La mia sintesi
Nei vari commenti di questi ultimi giorni, che ruotavano attorno all'ultimazione di due capitoli de Il giorno dopo, si è parlato di sintesi e prolissità... e di autori che vengono pagati a parola.
Attorno al mio pensiero, mi rendo conto, ho ingenerato una certa confusione. Sento quindi l'esigenza di spiegare cosa intenda per sintesi e perché, di conseguenza, consideri la sintesi il fine ultimo di ogni buon scrittore.
Il concetto a cui io faccio riferimento, scrivendo "sintesi", negli anni di riflessione sulla scrittura, ha acquisito almeno due significati, connessi e concomitanti.
Il primo significato è piuttosto facile da spiegare, perché riguarda la stesura e la revisione del testo vere e proprie. Posso descriverlo, cioè, come segue: ridurre il testo all'essenziale.
E qui tento di far piazza pulita delle possibili interpretazioni errate del concetto che intendo esprimere. L'essenziale non dipende dallo stile adottato. C'è chi preferisce uno stile privo di fronzoli, c'è chi invece ama infiorettare. Non ho nulla contro gli abbellimenti, pur preferendo una certa semplicità espressiva (a dirla tutta, amo una via di mezzo - come si evince da romanzi come La Rocca dei Silenzi). Parlando di sintesi, per ribadire il concetto, non ho mai inteso dire che autori come Tolkien, ad esempio, dovessero asciugare le proprie frasi, eliminando abbellimenti espressivi, che donano ricchezza alla prosa (a parte il fatto che, se avessi inteso affermare qualcosa di simile, sarei un presuntuoso cronico).
Ridurre il testo all'essenziale, dunque, a mio avviso significa non condurre il lettore in vicoli ciechi e dargli l'impressione che la narrazione proceda a singhiozzo o, peggio, che alcuni paragrafi possano essere saltati senza perdere alcunché. Ecco, questo, a mio avviso, è ciò a cui ogni scrittore intellettualmente onesto dovrebbe lavorare: eliminare il superfluo. E spero si sia capito che il superfluo nulla c'entra con lo stile adottato. Come scrisse bene Carver: "Niente trucchi!"
Il secondo significato è invece difficile da spiegare. Se non più, è altrettanto importante. Parlo della sintesi che ruota attorno al senso del romanzo.
Va da sé che la digressione, primo esempio che mi sovviene, è una tecnica riconosciuta e ritenuta valida, ma dev'essere utilizzata con parsimonia e acume. Deve, cioè, aiutare il lettore a recepire quello che è il senso della storia, secondo l'autore. Deve, insomma, aggiungere e arricchire, non divergere e confondere.
Ulteriore esempio, più pratico. Nulla vieta una pausa di riflessione filosofica, all'interno di un avvincente romanzo fantasy - Steven Erikson se le concede: sono un piacere e non sembrano mai fuori contesto. Nulla vieta. «Anzi!» direi io. Personalmente bramo tali pause, quando affronto la lettura di un testo, perché donano spessore alla storia.
Se l'intento è letterario, la sintesi che un autore deve attuare, termino, è limitarsi a dire ciò che ha senso dire. Lui deve, cioè, eliminare divagazioni sterili, digressioni fuori tema e scene inconcludenti. L'equilibrio interno di un romanzo è delicatissimo e l'autore deve sintetizzare il proprio pensiero, renderlo compatto, individuabile, pur se senza enunciarlo in modo diretto. Quanto più l'autore ha approfondito tale pensiero, sviscerando molteplici domande e giungendo a una sorta di conclusione, tanto più la sintesi che attuerà nel suo romanzo sarà pregnante e degna d'attenzione.
In questo senso, quando parlo di annacquare un testo, parlo di chi, in modo intellettualmente disonesto (perché dire "superficiale" mi sembrerebbe un insulto bell'e buono), sa che sta accantonando la sintesi, per abbracciare un interesse secondario, che male fa all'opera e alla sua qualità.
