Recensione - Il segreto di Krune
Nuova recensione.
Ho letto con gran piacere il lavoro d'esordio di Michele Giannone, che mi è parso una voce matura e degna d'attenzione tra gli autori fantastici italiani. Vi sono, come sempre, alcune considerazioni da fare.
Leggete la recensione e tornate a commentare qui nel blog.
Michele Giannone - Il segreto di Krune
http://www.negrore.com/recensioni/06ilsegretodikrune.htm
Ho letto con gran piacere il lavoro d'esordio di Michele Giannone, che mi è parso una voce matura e degna d'attenzione tra gli autori fantastici italiani. Vi sono, come sempre, alcune considerazioni da fare.
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16 Commenti:
Certo che, se denotando due mende così gravi, quali la pavidità, o comunque la cosciente lesineria, nell'espressione delle idee, e la sterile impersonalità stilistica - se l'autore non ha voluto osare nell'estrinsecare la propria immaginazione, non credo proprio abbia ardito addirittura ricalcare il cosidetto "ascetismo" del naturalismo alla Zola; ma quest'ultima tuttavia è una pecca condivisa dalla quasi totalità degli scrittori fantasy attuali, ed è per questo che, dal mio punto di vista, la fantasy non potrà assurgere allo statuto di vera letteratura - Giannone è in ogni modo riuscito a conseguire una sufficienza abbondante, allora codesto Giannone deve vantare altre qualità davvero notevoli. E ciò mi incuriosisce. Penso che forse potrei pure risolvermi ad acquistarlo, questo "Il segreto di Krune".
Feanor
Feanor, devo ripetermi per risponderti e per chiarire il mio atteggiamento.
Le prime 300 pagine mi hanno avvinto e non è cosa che mi capita così di frequente.
Uno dei due difetti che citi, quello dello stile impersonale, è grave in senso relativo. A me piace lo stile personale (o lo stile, insomma!), tanto che io stesso vi sono incline e a volte sono stato attaccato in qualità di "narratore invadente" (accuse rispedite al mittente senza batter ciglio, perché per me la personalità letteraria è importante ed emerge per una buona metà dalla cifra stilistica). Mi piace, insomma, lavorare artisticamente il linguaggio (non posso evitarlo, d'altronde). Ma non ho voluto dare grosso peso a questa mia convinzione, sapendo che molti lettori amano invece una certa "invisibilità" stilistica, quasi che il narratore non si debba percepire durante la lettura (capisco, ma non condivido; eppure, Feanor, una recensione deve tentare di essere obiettiva e di non dare troppo peso a ciò che appare convinzione personale, difficile da dimostrare, se non rischiando d'imporre).
Intendo il tuo punto di vista, naturalmente. Considerami allineato, ma fermo nel non voler calcare la mano in tal senso. Preferisco, cioè, premiare autori con grande personalità stilistica, piuttosto che punire chi, invece, attua scelte diverse (se di scelte si può parlare; e io non sono nessuno per crederle forzate dall'incapacità).
Il peso sul voto, invece, come spiegato, l'ha avuto l'altro difetto, che secondo me è da considerarsi in parte oggettivo. In ogni caso, ha molto influito sulla mia voglia di proseguire la lettura, che è andata scemando.
Ho letto ieri sera la dettagliata recensione di Andrea e ci ho “dormito sopra” per potere dire la mia sulle sue osservazioni pertinenti e puntuali.
Lo faccio adesso, muovendo da due premesse. La prima è che ho troppo rispetto del giudizio di ogni lettore (in particolare di Andrea, di cui ho sempre apprezzato la franchezza e l’onestà intellettuale) per poter anche solo pensare, adducendo le mie motivazioni di autore, di fargli cambiare opinione riguardo ai punti su cui io ho idee diverse. Perciò questa sarà una semplice chiacchierata con Andrea (e con chi eventualmente volesse intervenire) riguardo alle nostre differenti prospettive circa alcune soluzioni e scelte narrative del mio romanzo.
La seconda premessa è che potrebbe scapparci qualche SPOILER, perciò avviso sin d’ora chi il romanzo non l’ha ancora letto ma ha intenzione di farlo.
Veniamo a noi, Andrea.
