Recensione - L'eterno sogno
Finalmente, dopo mesi e mesi d'inattività, la sezione delle recensioni riprende vita. Spero, per vivacchiare a lungo.
Per l'occasione, ho finalmente introdotto il voto, che fa giustizia.
Non ho più l'intenzione di trattare come una "specie protetta" gli autori italiani. Se un occhio di riguardo ce l'hanno, da parte mia, questo non significa che debba criticarli meno duramente di quanto faccia con un autore straniero. I lettori spendono tempo e denaro; vanno trattati con rispetto.
Non ho molto tempo da dedicare alle recensioni, perché sono testi impegnativi. Ma mi piace l'idea di commentare con voi i romanzi che leggo. Se, poi, riesco a dare un po' di visibilità ad autori poco conosciuti, come è il caso di Daniele Bonfanti, meglio ancora!
Bene, anche in questo caso si tratta di una considerazione deviata. Leggete la recensione e tornate a commentare qui nel blog.
Daniele Bonfanti - L'eterno sogno
http://www.negrore.com/recensioni/03leternosogno.htm
Per l'occasione, ho finalmente introdotto il voto, che fa giustizia.
Non ho più l'intenzione di trattare come una "specie protetta" gli autori italiani. Se un occhio di riguardo ce l'hanno, da parte mia, questo non significa che debba criticarli meno duramente di quanto faccia con un autore straniero. I lettori spendono tempo e denaro; vanno trattati con rispetto.
Non ho molto tempo da dedicare alle recensioni, perché sono testi impegnativi. Ma mi piace l'idea di commentare con voi i romanzi che leggo. Se, poi, riesco a dare un po' di visibilità ad autori poco conosciuti, come è il caso di Daniele Bonfanti, meglio ancora!
Bene, anche in questo caso si tratta di una considerazione deviata. Leggete la recensione e tornate a commentare qui nel blog.
Daniele Bonfanti - L'eterno sogno
http://www.negrore.com/recensioni/03leternosogno.htm
Etichette: Recensioni



21 Commenti:
Come già detto sul forum di Fantasymagazine, Andrea, recensione esaustiva e utile.
Mi aspetto (e so che sarà così) la stessa onestà quando recensirai il mio romanzo (lo dico a priori, a scanso d'equivoci).
Come sottolinei, non siamo una "specie protetta". Considerarci tali (con conseguente eccesso di “buonismo” nei nostri riguardi) ritengo possa solo danneggiarci, illudendoci di essere giunti come scrittori a una maturazione che, lo sappiamo bene, è figlia di tanto lavoro e dedizione (oltre che di un pizzico di capacità innata ma quella è come il sinistro di Maradona: o ce l’hai dalla nascita o non te lo puoi inventare).
D’altra parte, per riprendere un’altra parte del tuo post, non è che, a differenza degli stranieri, i romanzi degli italiani i lettori li leggano gratis. Spendono tempo e denaro per farlo, dici tu (e il concetto l’avevo espresso anch’io nella mia intervista a FM). Pertanto, hanno il diritto di criticare se lo ritengono giusto (in maniera motivata, chiaro, non gratuitamente) e il dovere (mi auguro) di non essere compiacenti.
Poi - va da sé – se il mio romanzo (ti) piacerà, io ne sarò contento. In caso contrario, non ne farò una questione personale. Come detto a un utente del forum Fantasymagazine che l’aveva gradito in generale, ma mi aveva mosso dei rilievi, ben vengano gli appunti, specie se circostanziati. Se li condividerò (com’è accaduto in quel caso) ne farò tesoro per rendere migliore la mia prossima opera.
Michele Mikimago
Va detto che in questo caso il lettore Andrea D'Angelo non ha speso un soldo, perché il libro gli è arrivato come gentile omaggio da Daniele stesso. Parlavo, insomma, degli altri lettori, non di me (anche se, lo dico da sempre, è molto maggiore la spesa in "tempo" che in "denaro").
Comunque a me piace un sacco questo nuovo fermento in Italia. E mi piace un sacco leggere opere di autori italiani, con cui posso dialogare poi. Sono, da sempre, prima lettore che scrittore. E, ultimamente, è come se mi fosse stata aperta una porta che guida al paese dei balocchi!
C'è una piccola correzione da fare, come Daniele giustamente mi ha segnalato. Lui non è leccese, ma lecchese.
La correggo immediatamente.
Riporto anche qui quanto postato su FM.
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Grazie Andrea! :D
Ammetto che vedere la recensione sul tuo sito un po' di pulsazioni in più al minuto me le ha causate - anche se generalmente passo per quello che non si scompone mai, quindi non ditelo a nessuno, eh. ;-)
Grazie dell'analisi approfondita, specie perché oggettiva e onesta - non mi aspettavo altro da parte tua. Odio quando leggo formule di indulgenza del tipo "considerando che Bonfanti è all'esordio..." o "la sua giovane età" et similia.
