15 giugno 2007

Ironia

Facile o difficile che sia, l'ironia è un concetto che viene spesso affibbiato a cose che non si meritano tale nobile appellativo.

Forse l'unica forma di ironia che merita attenzione e che si eleva è l'autoironia.
Non è un caso che durante la vita incontriamo molteplici esempi d'ironia e rari d'autoironia.
L'ironia è divenuto uno schermo, una difesa. Si parla con malizia, per svariati motivi, e quando la reazione non è buona, si dice: "Scherzavo! La mia era ironia". Ironia, dunque. Non derisione? Ne siamo proprio sicuri?

Be', controllando sul Garzanti on-line la definizione d'ironia, sembra che io non abbia ragione. Scusate, la mia tendenza a difendermi: sembra che io abbia torto. Ecco, così va meglio.
Ecco le prime due accezioni.
1 particolare modo di esprimersi che conferisce alle parole un significato contrario o diverso da quello letterale, con intento critico o derisorio
2 (estens.) scherno, dileggio
Già, pare mi sbagliassi a considerare l'ironia qualcosa che potesse essere anche bonario.

E sia!

Amo l'autoironia.
L'ironia mi aggrada meno, ma ha il suo grande perché. Quando anonima, però, mi provoca un diffuso eczema cerebrale. La rete delle reti, grande cosa, ai miei occhi è il nuovo rifugio dei cretini. La loro madre continua a sfornare pargoli pacioccosi e questi hanno trovato il modo di dar sfogo alle loro pulsioni mentali, dietro il paravento di internet.

L'ironia, in tutto questo, è che sono venuto a mostrarmi proprio nel nuovo rifugio dei cretini.
Mi chiedo cosa m'aspettassi d'ottenere. Bah!

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21 Commenti:

Anonymous Federico Russo "Taotor" ha detto...

Che intervento criptico... Ci concederesti qualche chiarimento?

15 giugno 2007 9.28  
Blogger Parao ha detto...

Ciao Federico, sei una certezza! Passi sempre a trovarmi. E' piacevole.

Il chiarimento è presente nei commenti di "Capacità critica ed esterofilia".

15 giugno 2007 9.33  
Anonymous Andrea ha detto...

Credo che il vero, più autentico senso dell'ironia, sia quello socratico: l'ironia tesa a smascherare gli inganni del sapere imposto, della cultura dominante, dei falsi idoli, delle convinzioni costruite sulla superbia invece che sulla ricerca. E' questa proprio l'ironia che si fonda sull'autoironia, sul "sapere di non sapere"

15 giugno 2007 18.46  
Blogger Parao ha detto...

E quindi entriamo nella terza accezione.
3 finzione, simulazione | ironia socratica, l'atteggiamento di chi, come Socrate nei dialoghi platonici, dissimula il proprio pensiero e finge ignoranza in modo da far cadere in contraddizione l'interlocutore e convincerlo dei suoi errori.

Il tuo intervento dà maggior senso a quanto ho scritto, nell'inconsapevolezza dell'ignorante. L'autoironia è fondamentale.

16 giugno 2007 8.18  
Anonymous Andrea ha detto...

Ciao Andrea,

sono il Gilgamesh di Fantasymagazine: mi fa davvero piacere risentirti dopo tanto tempo, il tuo blog è stata una bella scoperta. Ho riletto ieri la pagina dei ringraziamenti ne "La rocca dei silenzi". Bellissima, degna conclusione di un gran lavoro. E scusa l'OT

16 giugno 2007 8.29  
Anonymous Anonimo ha detto...