Ho trovato estremamente lusinghiera la tua recensione. Il fatto che per circa due terzi della storia, il mio romanzo ti abbia avvinto e spinto a leggere una pagina dopo l’altra è per me motivo di grande soddisfazione. Per come la vedo io, chi si cimenta con un’opera di genere deve (o dovrebbe) riuscire in primo luogo a costruire un meccanismo capace di “inchiodare il lettore al libro”, a rendergli difficile riporlo sul comodino o a dire “per stanotte basta; riprenderò domani”. Se poi, in filigrana, si riesce anche andare oltre all’intrattenimento puro, a veicolare qualcosa di più (o a far sì che il lettore lo scorga tra le righe), allora l’autore potrà dirsi davvero soddisfatto del risultato raggiunto.
Questo è quanto che ho cercato di fare ne “Il segreto di Krune”. E questo potrebbe essere il motivo (o uno dei motivi per cui) tu hai trovato la seconda parte più debole rispetto alla prima.
Nel disegnare il modello del Matriarcato, ho ritenuto che sarei riuscito a metterne ancora più in risalto i tratti più caratteristici (il dispotismo, la teocrazia, l’assolutismo di certe convinzioni religiose) se l’avessi contrapposto a un altro modello di civiltà. D’altra parte, il contatto della protagonista con le tribù delle praterie mi consentiva di rendere ancora più dirompente il conflitto che Mareq Tha si trovava a vivere e, di conseguenza, di rendere ancora più tridimensionale il suo personaggio.
Tuttavia, come ho detto nell’intervista a FM, non mi interessava un modello alternativo perfetto (giacché ritengo utopistico credere all’esistenza di una società perfetta). Da qui l’inserimento della guerra che contrapponeva le tribù (tema, tra l’altro, che alcune guerre civili del mondo reale solleticarono nella mia coscienza all’epoca della stesura del romanzo – e torniamo al discorso su come un’opera di genere possa suggerire senza per forza urlarlo al lettore argomenti che stanno a cuore alla sensibilità dell’autore).
D’altra parte, Andrea, capisco anche il tuo discorso circa la possibilità di “osare di più”. Cosa sarebbe stato “Il segreto di Krune”, se (come ipotizzi tu) Mareq Tha avesse scelto di seguire Jaat alla scoperta del suo passato e del suo rapporto con l’Unicorno piuttosto che tornare indietro e imprimere al romanzo la piega che esso prende di lì in poi? È una domanda a cui francamente non so rispondere. Magari, come dici tu, sarebbe diventato un’opera dall’impatto più dirompente; oppure, chissà?, quella piega gli avrebbe nuociuto, facendogli perdere l’unità di tema che, dal mio punto di vista, - così com’è - lo contraddistingue.
Non si tratta, per parafrasarti, di non aver voluto incanalare in questa storia il seguito da me immaginato (la storia dell’Unicorno e dei poteri di Jaat, per capirci) per risparmiarmelo per un secondo momento (romanzo). D’altra parte – e non è un alibi – un romanziere senza alcuna pubblicazione alle spalle (com’ero io ai tempi della stesura del romanzo) penso non possa concedersi il lusso di centellinare le idee per sfruttarle in prospettiva ma che anzi debba spararsi subito tutte le cartucce a propria disposizione. La realtà, come ho scritto alla fine della storia, è che questo era il romanzo di Mareq Tha e concentrarmi sugli aspetti cui tu fai riferimento avrebbe finito collo spostarla su Jaat, e non era questa la mia intenzione.
Altra considerazione in merito. Come te, io sono un fautore della pianificazione. In sede di stesura del romanzo, avevo previsto la piega che poi esso ha preso in sede di stesura. Ciò non toglie tuttavia che, come ti dicevo in un post recente, io sono di solito ben disposto verso i personaggi: ascolto la loro voce e se qualcuno di loro mi dice, a chiare lettere, che se ne infischia di quanto ho programmato e prende una strada diversa, non sono così tirannico da riportarlo indietro. Fuor di metafora, se Mareq Tha, giunta sui monti dinanzi alle terre dell’Unicorno, avesse deciso di non tornare indietro e andare assieme a Jaat, con ogni probabilità l’avrei lasciata libera di farlo.