Ne andrò orgoglioso. Un sacco.
Riguardo ciò che scrivi: sono d'accordo, quasi parola per parola, con le tue impressioni. Sia quelle positive, sia e soprattutto sui molti difetti, dei quali sono consapevole.
A mio avviso la zavorra che L'Eterno Sogno si porta dietro ineluttabilmente è quella di essere sostanzialmente un "romanzo giovanile", e quindi scritto senza il dovuto metodo e la dovuta progettazione a priori da un autore privo di esperienza. Infatti, anche se è stato pubblicato nel 2006, è nato quando avevo circa vent'anni, e la gestazione è iniziata quando ne avevo soltanto diciassette. E' passato poi attraverso due riscritture integrali: la terza e definitiva due anni fa, in vista della pubblicazione. Parlo di riscrittura quasi parola per parola, ma non di stravolgimento del testo - se avessi voluto stravolgerlo, allora avrei scritto direttamente un altro libro. Da zero. Non era quello che volevo fare.
Invece mi interessava sistemare quella storia, una storia che - pur nella sua semplicità, e, spesso, ingenuità - era dignitosa, c'era, e mi pareva valesse la pena di raccontarla e leggerla.
Oggi, se lo rileggo, a tratti mi viene da sorridere, ma sono comunque contento di averlo pubblicato, anche e soprattutto perché mi ha permesso di conoscere e confrontarmi con ambienti e persone che mi hanno aiutato moltissimo a crescere. Si badi: non sto dicendo di essere diventato nel frattempo un grande scrittore - sto solo all'inizio di un lungo sentiero, che forse non riuscirò mai a percorrere tutto, anche se ce la metto tutta - ma senz'altro ho imparato tanto.
Grazie ancora, Andrea, di cuore.
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Per il resto, ben vengano le critiche, come dice Michele. E' sminuente, a volte, il buonismo nei nostri confronti (di esordienti/italiani).
Ciao Daniele, felice di leggerti nel mio blog.
Guarda, in tutta sincerità, non ho preteso di essere oggettivo. E' e resta comunque la mia opinione, nonostante abbia tentato di porre un sano distacco tra la recensione e i miei gusti più personali - com'è giusto che sia, quando si recensisce. Ma le dita che hanno digitato quelle parole restano le mie.
Circa l'eccesso di entusiasmo dei lettori, come ho avuto modo di dire nella mia vecchia considerazione "1052", non amo i giudizi eccessivi, né in una direzione, né nell'altra. Anche perché, con sistematica puntualità, si rivelano sbilanciati. E, sulla mia pelle, portano danno all'autore entrambi gli atteggiamenti, nella stessa misura, anche se in modo diverso.
Le tue parole di risposta non fanno che confermare la buona impressione che m'ha fatto il tuo testo, nonostante i difetti elencati. Se tu per primo riscontri quei difetti, allora sono certo che il tuo prossimo lavoro sarà di valore, poiché nato da uno spunto attuale e non dall'estro pasticcione di un diciassettenne (come capitò a me, sottolineo, anche se ero quattordicenne).
La maturità, non v'è chi non veda, aumenta nel tempo. E anche e soprattutto nella scrittura questo diviene palpabile.
Continuano a interdirmi, Andrea, tutte le perplessità che in te destano i giudizi, apparentemente, entusiastici, o eccessivi: non capisco infatti perché io - ma anche chiunque altro - non possa affermare che quanto scritto da Jean Rabe sia completamente e assolutamente negativo, o che quanto scritto da Proust e da Holerlin - tralasciando quindi un attimo il mio prediletto Rimbaud, ma proprio perché per suo esplicito intento egli è Soggettività pura - sia, al contrario, completamente e assolutamente positivo. Vorrei allora che qualcuno confutasse oggettivamente e analiticamente questa mia posizione e questa mia critica. Voglio dire, insomma, che in certi casi - senza voler attestare che tu e Daniele rientriate fra questi; e tuttavia, in quanto esempi particolari, siete inclusi comunque in questa legislazione generale che io sto avanzando - un giudizio entusiastico o eccessivo, cioè completamente e assolutamente positivo o negativo, è, anche e prima di tutto oggettivamente, inevitabile. Chiarisco definitivamente: se tu, Andrea, e Daniele, foste della medesima levatura di Proust o Holderlin - o se alla medesima levatura assurgerete - non vedo come potreste considerare sbilanciate, o come più semplicemente potreste rifiutare, delle valutazioni, ancora, completamente e assolutamente positive.
