiattimento della sua capacità di “vivere il romanzo”, piuttosto che subirlo passivamente. Questo potrebbe spiegare, secondo me, in una certa misura perché un autore come Erikson abbia sul mercato un’eco minore rispetto ad altri meno meritevoli di lui. Il primo – come in diversi interventi hai rilevato tu, Andrea,– parrebbe costringere il lettore a rimboccarsi le maniche e a darsi verso per cogliere il non detto (non imboccato, mi verrebbe da dire), che spesso è persino più rilevante di quanto espressamente raccontato. Gli altri, invece, danno per scontato che il lettore non voglia (sappia) compiere un’azione simile; perciò, lo prendono per mano e lo accompagnano passo passo dall’inizio alla fine del percorso.
In questo, intendiamoci, non c’è – di per sé – niente di male. L’azione può anche essere significativa (penso a molti romanzi di Gemmell in cui i personaggi sono ciò che fanno e in cui l’azione è determinante, da una parte per comprenderne appieno la psicologia, dall’altra per cesellarne l’epicità che – in quanto tale – non ha bisogno di descrizioni o approfondimenti psicologici ma di comportamenti che le diano sostanza e si trasfigurino nel mito – per definizione il grado zero del racconto).
Il problema, come dicevo prima, si pone quando l’azione diventa il fine ultimo della narrazione, una sorta di sovraesposizione di effetti speciali (per riagganciarci al discorso del cinema), con cui stordire il fruitore e così facendo si soffoca tutto il resto.
Andrea, tu citavi il fatto di aver apprezzato del mio romanzo più le parti in cui l’azione è assente. Al riguardo permettimi un’osservazione collegata a quanto tu stesso rilevavi. Anche per me azione non è solo duelli, scontri, fughe o intrighi. Azione è anche scoprire un mondo che non è quello che ci si aspettava e provare ad affrontarne le diversità oppure rapportarsi ai propri sentimenti e alle difficoltà che spesso si hanno a viverli pienamente.
Poi, ovvio, se c’è da descrivere una scena di azione (nell’accezione più stretta del termine) non mi tiro indietro. Tuttavia parto sempre dal presupposto/speranza che tale scena non sia un escamotage per riempire dieci pagine in più di romanzo quanto piuttosto uno strumento per fare procedere la storia o dire qualcosa al lettore sui personaggi.
Solo così, a mio avviso, contestualizzando l’azione, si può evitare di finire col cadere nella trappola di quella che un critico cinematografico in una rivista specializzata ha definito “l’estetica del videoclip”: scene d’azione convulse e gratuite, montaggio frenetico, personaggi ridotti a marionette che si arrabattano sullo schermo (pagina) senza “dire” al fruitore nulla su se stessi o sulla storia che stanno raccontando. Questo sì il grado zero della narrazione, inteso non nell’accezione di cui parlavo prima riferendomi al Mito ma proprio come morte della narrazione stessa.

Michele Mikimago.

28 luglio 2007 8.36  
Blogger Perissi ha detto...

Fanculo il mercato, e fanculo l'anti ideologismo!

29 luglio 2007 14.06  
Blogger Perissi ha detto...

"Cuore di tenebra" romanzo metaforico sull'avventura e sulla ricerca della stessa, ispiratore, tra gli altri, del film "Apocalypse Now" di Coppola.

29 luglio 2007 14.08  
Anonymous Daniele Bonfanti ha detto...

In quello che scrivo l'azione è determinante. E mi piace molto raccontare combattimenti, sbranamenti vari, martellate e asciate, mostri sbrindellanti gente, et similia.
E mi piace altrettanto leggere d'azione. Questione di gusti - in parte.
Sì, perché quello che ho scritto fin qui non è nemmeno vagamente in conflitto con quanto scritto da Michele, Andrea e Perissi. Proprio per niente. L'azione da sola è ancora più noiosa della non-azione da sola. Una scena d'azione, per essere godibile, deve avere un senso - ah! questa parolina tanto spesso calpestata! - che la motivi, che la renda atta a.
Una scena dinamica è qualcosa che deve essere conseguenza di una situazione, e deve essere fine al raggiungimento di uno scopo. Allora, e solo allora, acquista un senso al di là dell'esercizio di stile o degli effetti speciali - un senso che la rende emozionante, che può rendere il lettore partecipe.
Spesso, invece, in ciò che ci viene propinato ogni giorno l'azione è fine a se stessa, come giustamente dite.
Questo, purtroppo, perché il pubblico - non tutto, per fortuna - si è impigrito. Non cerca il senso, non cerca motivazioni - nemmeno marginali, nemmeno funzionali, nemmeno macguffiniane - vuole semplicemente assistere; che è diverso da essere partecipi.