Lei invece ha assecondato il mio intento iniziale e il resto, bè, lo sai. Poi sul fatto che il conflitto interno tra le tribù o quello tra gli abitanti delle praterie e l’esercito di Krune, ai tuoi occhi siano meno incisivi, più scontati rispetto alla prima parte, è un giudizio che io rispetto. Mi limito solo a rilevare, a fronte della tua affermazione secondo cui entrambi i conflitti avrebbero meritato ben più spazio per diventare più accattivanti agli occhi del lettore, che se glielo avessi concesso, il romanzo sarebbe diventato troppo dispersivo e fuorviante rispetto alla protagonista e al tema della sua crescita interiore. Inoltre, ho rispetto per il lettore: per tale ragione, credo (spero) di servirmi delle pagine strettamente necessarie per portare avanti la storia, senza aggiungerne altre che finirebbero per fare solo decoro e massa. E se mi fossi addentrato nelle pieghe della guerra tra le tribù, delle sue cause e delle sue conseguenze, credimi, tale rischio l’avrei corso.
Qualche altra considerazione in ordine sparso.
Mareq Tha “ruba lo schermo a tutti”, me l’hanno detto in tanti e in fin dei conti ne sono felice. Significa che forse ho raggiunto l’obiettivo che m’ero proposto quando avevo scelto il suo punto di vista come esclusivo sulla vicenda. Circa il fatto che Jaat invece sia un personaggio ordinario e che questo potrebbe “nuocergli in prospettiva” (per parafrasarti), credo di avere ovviato alla cosa in maniera radicale nel seguito che sto scrivendo (in che modo, spero tu possa scoprirlo se e quando arriverà in libreria).
Circa lo stile, ho cercato di creare una scrittura che, se da un lato non fosse piatta, dall’altro non diventasse ridondante appesantendo la narrazione.
Ultimo appunto riguardo al tuo giudizio. L’averti solo fatto scomodare gente come Zelazny o la Le Guin come termini di paragone indicativi di dove si possa arrivare se “si approfondisce un quarto di ciò che si suggerisce narrando”, oltre a essere motivo di grande orgoglio, per me è uno sprone a fare sempre meglio. “Il segreto di Krune” è – de facto – il mio primo vero romanzo (scrivo da quando avevo tredici anni, è vero, ma questo è stato il primo che ho ritenuto degno di inviare agli editori). La strada che spero possa portarmi alla maturità come autore è per me ancora lunga e tutta da percorrere.
Grazie ancora per il tuo giudizio lusinghiero. Mi scuso per il mio intervento assai lungo e rimango in attesa delle tue osservazioni in merito.
Un saluto
Michele.
Allora, Michele, provo a rispondere con ordine.
Anzitutto, credimi, non soltanto non rischi di farmi cambiare idea, ma nemmeno devi. In sintesi, ciò che tu hai voluto fare io l'ho visto e non l'ho contestato. Ho soltanto notato una certa oggettività, magari sbagliando, nel considerare un calo le ultime 200 pagine, tentando di spiegare il perché.
Ad esempio, potrei dirti che a mio avviso avevi già ampiamente dimostrato cos'era il Matriarcato. Per farlo scontrare con un'altra cultura non era necessaria la guerra. Era già tutto molto chiaro, credimi.
Non dico che mostrare le tre Matriarche così abbiette non faccia il suo effetto e non aggiunga qualcosa. Ma il guadagno ottenuto è minimo. Lo scontro tra culture era già profondo tra Mareq Tha e Jaat; e, poi, tra Mareq Tha e le tribù (e non è un caso che proprio quella parte del romanzo abbia suscitato in me riflessioni e non quella successiva). Bastava Mareq Tha sola per far scontrare la sua cultura a quella scoperta grazie a Jaat.
E, certo, so che la tua idea era quella di un romanzo granitico, tutto incentrato su Mareq Tha. Infatti, se leggi con attenzione la mia recensione, dico che la tua scelta è coerente. A mio avviso, però, infelice.