Inoltre, non svilirei tanto l'estro, anche, se non soprattutto, quando è ingenuo, immediato, istintivo. Altrimenti ci si riduce a considerare tutto il concepimento di un'opera d'arte come un sistema matematico, come un'equazione deterministica, come una concatenazione di cause ed effetti meccanicistici. Altrimenti ci si riduce come lo strutturalismo, che si sta sbriciolando, perché proprio uno dei suoi patriarchi, esterrefatto dall'autentico parossismo con cui si stava ambendo a classificare, controllare, ordinare ogni più infima particella del linguaggio, ha rinnegato alla radice la dottrina che aveva fondato per tornare a esaltare, nel nuovo approdo grammaticale che ora si sta imponendo e sostituendo proprio allo strutturalismo, la "Shaffenkraft", che è la creatività quasi mistica. Il genio - in tutte le sue diverse gradazioni - avrà pure ancora importanza nell'arte, o no?
Feanor
Mai scritto che non si possa, Feanor, ma che io non ami gli eccessi nei giudizi (un eccesso, lo dice il suo significato, è un eccesso!). Non li amo, sulla mia pelle. E credo di poter applicare alla stragrande maggioranza degli altri autori il mio esempio, perché la stragrande maggioranza non scende agli Inferi, né ascende in Paradiso, quando si cimenta con l'arte della scrittura.
Salvo i pietosi esempi negativi o i pochi geni inconfutabili, gli altri, a mio avviso, abbisognano d'equilibrio.
Ciò non toglie che io possa dire "David Eddings mi ha fatto schifo" (e l'ho scritto più volte). Ma questa è una cosa ben diversa da una recensione. E io di pareri pubblici, che mirano a recensire, parlo.
Se a recensione pubblica ci si applica, bisognerebbe applicarsi anche al tentativo di staccarsi dai meri gusti personali, pur sottolineando la propria opinione.
Infine, chi ha svilito l'estro?
Giammai!
Pensavo di essere stato chiaro, in merito, nel mio "Un nuovo mondo". Una cosa è il metodo organizzativo, una cosa la creatività.
Chi ha svilito l'estro? Tu, Andrea, l'hai aggettivato con un non certo encomiastico "pasticcione", Mikimago ne ha bisbigliato l'esistenza e l'ingerenza con tono tanto timido da farlo apparire una sorta di onta, di marchio di arroganza o di chissà quale prosopopea, di ferale e feroce nemico con cui patteggiare appena il sussidio più minutamente indispensabile - questa naturalmente è un'iperbole.
A me non sembra che l'abbiate esattamente osannato - e questa naturalmente è una litote...
Inoltre, io mi riferivo all'estro non soltanto come al polo opposto al metodo nell'unione di tutti i fattori che determinano l'atto creativo della scrittura, cioè fondamentalmente come alla libertà e alla flessibilità debitamente riservata alla fantasia nel suo spaziare entro shcemi che non devono così essere rigidi, bensì come allo specifico talento ingegnoso, artistico, creativo, che sta e va oltre l'umiltà, la costanza, la perizia, lo zelo, la caparbietà di ogni onesto scrittore, e senza il quale non è minimamente possibile anelare a esiti strettamente letterari. Tanto è vero che, per certi versi, questa accezione di estro può essere assimilata a quella di genio - come precisavo.
Feanor
Bene, Feanor, tu probabilmente fai riferimento al significato più pieno dell'estro. Seguendoti, che dire? Non ho nulla da obiettare. Anzi, direi che tutto ciò di cui parliamo può essere compreso da qualcosa che è "talento ingegnoso, artistico, creativo", anche perché il metodo stesso è, nella sua essenza, un modo per esaltare l'ingegno, per far affiorare appieno la creatività. Quando all'arte, be', quella esiste nell'atto stesso, ma della sua qualità non si può discernere, se non a opera terminata.
Resto dell'idea che farsi prendere la mano dall'estro, senza incanalarlo, è pericoloso - strettamente parlando di romanzi fantasy. Sempre che, ovviamente, non si viva per esso e non ci si preoccupi dell'inconcludenza.
Se devo essere sincero, non mi piace l'idea di un estro geniale che, però, finisce per nuocere a se stesso, girando in circolo, magari grandioso nel suo vorticare, ma, infine e infinitamente sterile, non condivisibile.
E', probabilmente, il sintomo più evidente del mio essere comune, tutt'altro che geniale, intendo, perché continuo a sentirmi animale sociale, non artista solitario e incompreso (come un tempo pensavo), il cui fine è riuscire a sopravvivere a se stesso, assecondandosi, ma, a sopravvivenza raggiunta, tentato dalla condivisione e dalla fratellanza con sensibilità affini.
Allora, Feanor.
Non posso parlare di Andrea e Daniele (non avendo ancora letto i loro romanzi), quindi mi limito al mio caso.