29 luglio 2007 20.21  
Anonymous Anonimo ha detto...

Condivido in toto il pensiero di Daniele.
Forse, ridotto all'osso, il problema sta tutto nella sua ultima considerazione: un pubblico che assiste, senza voler essere partecipe.
D'altra parte, in un paese che ha reso il vuoto assoluto il paradigma del proprio modo di fare televisione e ha erto a protagonisti tronisti et similia ci potremmo aspettare (come tendenza) qualcosa di diverso?

Michele Mikimago.

30 luglio 2007 7.52  
Blogger Angra ha detto...

iao, quello che ho ordinato e' "La rocca dei silenzi". Pensavo che il discorso sulla presenza o meno di dosi massicce di "azione" potesse valere in generale anche per questo tuo romanzo. COmunque ciò che mi dici è strano, perché i tuoi libri risultano tutti disponibili su internetbookshop.it

Ciao,

Alessandro

30 luglio 2007 8.01  
Blogger Parao ha detto...

Per Daniele e Michele.
Certo, in fin dei conti siamo tutti uniti dal pensiero di fondo che l'azione è giustificata e giustificante. Se non sbaglio, Daniele non fa altro che ribadire il mio pensiero, che vuole qualcosa di polposo che precede e succede all'azione, rendendola sensata.

Per Angra.
Il discorso sull'azione riguarda il mio modo di intendere la scrittura, certo. Quello che volevo specificare era che il commento di Gianfranco Viviani era rivolto a "Le sette gemme", non certo a un romanzo che sarebbe venuto quattro anni più tardi. Tutto qui.
Ordinandoli su internet, sì, i miei primi tre romanzi sono ancora rintracciabili. Nelle librerie, invece, è quasi impossibile (e, quando ne trovi qualcuno, non trovi mai tutti e tre assieme).
Il cofanetto era un'edizione limitata (500 esemplari: rarissimo!)

30 luglio 2007 14.35  
Anonymous Federico Russo "Taotor" ha detto...

L'azione può contare in un film, ma in un libro... La cosa che conta di più è lo sviluppo della trama, secondo me; un evento inaspettato, che colpisce e confonde, sì, questa è azione. Ma un cozzare di spade o palle di fuoco, inserito per puro sfizio, non serve a molto. Inoltre, esistono più tipi di azione, e azione non significa necessariamente "combattimento".

30 luglio 2007 17.24  
Blogger Perissi ha detto...

Caro Andrea, mi piacciono un sacco le persone che frequentano il tuo blog. Sono in gamba, aperti, intelligenti... non lo dico per piaggeria, ma respiro aria limpida da queste parti...
Buon tutto a tutti!

30 luglio 2007 17.38  
Blogger Parao ha detto...

Per l'appunto, Federico. Fu esattamente ciò che feci notare a Viviani in concreto, ribattendo e spiegando i molti perché della mia trilogia (scena per scena... non uno scherzo, eh! 1200 pagine riassunte).
Tre giorni dopo - ripeto: TRE! - ricevetti il contratto. ;)

Caro Massimo (Perissinotto), da queste parti gli imbecilli vengono cassati. E, noto con soddisfazione, nemmeno passano più.
Inoltre, amo il multiforme e variegato pensiero di chi si occupa con serietà di fantastico. Credo si percepisca e, di conseguenza, lentamente, questo sta diventando un piccolo salotto in cui confrontarsi.

Quando c'è rispetto reciproco, c'è tutto quel che occorre per "stare" bene assieme.

31 luglio 2007 8.58  
Blogger Perissi ha detto...