Sull'ironia socratica, per dovere di chiarezza, occorre aggiungere che, pur essendo caustica - leopardianamente caustica - non è a sua volta burbanzosa e capziosa, perchè conducendo, secondo Socrate, la vera conoscenza - che è la consapevolezza di non poter possedere una conoscenza compiuta, suprema, essenziale - non deve imporsi, bensì proporsi. Cioè, l'ironia socratica non è il deterioramento dell'eristica dei sofisti - di Gorgia, di Protagora, di Prodico - che diviene l'ironia della persuasione obnubilando la vera ironia della verità, e che quindi si esprime tramite paralogismi mascherati da sillogismi fondati sulla "sapienza di fonte a ignoranti" - secondo la celebre definizione di Socrate nel "Gorgia" - che continua a violentare e ingannare la falsa conoscenza di coloro che contraddice, sfruttando proprio la loro falsa conoscenza, che dunque non può rilevare e rivelare gli errori della persuasione. L'ironia socratica presuppone proprio la burbanza e la capziosità dell'interlocutore, perché essa è la tracotanza mistificatrice ed esiziale della falsa conoscenza che vuole revocare. Purtroppo, il processo a Socrate ci informa che quegli uomini tracotanti - i potenti - che l'ironia socratica, perseguendo il loro bene e perseguendolo nel senso di una sincera missione universale, vuole contraddire, non possono accettare di vedere distrutte - spesso pubblicamente - le loro mendaci verità, ed è perciò che condannano l'ironia del socratico "imperativo di verità" salvando la condiscendenza della persuasione menzognera dei sofisti e crogiolandosi in essa.
L'ironia che svela, tramite la vera conoscenza, l'ignoranza altrui, è recepita come pericolosa, e quindi diventa pericolosa anche per chi la adotta.

Feanor

16 giugno 2007 11.30  
Blogger Parao ha detto...

Parli dei ringraziamenti nel libro? O parli di qualcosa all'interno del mio sito, Andrea?

Grazie per aver letto il romanzo, comunque.

16 giugno 2007 16.36  
Anonymous andrea ha detto...

No, della pagina di ringraziamenti alla fine del libro, ne parlammo anche sul forum di fantasymagazine. La visione della natura, l'idea di empatia con tutti gli esseri animali che traspare dl tuo libro (vd. il ruolo delle taccole per esempio) e dagli stessi ringraziamenti, la sento molto vicina

16 giugno 2007 16.43  
Blogger Parao ha detto...

Non può che farmi piacere, Andrea.
Non pretendo mai che qualcuno la veda come me, ma è certo molto gradevole scoprire sensibilità affini (poi, chiaramente, ognuno ha la sua visione).

Circa le taccole, e il senso del mio romanzo, che tu sembri aver inteso già con queste poche righe (forse proprio grazie a una sorta di affinità - il che non significa che io sia capace di comunicare a tutti, quindi!), conto di riproporre un mio vecchio intervento (riadattato per l'occasione) scritto per alcuni forum, per precisare il ruolo delle taccole, che a suo tempo fu criticato come marginale, quasi considerato una parte inconclusa del romanzo.
Come sempre, ahimè, la mia scrittura non si presta ad analisi frettolose (come già si accorse il tuo collega Feanor, ricordando i dialoghi tra Tarko ed Emjarìah - cos'è, finisco per attirare filosofi? Sembrerebbe troppo bello, quindi è un caso). E ciò valse, naturalmente, anche per le taccole.

16 giugno 2007 17.41  
Anonymous andrea ha detto...

Non credo sia un caso, dico davvero. Mi piace quello che scrivi perché dietro c'è un pensiero, una visione profonda della vita.
Domani che ho un po' più di tempo ne parliamo meglio

16 giugno 2007 18.45  
Anonymous Andrea ha detto...

Vorrei specificare, molto rapidamente, il mio precedente intervento. Le due tematiche che ho maggiormente apprezzato della "rocca", come ti accennai anche all'epoca dell'uscita del libro, sono il ruolo della grande torre di Dothròm e l'animalismo di fondo, se così si può definire. Parlo appunto di temi, non di stile, trama, ecc., tutti aspetti che meriterebbero discussioni separate e che comunque mi pare gestisci con grande maturità e ottima tecnica.
I due temi di cui dicevo mi hanno colpito in modo particolare e costituiscono, a mio avviso, il valore aggiunto del libro. La torre è il fulcro intorno a cui si sviluppa la storia, centro dell'azione che è, al contempo, centro di potere, un potere gestito alle volte in modo oscuro, tramite macchinazioni e intrighi. La toore è il luogo in cui nascono e crescono i rapporti umani, amicizie e inimicizie, dove i personaggi trovano spessore e crescono. Soprattutto però è l'idea della torre come metafora del potere e della sua gestione che mi sembra di particolare interesse.
L'altro tema, che mi è ancora più caro, è quello della relazione uomo-animale, una relazione che è concepita come fonte permanente di richezza, come un'esperienza mai banale. La visione della natura che emerge dal romanzo è quella di una natura sorretta da una fratellanza universale, da una sorta di comunanza intima tra gli esseri. Una visione che io sperimento ogni giorno, anche solo guardando negli occhi i miei gatti.
Concludo sottolinenado come la narrativa fantasy può farsi portavoce di sensi e significati profondi, perchè questo è il senso della narrativa stessa. Che senso ha, allora, parlare di generi se non un mero significato classificatorio? Non è più corretto discutere di buone o cattive opere?