Sono certo che il mio estro - se lo intendiamo nell’accezione di trasformare schemi razionali, scalette e pianificazione dei capitoli in immagini vivide, storie che emozionino chi le legge, in personaggi reali – esista. Io tuttavia, in pubblico, per parafrasarti, “ne bisbiglio l’esistenza” appena non perché, bada bene, temerei in caso contrario di passare per uno arrogante ma piuttosto perché non sono in grado di dire se la mia opera sia infusa di (sempre testuale) “talento ingegnoso, artistico, creativo” che possa farle anelare a esiti letterari.
In un genere come il fantasy (di cui già molti, aprioristicamente, faticano a riconoscere la dignità letteraria) e dove ambire a esiti che esulino da meri schemi triti o pedissequamente ricalcati non è facile, il concetto di estro creativo è di complessa definizione e di ancora più difficile attribuzione.
Per esemplificare: il fantasy di Martin è sola tecnica (come sostengono in tanti, anche Andrea mi pare)? Oppure la sua capacità di avvincere molti lettori procrastinando il “fisiologico” scioglimento delle vicende è frutto di un “talento ingegnoso” che io per quanto mi sforzi e mi eserciti, non potrò mai ambire a raggiungere? Oppure è estro quello di Tolkien la trama del cui capolavoro, a una lettura essenziale, è la solita lotta tra bene e male ma la cui capacità di levare a epica tale conflitto, anche attraverso un registro stilistico non comune, lo deve fare ritenere meritorio di ben altri elogi rispetto a chi ha tentato la stessa operazione ma – sprovvisto delle sue solide basi culturali – ha dipinto mondi assai più modesti e ordinari?
E potrei continuare, Feanor. Il punto, però, è che se non stabiliamo con certezza cosa sia davvero l’estro, io non posso gridare ad alta voce che la mia scrittura ne sia pervasa. E forse (per paradosso)
proprio la sfuggevolezza di tale concetto ne esprime la “magia”, lo fa divenire ai miei occhi quella scintilla che ingloba l’architettura del mio romanzo in un unicum che va oltre la sintassi e la logica, il corretto uso delle parole e l’ottimizzazione del periodo, accorpandole in qualcosa che alla fine la somma algebrica delle singole parti non riuscirebbe mai a esprimere e/o a fare pulsare di vita.
Grazie comuqnue per l'interessante dibattito.
Michele Mikimago
Michele, mai detto che Martin sia "solo tecnica". Mi parrebbe un estremizzare confutabile. Ho detto più volte che è il più bravo tecnicamente, non che sia soltanto tecnica. E, sinceramente, lo considero scarso proprio in ciò che tu - ipoteticamente - lo consideri bravo, cioè nel procrastinare il fisiologico scioglimento delle vicende. In due parole, "ha rotto" - e da un bel pezzo.
Tolkien, direi, va considerato a parte, se non vogliamo uscirne con le ossa rotte. Dalla sua non aveva soltanto l'estro - che "Il Silmarillion" testimonia ben più de "Il Signore degli Anelli" -, per l'appunto, ma anche l'estro.
Una definizione di estro, credo, Feanor l'ha già comunicata, a modo suo.
A me, sinceramente, non preme considerarmi estroso, né mi piace considerare l'estro una meta o un metro di paragone. Non scrivo per questo, ma per dar senso al mio intimo. La scintilla che mi spinge a farlo potrebbe essere "estro", ma anche no. Potrebbe, ad esempio, essere "istinto di sopravvivenza", in un mondo sì meraviglioso, ma ammorbato da una società spesso iniqua, meschina e gretta.
Da un certo punto di vista, Feanor, quando parlo di me, riesco ad attribuirmi soltanto meriti minori, salvo l'onestà intellettuale e una certa capacità immaginifica (che però non faccio coincidere con l'estro).
L'estro è il momento, il guizzo, l'occhio della mente che coglie una sfumatura mai prima pensata e che emerge soltanto durante la prima stesura (e che poi bisogna cullare e sviluppare, mettendoci l'ingegno - altra parte dell'estro, stando a quanto scrivi). Ebbene, se l'estro è fatto di momenti, forse ne ho. Se è una qualità assoluta, inscindibile da un testo, in ogni sua parte, per quanto piccola, be'... direi che no, non ne sono provvisto.
Andrea, allora concordiamo ancora. Se ci limitiamo rigorosamente all'ambito della narrativa fantasy, l'estro non può prescindere dal metodo - sebbene l'estro continui a costituire l'assioma, la garanzia e la condizione del metodo, che, mi ripeto, senza l'estro non potrebbe mai essere sufficiente ad assicurare la pur minima qualità letteraria. Concordiamo, anche perché, almeno personalmente, non conosco alcun autore di fantasy che, abbandonandosi all'estro e trascurando il metodo, abbia ottenuto qualche risultato apprezzabile. Ma, altrettanto - continuo a ribadirlo - non ho memoria di alcun autore di fantasy - ma qui posso estendere il concetto in senso generale, conglobando nel discorso qualunque scrittore di qualunque genere - che, senza un'originaria stilla di talento, abbia prodotto romanzi che io possa in qualche modo reputare leggibili.