E, come vedi, ci torno sempre volentieri!

1 agosto 2007 18.43  
Anonymous LucaCP ha detto...

Non posso che darti ragione. Personalmente quando scrivo mi concentro maggiormente sulla psicologia dei personaggi, sulla cultura e il mondo che li circonda, penalizzando -appunto- quella che è considerata "l'attrattiva principale di un fantasy", ovvero: l'azione. Quando leggo un romanzo anche a me piace una scena di guerra ben descritta o un duello che mi tiene con il fiato sospeso per tutta la sua durata, eppure non posso fare a meno di criticare l'assenza di tematiche "serie", slegate dal classico dualismo bene-male, ma ancora più profonde se possibile.

2 agosto 2007 23.14  
Anonymous Anonimo ha detto...

Postilla a questa discussione.

Finito di leggere “La Rocca dei Silenzi”, mi sono ritrovato tra le mani (per una serie di motivi che è qui inutile spiegare) a leggere “Amazzonia” di James Rollins.

Lo definiscono l’astro nascente della narrativa d’azione.

Leggendone circa 150 pagine, rilevo che questo autore di bestseller (perché i dati confermano che vende tantissimo) altro non è che un artigiano che inanella luoghi comuni, personaggi stereotipati e una pagina sì e l’altra pure, tanto per non smentire la sua nomea, inserisce (parafrasando il titolo della discussione) “Azione, azione, azione”.

Il tutto sorretto (si fa per dire) da una scrittura piatta, priva di qualsiasi guizzo, di qualsiasi immagine che la ravvivi, tale che un elenco telefonico sembra più interessante.

Quello che spiace constatare (e il cerchio della discussione si chiude) è che questo autore (?) vende centinaia di migliaia di copie: la prova evidente che – come dicevo in un mio intervento precedente – molti (troppi) lettori vogliono solo “subire” il romanzo in maniera passiva e decretano il successo di chi le asseconda dando loro pagine che non richiedono alcun impegno ma solleticano la loro pigrizia.

Michele Mikimago

21 agosto 2007 10.31  
Blogger Parao ha detto...

Quello che dispiace non è che lui le venda. E' che io non vendo altrettanto! Mi basterebbe vendere meno, ma poter vivere di scrittura.

Un giorno le cose cambieranno, Michele. E, spero, il primo trascinerà con sé gli altri.
Cambieranno. In un modo o nell'altro.

21 agosto 2007 15.40  
Anonymous Anonimo ha detto...

A me invece dispiace sia che tu non venda altrettanto, sia che egli venda tanto. Il compito dei lettori – se fossero veri lettori – non dovrebbe constare solo della promozione e premiazione della qualità – indipendentemente dalla quantità – bensì anche del bando e della punizione della quantità – senza la qualità.

Qualcosa cambierà? Sì, cambierà. In un modo e nell’altro. In un modo, negativamente: una massa sempre maggiore con una qualità sempre minore leggerà sempre più una quantità sempre maggiore di libri con una qualità sempre minore scritti da una quantità sempre maggiore di autori con una qualità sempre minore; nell’altro, positivamente: una cerchia sempre minore con una qualità sempre maggiore leggerà sempre più una quantità sempre minore di libri con una qualità sempre maggiore scritti da una quantità sempre minore di autori con una qualità sempre maggiore.
Una visione decadente della storia letteraria, non indegna della prospettiva di un Ermete Trimegisto, ne sono perfettamente conscio. Ma l’analisi empirica dello sviluppo diacronico della realtà letteraria mi conforta solennemente: agli albori della nostra letteratura, il più ignorante fra i villani conosceva Dante, ed era costantemente educato a comprenderlo, ma nessuno – giustamente! – conosceva Donati. Agli albori assoluti della letteratura, quand’ancora in epico certame si potevano ammirar contendere Bacchilide, Simonide e Pindaro, un Donati nemmeno esisteva.
Ora, in quanti leggono Volponi, Kertesz, Coe? E quanti invece leggono Moccia, Brown, Follett? In quanti leggono la Le Guin, e in quanti la Rowling? In quanti leggono Erikson, e in quanti Goodkind? In quanti leggono D’Angelo, e in quanti la Troisi?
La mia visione decadente, purtroppo, mi sembra più che giustificata.