Diciamo che per farti capire quello che intendo, allora pongo il problema da un'altra prospettiva. Hai creato troppa aspettativa e tensione attorno a Jaat e all'Unicorno, per poi spiegarlo così velocemente, di fatto accantonandoli entrambi, rimandando a una trattazione più lunga. Questo, sempre a mio modesto parere, è un errore di gestione dell'autore, se non d'impostazione. Il baricentro della storia si è spostato, malgrado la pianificazione dell'autore.
Mentre all'inizio Mareq Tah era al centro dell'attenzione, poi il lettore si focalizza su Jaat e, secondo me, ciò è dovuto al fatto che tu lo porti a focalizzarsi su Jaat e l'Unicorno (e anche su Mareq Tha, che non si dimentica, certo). Detto questo, capisci forse meglio perché parlo di scelta infelice (non di errore; le mie parole sono ponderate, cioè), se non altro nella gestione della storia.
Per tenere incollato un lettore alle tue pagine fino alla fine, devi essere un po' indovino e capire cosa susciterai in lui strada facendo. Se lo stuzzichi troppo in una direzione che poi non batterai, lo deluderai e devi perlomeno esserne consapevole.
Questo è un po' il succo del mio discorso.
In tutto questo, il fatto che Mareq Tha abbia assecondato il tuo intento iniziale non significa che il romanzo non si sia sbilanciato. Dal mio punto di vista, significa che la storia ha preso il sopravvento sul personaggio - cosa che non è un male, se si onora la storia.
C'era, insomma, un enorme potenziale che infine hai deciso di non esprimere. Credo che un autore più esperto l'avrebbe sfruttato (non mi includo tra i più esperti, a scanso d'equivoci).
Sono certo che con Jaat farai (o hai già fatto) un ottimo lavoro. Ti ripeto, il giudizio è più che sufficiente perché io vedo in te un autore capace, senza piaggeria. I difetti di un romanzo non sono i difetti di un autore, specie se esordiente.
Lo stile mi ha lasciato indifferente e, come ho detto a Feanor, questo a me non piace (a posteriori). Ma so che è un mio modo di intendere la scrittura. Di contro, va detto che la tua narrazione è molto scorrevole e che permette di concentrarsi esclusivamente sulla vicenda. Per me, semplicemente, il gusto della lettura dipende anche dal modo in cui un autore mi dice le cose, frase per frase.
E circa gli autori citati, ho il difetto di sperare sempre di scoprirne uno che mi piaccia quanto loro (va detto che Zelazny mi è piaciuto, ma non mi ha entusiasmato. Lo stesso vale per Vance. La sola Le Guin tocca corde profonde di me stesso). E non vedo l'ora, credimi, che a essi si aggiunga un italiano.
Ritengo tu possa darmi questa soddisfazione, in futuro.
Del resto, se penso che un maestro indiscusso come Turtledove scrisse all'esordio un romanzo patetico come "Il libro dei poteri" (che si prese pure la briga di rivedere anni dopo, rendendolo poco meno uno schifo di quello che era prima), capisco che alla maturazione di un autore, una volta sugli scaffali, non c'è limite.
Ventata d'ottimismo e di speranza, stamani! :)
Sullo stile: che l'incidenza del "labor limae", della cesellatura, della rifinitura formale sia un parametro meramente relativo, una convinzione esclusivamente soggettiva, una determinazione non obiettiva e non dimostrabile, mi pare - senza offesa - un'eresia, e in quanto tale dovrebbe essere appresa e poi rettificata da tutti gli scrittori che vogliano davvero essere tali. D'altronde, la cogenza di uno stile studiato, per il conseguimento del quale l'effettivo studio metodico è - ma ormai devo dire "dovrebbe essere" - necessario per la quasi totalità degli autori, è pienamente dimostrabile - senza che la dimostrazione sia una coercizione, se con coercizione non si intende lo svolgere di un primo individuo a un secondo individuo la deduzione razionale di qualcosa che il secondo individuo ancora non conosce o non capisce - sia teoricamente sia empiricamente, cioè adducendo esempi concreti - probabilmente più numerosi di quanto s'immagini.
Perchè se è vero che i latini profferivano "de gustibus non disputandum est", è altrettanto vero che tale detto era appunto il detto dei barbari latini: i greci di Isocrate non meditavano certo in simil guisa.