Poi: nemmeno io considero l'estro una meta o un metro di paragone, ché molti altri fattori lo precedono nella superficie degli equilibri di priorità di un romanzo: lo considero però il fondo soffuso e magmatico, trattenuto alle spalle dell'apparire del romanzo, che è la possibilità a priori della qualità complessiva del romanzo, e della pregnanza di tutti gli altri fattori che da esso possono scaturire. Ecco, Andrea, io direi che, se privato dell'estro, il senso dei tuoi romanzi - che è il tuo obiettivo - continuerebbe a emergere, ma, paradossalmente, proprio senza il suo senso, perché la mancanza dell'estro avrebbe provocato la mancanza di possibilità di esprimere il senso del senso - gioco di parole astruso, lo so. Questa è la spiegazione e l'esempio migliore che mi sovvenga ora.
Una precisazione: non ritengo l'ingegno un membro particolare dell'estro generale distinto dall'artisticità o dalla creatività; il trittico di aggettivi che avevo adottato per descrivere e specificare l'estro voleva essere soltanto un espediente per qualificarlo così da non indicarlo in modo vanamente tautologico. L'estro, in quanto terreno ispiratore di tutti i momenti di un romanzo nella loro totalità, non si compone, semmai compone.
Un'ultima curiosità: giudichi "Il Silmarillion" superiore a "Il signore degli anelli"? Se così fosse, sappi che mi stupiresti – positivamente.
Infine, se dubiti di disporre dell'estro, posso confortarti: per quella che è almeno la mia concezione dell'estro, tu ne sei abbondantemente dotato, perché io ho sempre trovato i tuoi romanzi più che significativi. A tal proposito, posso anche addurre un luogo circostanziato in cui ho rinvenuto un affioramento fulgido di un’espressione tipica del tuo estro: dalla centosessantaduesima alla centosessantaseiesima pagina de “La fortezza”, esso assume forma, e un’incisività tale da essermi rimasto stagliato nel ricordo, pressoché integro, fino a ora.
Mikimago - o preferisci Michele? - : premesso che l'abilità di definire i concetti più vaghi, arditi e arcigni è sempre stata uno dei preminenti meriti dei maggiori artefici della nostra cultura, una definizione abbastanza precisa e soddisfacente dell'idea di estro potrei fornirtela solo rischiando di complicare enormemente il suo recepimento. Tuttavia mi cimento comunque nel non semplice incarico. Allora: determinandolo negativamente, cioè come ciò che implicitamente non è l'esplicitazione del suo contrario, direi che l'estro è tutto ciò che non è programmabile - intendendo questo predicato nella sua triplice connotazione epistemologica: pronosticabile, progettabile e programmabile - da qualcuno, e identicamente ricalcabile da qualcun altro. Semplifico - purtroppo banalizzando - : l'estro è tutto ciò che un autore, avvalendosi di un metodo pregresso, non può comunque prevedere né nella sua genesi, né nella sua evoluzione, né nel suo intervento; non può reclamare, non può forzare, non può cristallizzare, e soprattutto non può istituire a causa formale di una narrazione, poiché esso si preserva come causa efficiente, cioè come oggetto attivo e non come soggetto passivo di un racconto. Altresì, è ciò che nessuno può canonizzare, emulare e attingere da qualcun altro. Mi dispiace se sembro criptico, ma per ridurre ulteriormente la portata del discorso impiegherei davvero troppo tempo.