19 giugno 2007 18.17  
Blogger Parao ha detto...

Ha! Andrea! Credo che il tuo pensiero e il mio siano particolarmente simili. Hai scritto parole che potrei considerare mie, se le leggessi fuori contesto! :)

Vero, sono due temi portanti della Rocca.
Circa la Torre, aggiungo che è una metafora del potere e del cancro che rappresenta molto più di quanto si possa immaginare. E su questa visione, molto più profondo e complessa di quanto s'intraveda nella Rocca, si basa uno dei seguiti della Rocca ("La Guerra dei Venti"). La Torre è molto più radicata nel territorio di quanto sembri. Diciamo che ne ho mostrato il marciume, ma anche la vitalità, interni (ed è una cosa che per certi versi sorprese anche me, nel viverla durante la prima stesura, perché non mi ero atteso che fosse una tale fucina di cose positive, oltreché negative). Le conseguenze devastanti che ha questa gestione del potere sulle Terre, invece, emergerà in futuro (spero in libreria, se no ci vediamo in rete). E, cosa buffa, è una visione che viene drammaticamente avvalorata dallo spettacolo osceno offerto dalla politica italiana (e dai centri del potere italiani tutti).

Circa l'animalismo, non è che la ripresa di ciò che già affrontai, in modo diverso, nella mia trilogia.
Proprio le taccole sono l'emblema del mio pensiero di fondo. Unite agli altri esseri, interagiscono con essi, ma non parlano con essi. Le umanizzo, ma nel contempo riesco a lasciarle distanti, "taccolose". Sono particolarmente soddisfatto di ciò che sono riuscito a ottenere con la loro gentile partecipazione.

Ed è un'altra volta piuttosto triste, per me, notare come il senso delle taccole sia stato travisato o sottovalutato da molti.
Ma, come si diceva con Feanor, (e sintetizzo con una rima tutta mia) "meglio pochi ma buoni, che tanti caproni". Ma perché non credere che un giorno sia possibile averne "tanti buoni"? Sono sempre stato tragicamente incline alle utopie.
Ciò detto, mi collego alla tua domanda su quanto sia corretto discutere di buone o cattive opere. Sei retorico e sai di esserlo, Andrea - se mi ha seguito anche soltanto un po'. Sai che per me i generi non esistono! Sono, in poche parole, terreno fertile, da questo sacrosanto punto di vista.

20 giugno 2007 9.31  
Anonymous andrea ha detto...

Devo dire Andrea che, in fin dei conti, fa piacere trovarsi in accordo discutendo di temi così decisivi; tanto per restare ancorati a della "sana" retorica.
In effetti non capisco come possa essere stato così travisato il ruolo delle taccole, davvero. Forse si può trovare una spiegazione nella difficoltà che, in generale, incontra la recezione delle tematiche ambientaliste e animaliste.
E qui vien quasi spontaneo tornare alla politica dei nostri tempi, così palesemente squallida e corrotta che è quasi difficile parlarne. Tanto, prima o poi, sarà inevitabiloe ritornarci in qualche discussione

20 giugno 2007 11.12  
Blogger Parao ha detto...

Alcuni lettori hanno creduto che le taccole avrebbero avuto un ruolo più importante nella vicenda (perché, come sempre, il fatto che guidino il sicario e che si prendano la briga di salvare le altre taccole è una cosa da poco! Figurati...). Chiara dimostrazione che non ne hanno capito il senso.
Altri hanno scritto che non si capiva perché le ho inserite (ammissione di non averne compreso il senso). Al che, tornando all'ultimo critico della letteratura incontrato sul mio blog, di recente, starebbe a significare che non sono capace di comunicare.