Preciso: al di là del tono che può apparire bilioso, tutto questo intervento non vuole in realtà essere una rampogna, bensì un vigoroso consiglio - forse solo qualcosa in più di un consiglio.
Feanor
Mi sono spiegato, per l'ennesima volta (la fretta!), in modo piuttosto confuso.
Concordo con te, Feanor. Ciò che intendevo dire è che io amo una cifra stilistica ricercata o, meglio, particolare, personale. Non che sia relativo il "labor limae" e la cognizione di causa con cui lo si dovrebbe compiere.
Se la lingua è lo strumento di uno scrittore - fino a prova contraria lo è - tale strumento andrebbe quanto più affinato nel tempo o perlomeno si dovrebbe tendere ad affinarlo, pur se senza grandi risultati.
Ciò non significa, però, che dietro lo stile impersonale di Michele - così è parso a me e questo sì è relativo! -, non vi sia il "labor limae". Anzi, sono certo vi sia.
Quanto intedevo dire, per chiarire il discorso di nuovo, è che la sua cifra stilistica finale m'è parsa insipida, sebbene scorrevole. Tutto qui.
Devo stare attento con te in circolazione, Feanor!
Adesso capisco.
Potremmo forse dire, al limite, che il "labor limae", pur essendo stato attuato, si è infine risolto nell'esito incompiuto e probabilmente vacillante di quello che però avrebbe voluto essere - e qui la volontà di essere è importante, perché proprio rivelatrice del "labor limae", se non fondamentale! - ipotizzo, magari esagerando, quell'aura "ascetica" - già dicevo - perseguita - e da lui sì autenticamente conseguita - da Zola, quello sfondo di parole assolutamente inattingibile, quell'impressione che il romanzo "si sia creato da sé". Consta evidente che uno stile così aridamente elementare, così brutalmente scarnificato, "tanto semplice che il semplice debba essere al cospetto il complesso", sia difficilissimo da ottenere, e non deve sorprendere che Michele - se davvero il suo "labor limae" tendeva a un certo "ascetismo" - al suo esordio non sia riuscito a pervenirvi.
Adesso dovrei aver capito.
Feanor
Allora, qualche considerazione in ordine sparso sui commenti di entrambi.
Circa il discorso di Andrea sul fatto di aver creato troppe aspettative attorno a Jaat e all’Unicorno e poi di aver liquidato alla fine la cosa in maniera troppo frettolosa (o, per essere più precisi, aver detto al riguardo il minimo indispensabile per rimandare tutto alla “narrazione” su Jaat), debbo dire che – dal punto di vista della struttura del romanzo – il tuo appunto, Andrea, ha un fondamento che era chiaro pure a me sin dal completamento della stesura del romanzo.
Sapevo pure io in altre parole che, a romanzo ultimato, il lettore sarebbe potuto rimanere deluso dal fatto che io non avessi “chiuso” la questione Jaat – Unicorno (non tutti; suppongo si entri nel merito dei gusti personali. Figurati, Andrea: in un forum, un lettore del libro mi ha scongiurato di non dare un seguito al romanzo perché, a suo modo di vedere, il finale – così com’è – è perfetto). Tuttavia, se l’avessi fatto (dando alla questione il peso che, nel mio universo personale, questi due elementi avevano e ancora adesso – anche se in maniera diversa – continuano ad avere), il romanzo avrebbe perso il suo carattere “granitico” (per usare il tuo aggettivo) e quel senso di compiutezza che, così com’è, per me comunque ha e, sempre per parafrasarti, il suo baricentro si sarebbe spostato di nuovo.
D’altra parte, potresti anche avere ragione tu: potrebbe essersi trattato di una scelta infelice di gestione della storia. D’altra parte, quando rileggo quanto ho scritto in sede di prima stesura, smetto per un po’ i panni dell’autore e indosso quelli del lettore. Lascio cioè (o provo a farlo) che sia il lettore Michele Giannone a valutare quanto il suo omonimo autore ha scritto e (credimi) se necessario il primo non ha alcuna reticenza a stroncare il secondo.
Con “Il segreto di Krune”, il “lettore ideale”, per dirla alla King, è stato contento dello svolgimento della storia; ciò non preclude tuttavia che qualche altro lettore (come te, per esempio) avrebbe fatto seguire a quella stessa storia uno svolgimento (parzialmente) diverso. Sapessi, Andrea, di quanti romanzi io avrei riscritto il finale o lo sviluppo di certe trame!