Ma, se non vi fidate dell'attendibilità delle mie definizioni, vi riporto una breve genealogia del concetto di estro secondo i pensatori più disparati: Condillac dice che è un sentimento irrazionale che completa la razionalità. Kant dice che è lo schema trascendentale del sublime, cioè il modo con cui il dato del sublime si rende concetto strutturato da un'intuizione pura e quindi si rende empiricamente conoscibile come fenomeno delle categorie; per mezzo dell'estro, il sublime può essere ed è la deduzione dell'oggetto dell'arte direttamente dalla legislazione della natura. Herder dice che è una la forza innata e primordiale che fa sì che l'atto artistico diventi rivelazione della propria derivazione da Dio. Fichte dice che è il primo impulso che permette all'uomo di rapportarsi all'essenza della realtà chiusa in sè non più sapendo di essa, ma conoscendo essa, avvicinandosi quindi progressivamente e illimitatamente alla sua comprensione. Fries dice che è tatto artistico, cioè acutezza tale da riuscir sempre a cogliere il punto giusto. Schelling dice che è la forma suprema della dialettica, che infine distrugge se stessa. Schopenhauer dice che è la prima energia che consente di calarsi dalla dimensione fenomenica alla dimensione essenziale della realtà, poiché l'estro fende ogni idea archetipica inscritta nel retaggio psicologico dell'umanità rivelando che esse sono comandate da un sostrato irrazionale, trascendente e indipendente dall'uomo. Beneke dice che è la capacità eristica di persuadere che il verosimile sia più vero del vero. Mill dice che è la capacità di rappresentare con un solo esempio il pensiero di tutti nella sua universalità. Kierkegaard dice che è insieme incunabolo ed espressione più pura di ogni forma di pazzia. Nietzsche dice che è la pulsione che induce il Genio a respingere una prospettiva storica per invocare nel proprio presente solo il futuro, che è via obbligata per un necessario rinnovamento. Croce dice che è la più brillante intuizione artistica - che testimonia il primo atto dello Spirito Assoluto. Maritain dice che è trasgressione totale dalla normale sensibilità sociale. Heidegger dice che è la facoltà per cui l'uomo concepisce tutti gli altri enti come semplici rappresentazioni della propria conoscenza, potendo così dominarli, misurarli e commisurarli su di sè. Formaggio dice che è Soggettività Infinita che si contrappone a ogni istanza di oggettività: l’estro è l’idea che Dio aveva dell’estro, prima di creare l’estro. Ora scegliete voi la determinazione che più vi aggrada.
Feanor
Interessante discussione, signori.
Mi pare tuttavia che in fondo siamo tutti d'accordo, al di là delle definizioni o delle sfumature di accezione, sul punto principale. E cioè che senza "estro" - o come vogliamo chiamarlo - non possa essere concepita una storia che valga qualcosa. Che trasmetta qualcosa. Siamo tutti d'accordo anche che senza un metodo - e quindi una tecnica - che incanali questa forza generatrice la storia non può realizzarsi, o per lo meno non può realizzarsi in maniera coerente e tale da poter essere apprezzata e sentita da altri. Da altri che a quell'estro (che è soggettivo) siano esterni.
"Estro pasticcione", la definizione di Andrea, altro non indica che l'estro lasciato a sé stesso, non coltivato, non pilotato - e quindi per sua natura pasticcione.
Perdonatemi l'esempio grossolano: lavorare di puro estro - come, appunto, fa classicamente il giovane autore entusiasta - è come avere gli ingredienti di una torta: tutti ottimi e di prima qualità. E assemblarli a caso, piuttosto che, invece, seguendo una ricetta e la propria esperienza.
P.S. (e scusatemi il "sé stesso": mi è scappato!)
Probabilmente sì, conveniamo tutti, sul fatto che estro e metodo non siano alienabili l'uno dall'altro, ma io rimarco che, al metodo, sempre antepongo l'estro. E su ciò, non so in quanti potranno continuare a dirsi concordi.
E "sé stesso", non è sbagliato.
Feanor
Daniele ha espresso compiutamente quanto pensavo anch'io; perciò non mi dilungo al riguardo.
Feanor, la tua "esplicitazione" del concetto di estro è stata assai chiara e mi trova del tutto concorde.
Alla prossima
Michele
Aaargh! Leggo questo tuo nuovo, coinvolgente messaggio in ufficio... e non ho La Fortezza a portata di mano! Mannaggia! Vabbè, significa che so già quale sarà la mia prima azione, rientrato a casa. Bello saper prevedere ogni tanto un'azione futura, sa di presago.
Ecco che ci incontriamo in un punto di mezzo, tutti quanti, quindi. In effetti, ciò che tu, Feanor, riporti con parole ben più significative (e a mio avviso molto chiare, tutt'altro che vaghe - forse per esperienza personale le interpreto subito con facilità, poiché aduso ad analizzarmi e ad anallizare il mio processo di scrittura), corrisponde a ciò che io, ingenuamente, indicavo come estro: "L'estro è il momento, il guizzo, l'occhio della mente che coglie una sfumatura mai prima pensata e che emerge soltanto durante la prima stesura", ovvero sia, qualcosa che non è pianificabile, né incanalabile.
In effetti, anch'io antepongo l'estro alla tecnica, perché mai mi sognerei di soffocare il primo con la seconda.
Già discutemmo, Feanor, ad esempio, del mio modo di affrontare i dialoghi. La tecnica me ne fa limare le parti esterne, indirette, e m'impedisce d'intervenire in modo invasivo in ciò che è - nel mio caso - quasi sempre frutto dell'estro del momento o, se di estro non si tratta, di un qualche canale invisibile tra l'Indefinito, la Mente e la prima stesura, dove per "mente" intendo una sorta di setaccio che lascia passare soltanto parti decifrabili dallo scrittore, ma in un modo un po' passivo, non calcolato (e, in questo senso, "parti decrifrabili" in parte, parti di cui lo scrittore stesso non riconosce tutte le sfumature, se non nel tempo - anche molto tempo dopo l'ultimazione e il dare alle stampe il testo finale).