E i lettori d'intendere, mi chiedo?

20 giugno 2007 13.55  
Anonymous andrea ha detto...

Appunto, è proprio quello a cui mi riferivo, c'è spesso ritosia verso certi temi; queste critiche testimoniano, come dici tu, la più completa incomprensione del senso della presenza delle taccole e, quindi, di uno dei temi fondamentali del romanzo. Pensa, io le taccole le ho amate!
Dire che tutto è relativo maschera solo la scarsa sensibilità di alcuni...

20 giugno 2007 15.30  
Anonymous Anonimo ha detto...

Aggiungo solo una nota, marginale - che però da tempo volevo esporre - : siccome anche con i pochi buoni non sempre t'intoni...personalmente dico che dissento, non venialmente, sulla persuasione che sia giusto e necessario abolire le distinzioni fra i generi letterari. Mi congedo, ma ne riparlerò.

Feanor

20 giugno 2007 15.43  
Blogger Parao ha detto...

Andrea, non so se è scarsa sensibilità. Non nascondo che l'ipotesi mi sia sovvenuta. Ma non me la sento di dire tanto. Diciamo, insomma, che si parla di sensibilità diverse (in cui non rientrano i - fortunatamente pochi - detrattori veri e propri).

Feanor, proprio perché "buoni", è impossibile che ci s'intoni sempre. Dissenti, dissenti. Sai che qui si può e si deve dissentire, qualora si dissenta. Sono curioso di vedere con quale tirata dotta mi giustifichi il diritto all'esistenza dei generi! Guarda che sono duro d'orecchi su questo tema... (magari soltanto su questo!)

20 giugno 2007 16.01  
Anonymous Anonimo ha detto...

Per il momento non riesco a risponderti debitamente, ma tu non dimenticare questa discussione, ché presto - relativamente presto - otterrai la mia replica - ovviamente prontissima a profligare le tue più arcigne resistenze.

Feanor

21 giugno 2007 15.19  
Anonymous alessandro scalzo ha detto...

Ciao a tutti, due parole sui generi. Telefonando ad una nota casa editrice per chiedere se erano interessati a visionare manoscritti di genere fantasy, mi sentii rispondere: "Sì, ma fantasy DI CHE GENERE?" Mavaff...!!! :))

Il mio personale parere è che il genere sia utile solo al libraio per sistemare i libri negli scaffali, ma che per l'autore sia un incubo o una rottura di palle, a seconda del carattere. Nell'era di internet, forse forse un libro sarebbe meglio descritto da un insieme di parole chiave, più che dal fatto di essere inscatolato in un genere.

E poi, Guerre Stellari è fantasy o fantascienza? Secondo me, un esempio ben riuscito di contaminazione. E la contaminazione, a mio avviso, è una delle possibili scappatoie dal rischio di finire a scrivere sempre le stesse cose.

5 luglio 2007 15.32  
Blogger Parao ha detto...

Concordo sul fatto che la contaminazione sia una delle vie per riuscire a scrivere qualcosa di nuovo.
Ma, sottolineo, sono molto, molto, molto scettico sulla maggior parte dei risultati ottenuti. La contaminazione riuscita, a mio avviso, è assai rara.

Non a caso preferisco libri più schietti, più puri, che abbiano vaghissime contaminazioni (è il mio modo di scrivere, in fondo)... e che quindi non siano ibridi effettivi, ma romanzi "di genere" un po' deviati.

9 luglio 2007 11.09  
Anonymous Anonimo ha detto...