Circa l’argomento “cifra stilistica”, ho sempre cercato di perseguire l’idea di una scrittura che da un lato colorasse la pagina e che dall’altro, allo stesso tempo, non l’appesantisse, facendo emergere in maniera invadente la presenza dell’autore o peggio ancora una certa “autorialità” con cui non mi ritrovo perché – le rare volte in cui l’ho sperimentata – mi ha condotto lungo i pericolosi crinali di un certo linguaggio turgido e talora persino tronfio.
Sì, ragazzi, io sono per il narratore che spalanca il palcoscenico, si mette da parte e lascia spazio ai protagonisti. La storia prima di tutto; il che, bada bene, Feanor, non è un alibi con cui giustificare la trasandatezza, lo scarso lavoro sulla lingua o la mancanza di “labor lime”. Come tu stesso evidenzi giustamente, per giungere a uno stile "tanto semplice che il semplice debba essere al cospetto il complesso" (per citare le tue parole) occorre tanto lavoro. Non è il mio obiettivo o quantomeno non del tutto (io anelo a una scrittura che coniughi l’invisibilità del narratore con pennellate aliene all’occhio dei protagonisti ma non a quello del lettore); in ogni caso però sono anch’io consapevole che, prima di crearsi una propria voce – qualunque essa sia, ci vuole tempo (e non detto che ci si riesca) e tanto lavoro.
Un solo appunto, Feanor. Abbiamo entrambi stima di Andrea come lettore e recensore (al termine di questo confronto ho scoperto aspetti del mio romanzo cui io non avevo dato il giusto rilievo: l’importanza, suppongo, di una prospettiva diversa dalla propria.
Mi piacerebbe però che i tuoi appunti sul mio stile e in generale il tuo giudizio sul mio romanzo trovassero supporto nella lettura dell’opera stessa. A scanso di equivoci: non si tratta di volerti fare acquistare il romanzo(!), o di sostenere a priori che le argomentazioni da te esposte siano sbagliate. Si tratta solo di far sì che la formulazione del tuo giudizio anche sul solo stile (negativo o positivo che esso sia) si basi sull’analisi diretta del romanzo. Essendo infatti quella dell’analisi un’operazione meramente soggettiva, essa ritengo non possa prescindere dal rapporto diretto di chi tale giudizio lo formula con l’oggetto stesso della disamina: nella fattispecie, il mio romanzo.
Grazie a entrambi per lo stimolante confronto.
Al prossimo.
Michele
Michele, la tua ultima richiesta - non quella per cui io dovrei leggere il tuo romanzo, bensì quella per cui io dovrei leggerlo, se voglio poter commentarlo - che non sbaglieresti a voler considerare una pretesa, è giustissima, e io prometto che pienamente m'impegnerò a pienamente rispettarla. D'altronde le mie constatazioni erano ancora di carattere generalissimo, ed evinte soltanto da quella sorta di indifferenza che Andrea aveva rilevato e riferito nel contatto col tuo stile. Da lì mi sono sporto solo appena oltre - il vagheggiamento di un qualche "ascetismo", la comparazione con Zola, la questione sul "labor limae", se vuoi annettivi anche le presunte imputazioni, che poi erano solo equivoci fra me e Andrea - innestandomi sempre nel solco di alcune altre valutazioni esposte da Andrea. Mi sono permesso di ardire tanto, e sono perfettamente conscio di non essermi affatto compromesso, perché - questo almeno mi sia concesso - un minimo d'esperienza nell'ambito della critica letteraria ce l'ho. E, Michele, potrà apparirti paradossale, parodistico, caricaturale, ma una disamina stilistica complessiva di un libro posso almanaccarla anche se tale libro non l'ho nemmeno lambito, se qualcuno - in cui io confidi, come Andrea in questo caso - dello stile di tale libro mi ragguagli, pur anch'egli solo complessivamente.
In ogni modo, è doveroso che io non mi esprima più - anche perché rischierei di proiettarmi ancora un poco oltre - senza propedeuticamente aver letto in prima persona il romanzo. Ciò lo reputo ineccepibile.