E non so quanto sono d'accordo, Daniele, circa il fatto che l'estro debba essere incanalato. L'estro è la parte del testo più astrusa, più genuina e più bizzarra. A volte lo si può incanalare, a volte no. Ovvero, credo siamo tutti d'accordo sul fatto che sia incanalabile soltanto in parte, perché lo si può incanalare fintanto che non lo si forza in una direzione per cui non è nato, nell'istante della nascita improvvisa e non pianificata.
Ho incanalato l'estro di appunti fiume, nella prima trilogia, ad esempio, durante i dialoghi tra Tarko ed Emjarîah. Ma l'estro ha preso la sua direzione e io l'ho rispettata, negli appunti. La cosa mi ha portato a scrivere capitoli incentrati su tali dialoghi, senza deviarne il corso, a volte tortuoso e apparentemente inconcludente, a volte dal significato banale in superficie. In quel caso, incanalai, ma stando ben attento a sostenere la vita del nocciolo vivo del discorso, pur sapendo che il tutto sarebbe parso ai più come noioso o, addirittura, ingenuo. Come ebbi modo di parlare con Feanor, proprio tale parte è il fulcro della trilogia ed è significativo che pochi l'abbiano apprezzata.
Questo cosa mi significa? Che l'estro, così come nasce, se rispettato, spesso non va nella direzione della convenienza narrativa, non blandisce il lettore, non accetta di essere incanalato senza perdere spessore, uno spessore che richiede una certa capacità di analisi, di riflessione, di ponderare senza voler correre avanti, in cerca del nuovo colpo di scena. L'estro è, essendoci accordati su cosa esso sia, almeno a grandi linee, il "non immediatamente comprensibile" (né dall'autore, né tanto meno dal lettore).
E mi piace l'idea d'averlo individuato nell'"istinto di sopravvivenza".
Senza l'estro, uno scrittore è uno scribacchino proprio per questo motivo. Non scrive per un moto interiore, dell'animo, che lo aiuta a vivere e sopravvivere. Bensì compie un gesto di mestiere, che è ben lungi dall'essere quel balsamo per l'anima che è la scrittura, intesa come espressione libera di sé.
Va da sé, in questo messaggio che guizza un po' ovunque, che un'opera scritta come libera espressione di sé quasi mai corrisponde ai canoni commerciali voluti dagli editori.
E allora? Be', chissene frega!
Dimenticavo!
Certo, Feanor, che giudico "Il Silmarillion" superiore a "Il Signore degli Anelli"... sebbene la sua lettura mi sia costata non pochi sforzi, proprio per la mia innata tendenza ad analizzare ciò che leggo, durante la stessa lettura - cosa che mi bloccò due volte, ad anni di distanza. Soltanto il terzo tentativo di lettura andò a buon fine e, a lettura ultimata, seppi che un giorno o l'altro l'avrei ripreso e riletto, armato di maggiore maturità (ritengo quel giorno e quella maturità non siano ancora venuti: magari dopo un saggio approfondimento circa la stilistica? ;).
Una cosa mi fu subito chiara: Il Silmarillion era il nucleo creativo di Tolkien, la sua stilla d'estro più genuina e alta, la vera opera che lui avrebbe voluto scrivere e ultimare, perfettibile, ma mai così poco, se l'avesse terminata lui e non il figlio.
"Il Signore degli Anelli", ai miei occhi, è un divertissment letterario, di gran spessore, che Tolkien si concesse, travolto dai grandi piccoli Hobbit. Almeno, così io credo d'aver interpretato l'opera tolkieniana.
Allo stesso tempo mi fu altrettanto chiaro che non avrei più riletto "Il Signore degli Anelli", perché troppo corruttivo la mia individuabilità.
Credo di dovermi spiegare meglio.
Tu Andrea, pur revocando in dubbio l'affermazione secondo cui l'estro debba essere incanalato, supponi comunque che l'estro possa essere incanalato.
Io invece lo ritengo impossibile. Ma non per una questione di rispetto verso la spontaneità libera dell'estro stesso, o per un argomento di convenienza per cui è preferibile concedere all'estro la sua immediatezza non razionalizzabile, e nemmeno per il rischio, paventato dalla sua incanalatura, di smarrire il senso più pervasivo, fervido, artistico del romanzo.
No, io stimo che l'estro non sia incanalabile strutturalmente.