Eccomi, sono ritornato - è un ritorno fugace però.
Pronto alla mia "tirata dotta", come benignamente - spero - la definisce Andrea, pronta a sua volta a persuaderlo della congruità della distinzione dei generi letterari.
Questa però è ardua, lo premetto - ben sapendo che tale premessa pungolerà ancor più Andrea.
Occorre innanzi tutto considerare che il sostantivo "genere" vanta la stessa radice etimologica e - soprattutto - la stessa sfera semantica del sostantivo "concetto", che è la riduzione socratica immanente dell'idea platonica trascendente. "Genere" infatti significa "accedere oltre un margine", "concetto" significa "trarre fuori da un margine". Occorre poi considerare che - e qui transito dalla linguistica alla filosofia - se il concetto è una funzione che trae fuori da un margine tutto ciò che dentro il margine era rappresentato unificandolo - e per dimostrare che il concetto volge all'unificazione dovrei ricorrere di nuovo alla linguistica, ma ve ne dispenso e non mi addentro; comunque tale dimostrazione si può anche intuire - allora il concetto deve essere necessariamente un'unità formalmente unitaria. Ma se - ancora - il concetto è l'unità formalmente unitaria e unificatrice, allora deve esistere necessariamente un'azione unificatrice, presieduta dall'unità unificatrice, che sia la modalità d'azione di tale unità unificatrice ed espressione d'azione di se stessa. Questa azione unificatrice è l'espressione delle proposizioni delle definizioni - sostantivo a sua volta contiguo tanto etimologicamente quanto semanticamente con il sostantivo "concetto".
Perché ho detto tutto questo? Perché, se è vero che le definizioni sono la modalità d'azione del concetto, e se parimenti è vero che il concetto trae fuori da un margine tutto ciò che dentro il margine era rappresentato unificandolo, allora le definizioni svelano - traggono fuori da un margine - ciò che il genere velava - rappresentava oltre il margine.
Dimostrato ciò - e, sinceramente, in ciò mi sono inoltrato per consentire una certa chiarezza, anche se credo, con ciò, di aver originato soltanto un'immane perplessità - posso infine e finalmente affermare che le definizioni dei generi sono atte a sbrogliare e unificare le differenze fra le rappresentazioni nascoste dei singoli generi, che non possono essere autounificanti in quanto sono a loro volta unificati dai concetti che agiscono tramite le definizioni.
Concretamente: le definizioni dei generi occorrono - adduco un esempio semplicistico ma emblematico - per non confondere, equiparare, travisare i concetti propri di due generi assolutamente allotri quali il poema epico e la fantasy, o addirittura - blasfemia che mio malgrado innumerevoli volte ho udito pronunciare – quali la fantasy – di cui effettivamente io contemplo una definizione – e il poema allegorico - la "Divina Commedia".
Ma non mi arresto. E perciò ora mi rivolgo al mio ambito prediletto, l’ambito della poesia. E dico: poniamo, come esempio, che un poeta intenda ispirarsi al romanticismo, tuttavia senza conoscere il concetto proprio del genere del romanticismo, dunque magari compromettendolo con il concetto proprio del genere del barocco o del decadentismo: quel poeta, non sapendo allora quali siano gli esatti canoni che determinano il concetto proprio del genere del romanticismo, non potrà ispirarsi autenticamente al concetto proprio del genere del romanticismo, contaminandolo con l’afflato del concetto proprio del genere del barocco, o del decadentismo, così tradendo ed errando tanto nella soluzione romantica quanto in quella barocca o decadente.
Sono certo che nell’ambito prosastico, benché le alterità fra i generi siano meno pregnanti, nitide e melliflue, tali alterità permangano e permangano nella loro necessità. Se un autore – ennesimo esempio – non conosce il concetto proprio del genere fantasy e la sua divergenza dal concetto proprio del genere giallo, può ugualmente, come accade nell’ambito della poesia, tradire ed errare in entrambe le soluzioni.
Le cosiddette commistioni, siano esse consapevoli o inconsapevoli, sono legittime, corrette ed efficaci soltanto in rarissime occasioni – certo, il valido ottenimento di una commistione inconsapevole è oltremodo più arduo di quello di una commistione consapevole: ma quello, secondo me, può essere solo il prodotto del genio: Rimbaud, Montale, Mann – e, in ogni caso, le commistioni non sono in alcun modo attuabili fra tutti i generi – sono impossibili fra la fantasy e il poema epico o il poema allegorico, così come fra il neoclassicismo e il simbolismo, o fra l’acmeismo e il catastrofismo. Ragione che ribadisce che la soppressione delle distinzioni fra i generi non deve avvenire, laddove la persistenza delle distinzioni deve mostrare la propria necessità.
Allora Andrea, ti ho convinto della cagion per cui le distinzioni debbano essere mantenute, o viceversa ti ho soltanto convinto che è meglio non sapere perché le distinzioni debbano essere mantenute?

Feanor

11 luglio 2007 17.36  

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