Feanor

22 agosto 2007 18.04  
Blogger Angra ha detto...

Ciao Andrea, finalmente mi è arrivato il tuo La rocca dei silenzi. Di questo tuo romanzo lessi sui vari forum lodi a piene mani e insulti viscerali (non si possono definire critiche in quanto mancanti di argomentazioni). Ebbene, sono ai primi tre capitoli, e per ora posso dire che è oggettivamente ben scritto, ha un inizio incisivo, i personaggi sono ben costruiti, fa venir voglia di andare avanti a leggere. In poche parole, mi pare che al di là dell'opinabile certi giudizi negativi siano del tutto ingiustificati. Mi chiedo allora da dove nasce tutto ciò (e mi rispondo qui di seguito).

Esistono meccanismi psicologici un po' pidocchiosi che fanno sì che l'invidiosetto medio accetti come normale e inarrivabile il successo dello scrittore con tre nomi e due cognomi anglosassoni. Lo stesso invidiosetto però non può sopportare che lo scrittore dal nome italianissimo, che potrebbe essere suo vicino di casa, sia tra quelli che "ce l'hanno fatta".

Dicevi poi che le vendite non sono andate benissimo (anche se un migliaio di copie non sono poi così poche). A questo proposito vorrei osservare che la Nord ha sbagliato completamente la copertina. Sembrano cazzate, ma la copertina per un libro è invece come la veste grafica della lattina per la coca-cola o la pepsi, ovvero cose su cui si spendono milioni di dollari. Risparmiare sull'immagine di copertina è stato un errore madornale da parte dell'editore. Era senz'altro più adatta ad un gotico, che non ad un fantasy, genere al quale non rimanda in alcun modo.

Insomma, se giro per i banchetti della fiera del libro, volente o nolente mi ritrovo a leggere il retro di copertina di quei libri fantasy che hanno in copertina una bella figliola, c'è poco da fare. Mondadori lo sa bene, e lo sa anche Flaccovio che pure ha in catalogo un solo romanzo fantasy...

Ciao,

Alessandro

3 settembre 2007 10.03  
Blogger Parao ha detto...

Circa l'invidia, ho di recente acquistato un "triplo cornetto" a Napoli, che finalmente ho visitato (era una vita che volevo vedere Napoli!).
La tristezza di certe esternazioni, Angra, ha in sé un lato positivo: sono talmente frequenti che alla fine ci fai l'abitudine e riesci a vivere in pace lo stesso.
Come scrissi a suo tempo, comunque, mi avviliscono anche gli eccessi di lodi, se ingiustificate.
E, pur andando controcorrente, è da tempo che "non porgo l'altra guancia", come sembra si pretenda da uno scrittore professionista (o semi), "perché se non accetta le critiche significa che non si merita la pubblicazione, perché le critiche fanno parte del gioco".
No, grazie. Le critiche argomentate sì, tutto il resto è inutile e non lo considero degno di nota (cioè l'80%).

E' recentissimo un commento nel forum di Fantasy Magazine dove un utente ha detto di aver letto gli autori italiani, compreso il mio "La Rocca dei Silenzi" e di averli trovati tutti immaturi nella scrittura, troppo influenzati dagli autori anglosassoni. A me, sinceramente, di ribattere a simili idiozie non va.

La copertina venne discussa e la linea della Nord del 2005 era quella "moderna" delle altre collane del gruppo del 2005 (Gruppo Longanesi, ora GeMS). Immagino che si siano accorti dell'errore, dal momento che con Markus Heitz sono arrivati a una soluzione di mezzo: non illustrazione, ma nemmeno foto.

In ogni caso, proprio l'effetto gotico della foto è stato giudicato azzeccato per il mio romanzo. Forse devi leggere ancora un po'... molti lettori, infatti, non imbeccati, mi hanno scritto che il romanzo era un fantasy un po' gotico.

Sappimi dire come continua la lettura. E grazie per l'acquisto e la curiosità letteraria.

4 settembre 2007 10.38  

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