Cioé: ricalcando Descartes, potrei dire che la mente dell'artista non è una "tabula rasa", ossia una spianata totalmente vuota da cui ogni facoltà, ogni fattore, ogni elemento artistico possa promanare in maniera assolutamente contingente, in maniera aleatoria, inopinata, dal niente. Io credo che la mente dello scrittore debba dimensionarsi come insufflata, allignata, modulata da un fondo, che è l'estro, sempre e da sempre presente. Se pure lo si considerasse un contenitore, interno alla mente, esso stesso vuoto, esso si configurerebbe in ogni modo già come contenitore, che, quindi, per la petizione di principio inscritta nella sua definizione logica, è contenente in potenza qualcosa che è contenuto in atto per necessità.
L'estro quindi non può strutturalmente essere incanalato, perché esso è il contenitore di tutti i contenuti che verranno incanalati dal metodo, e contenitore del metodo stesso - in questo senso, direi che l'estro è la condizione trascendentale del metodo, e della sua capacità di incanalare gli altri contenuti in modo estroso.
L'estro non può essere incanalato appunto perché è esso lo strato imo, il progenitore ineunte, l'origine incausata e causale da cui ogni contenuto può germogliare, per essere incanalato dal metodo. Dunque l'estro non può essere il "momento" o il "guizzo", perché essi sono due dei contenuti e due delle espressioni - accidentali - dell'estro - che a loro volta manifestano in modo estroso altri contenuti.
Perciò, di quanto l'estro contiene e poi attiva, può essere incanalato solo ciò che dell'estro appare, anche perché che l'estro sia sempre e da sempre presente, non implica che la sua espressione automaticamente si estrinsechi sempre: affinché si esprimano i suoi contenuti, è necessaria una consentanea pulsione di volontà da parte dell'artista che dell'estro dispone, una volontà che può essere identificata con quell'impulso che tu, Andrea, denomini "istinto di sopravvivenza", e che anima solo coloro che scrivono per passione, per bisogno, per intenzione.
Ecco, ora dovrei essermi spiegato meglio.
Andrea, hai poi visionato le pagine che ti avevo indicato come espressione emblematica del tuo estro? Che ne pensi?
Feanor
Caro Feanor, le ho lette (o, meglio, ri-lette... seppur le ricordassi a memoria).
Mi ha un po' colpito la scelta del passaggio. In ogni caso, se questo è il mio estro, ne ho tanto (se ben intendo cosa vi sia di estroso nel passaggio). Scene simili vi sono anche ne "La Rocca dei Silenzi" (e, a ben vedere, anche nelle trenta paginette che t'inviai poco tempo fa).
Ma, è vero, non sono scene pianificate. Nella mia scaletta c'è qualcosa come "Tizio studia alcuni testi e giunge alla conclusione che non sa ancora abbastanza". Da lì, a quelle quattro pagine, be'... c'è effettivamente di mezzo qualcosa di poco definibile, di non pensato e che sgorga in modo prorompente, inarrestabile, durante la prima stesura.
In ogni caso, il mio "incanalare l'estro" andava interpretato così: l'estro non è incanalabile, si esprime e, semmai, successivamente può essere preso e immesso nel testo (come nel caso di cui parlavo, cioè di miei appunti utilizzati per i dialoghi tra Tarko ed Emjarîah). Questo sottintendeva che l'espressione dell'estro non era incanalabile, perché manifestatasi durante la stesura degli appunti (assolutamente di getto, insomma), fuori controllo. Che poi tale manifestazione venga ripresa e plasmata nel testo, questa è una mera operazione tecnica.
Ma, certo, ora capisco cosa intendi per estro tu (e probabilmente molti altri illustri letterati del passato). Quindi, m'incuriosisce, cosa di quella scena de "La Fortezza" ti è sembrato così estroso? No, perché a mio modo di vedere, tra le pagine del "Primo Ciclo Minore" vi sono passaggi ben più significativi di quel gioco intellettuale, attuato nelle quattro facciate da te citate...
Ciao Andrea, riporto ciò che ho scritto sul forum di Fantasymagazine:
ho letto l'incipit su Lulu, e riguardo allo stile (dalle prime 10 pagine posso valutare solo quello) concordo col voto che gli hai dato nella tua recensione, dove la valutazione è complessivamente un po' sotto la sufficienza. La scrittura è leggera e scorrevole, priva di fronzoli, ma c'è una pesante info dumping già alla terza pagina, dove il nano la prima volta che apre bocca fa un discorso di due pagine tutto di filato fitto fitto di informazioni. Più che un effetto di catapultare il lettore nella vicenda ottiene a mio avviso quello di un riassunto delle puntate precedenti. In sostanza, quelle dieci pagine non mi hanno fatto venir voglia di andare avanti. Certo, non vuol dire molto, perché lo stesso si può dire delle prime 50 pagine del Pendolo di Focault... Bisogna dire però che mentre i lettori di Umberto Eco vanno avanti lo stesso sulla fiducia (a volte pentendosene), un esordiente dovrebbe invece rendere le prime 5 pagine (quelle che legge l'editore quando gli arriva il manoscritto) assolutamente impeccabili.
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