Infine: quando attesti che l'analisi dello stile di un romanzo è un'operazione meramente soggettiva, intendi che tale analisi necessita del soggetto leggente che si rapporta direttamente - e non per tramiti - all'oggetto letto - convinzione che, come detto, sottoscrivo pienamente - o intendi invece che l'analisi dello stile non possa mai essere oggettiva? Se le tue parole veicolano questo secondo senso, posso garantirti che ti sbagli nel modo - quasi - più assoluto. L'analisi dello stile - la Stilistica, vero Andrea? - è oggettività - quasi - assoluta, e l'ho già ribadito.
Un solo appunto: le parole "tanto semplice che il semplice debba essere al cospetto il complesso" non sono mie parole.
A risentirci - quando avrò letto il romanzo.
Feanor
Partendo dalla fine, Feanor: anche prima per altre discussioni stimolanti.
Sì, il senso cui facevo riferimento parlando di esperienza soggettiva è il primo che tu hai rilevato, concordando io con te in maniera assoluta sul secondo punto.
Circa le tue esperienze nell'ambito della critica letteraria, non ho alcun dubbio: i tuoi post ne fanno fede.
Attendo il tuo commento post lettura. Trovo stimolante aver trovato due interlocutori come voi con cui discutere del mio romanzo.
Alla prossima.
Michele.
'Sta discussione mi ha gasato... finalmente si affrontano le cose seriamente: stile, contenuto, maturità...
Io il romanzo devo ancora leggerlo... conto di farlo in settimana e di mandare subito un mio commento a caldo.
Intanto grazie per la vivida stimolazione!
Ringraziandoti intanto per averlo comprato, quando l'avrai letto, aspetto di potermi confrontare anche con te sul mio romanzo.
Alla prossimma
Michele
Perdona la risposta tardiva, Michele.
Mi sa che devo chiarire meglio ciò che penso. Quello che è relativo, e siamo d'accordo, è l'aver goduto o meno la parte della guerra. Giudizio soggettivo.
Tuttavia, io ritengo vi sia un problema oggettivo nel romanzo, che è l'aver creato troppa aspettativa attorno a un nodo che invece non viene sciolto (Jaat e l'Unicorno).
Ecco, così forse è più stringato e chiaro.
La direzione che hai preso non è un problema in sé, comprendimi. Lo è perché hai calcato troppo la mano in un'altra direzione. A mio avviso, cioè, il problema è presente nella prima parte del romanzo, non nella seconda! Il contrario, insomma. :)
Attendiamo che Feanor riesca a recuperare un po' di tempo libero.
Forza, prode critico!
Frattanto saluto Massimo con affetto. Ehi, Massimo: riprenditi e torna il baldo giovane che sei!
Hai visto, compare trevigiano? Quando si affrontano le cose seriamente e con "voglia di dialogo", oltre a registrare l'intervento dei soliti poco illuminati, si riesce a dialogare in modo costruttivo (per tutti).
Se il mio blog diventasse un (piccolo) punto di riferimento in tal senso ne sarei felice. Un puntino, insomma.
Ho qualche ideuzza da sfruttare, per renderlo tale.
La faretra è ancora colma.
Sì, Andrea, avevo già capito cosa intendessi quando accennavi a questa sorta di "squilibrio strutturale" (passami l'espressione) legato alle aspettative create attorno a Jaat e all'Unicorno.
Per quanto riguarda le tue notazioni finali circa il blog, per me è già un posto dove discutere in maniera pacata e approfondita di tanti argomenti, confrontandosi con gente che sa anche mettersi in discussione.
PS: chiudo con una breve nota personale. Ieri ho tenuto la mia prima presentazione. Vi assicuro, ragazzi: un'emozione indicibile.
Alla prossima.
Michele
Finito, molto in ritardo rispetto alla tabella di marcia che mi ero imposto... mi è piaciuto.
Ma ne parlerò dettagliatamente nel mio blog:
untrapanonelcervello.blogspot.com
Ah, ha, ha, pubblicità progresso!
Michele, finalmente ho ordinato il tuo libro, e sono in dolce attesa. A breve le mie umili impressioni.
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