Forse sono una voce fuori dal coro, ma a me autori come George Martin sembrano perdersi strada facendo, nonostante l'ottimo principio. Perdono il senso della misura, quando invece la misura è basilare, per uno scrittore e per i suoi scritti. Finiscono per assecondare voglie malsane, lasciando che la storia prenda il sopravvento sul senso della storia. E - per sottolineare quanto detto sopra - non si può certo dire che George Martin abbia uno stile infarcito di abbellimenti, perché asciuga molto. Ora, però, visto che forse sono riuscito a spiegare meglio cosa intendo per "sintesi", posso prendere ad esempio lo scrittore statunitense e definire la sua opera annacquata. Che sia perché viene pagato a parola o perché ha perso di mira la sintesi, nei suoi molteplici significati, poco importa. Ai miei occhi, naturalmente.
Attorno al mio pensiero, mi rendo conto, ho ingenerato una certa confusione. Sento quindi l'esigenza di spiegare cosa intenda per sintesi e perché, di conseguenza, consideri la sintesi il fine ultimo di ogni buon scrittore.
Il concetto a cui io faccio riferimento, scrivendo "sintesi", negli anni di riflessione sulla scrittura, ha acquisito almeno due significati, connessi e concomitanti.
Il primo significato è piuttosto facile da spiegare, perché riguarda la stesura e la revisione del testo vere e proprie. Posso descriverlo, cioè, come segue: ridurre il testo all'essenziale.
E qui tento di far piazza pulita delle possibili interpretazioni errate del concetto che intendo esprimere. L'essenziale non dipende dallo stile adottato. C'è chi preferisce uno stile privo di fronzoli, c'è chi invece ama infiorettare. Non ho nulla contro gli abbellimenti, pur preferendo una certa semplicità espressiva (a dirla tutta, amo una via di mezzo - come si evince da romanzi come La Rocca dei Silenzi). Parlando di sintesi, per ribadire il concetto, non ho mai inteso dire che autori come Tolkien, ad esempio, dovessero asciugare le proprie frasi, eliminando abbellimenti espressivi, che donano ricchezza alla prosa (a parte il fatto che, se avessi inteso affermare qualcosa di simile, sarei un presuntuoso cronico).
Ridurre il testo all'essenziale, dunque, a mio avviso significa non condurre il lettore in vicoli ciechi e dargli l'impressione che la narrazione proceda a singhiozzo o, peggio, che alcuni paragrafi possano essere saltati senza perdere alcunché. Ecco, questo, a mio avviso, è ciò a cui ogni scrittore intellettualmente onesto dovrebbe lavorare: eliminare il superfluo. E spero si sia capito che il superfluo nulla c'entra con lo stile adottato. Come scrisse bene Carver: "Niente trucchi!"
Il secondo significato è invece difficile da spiegare. Se non più, è altrettanto importante. Parlo della sintesi che ruota attorno al senso del romanzo.
Va da sé che la digressione, primo esempio che mi sovviene, è una tecnica riconosciuta e ritenuta valida, ma dev'essere utilizzata con parsimonia e acume. Deve, cioè, aiutare il lettore a recepire quello che è il senso della storia, secondo l'autore. Deve, insomma, aggiungere e arricchire, non divergere e confondere.
Ulteriore esempio, più pratico. Nulla vieta una pausa di riflessione filosofica, all'interno di un avvincente romanzo fantasy - Steven Erikson se le concede: sono un piacere e non sembrano mai fuori contesto. Nulla vieta. «Anzi!» direi io. Personalmente bramo tali pause, quando affronto la lettura di un testo, perché donano spessore alla storia.
Se l'intento è letterario, la sintesi che un autore deve attuare, termino, è limitarsi a dire ciò che ha senso dire. Lui deve, cioè, eliminare divagazioni sterili, digressioni fuori tema e scene inconcludenti. L'equilibrio interno di un romanzo è delicatissimo e l'autore deve sintetizzare il proprio pensiero, renderlo compatto, individuabile, pur se senza enunciarlo in modo diretto. Quanto più l'autore ha approfondito tale pensiero, sviscerando molteplici domande e giungendo a una sorta di conclusione, tanto più la sintesi che attuerà nel suo romanzo sarà pregnante e degna d'attenzione.
In questo senso, quando parlo di annacquare un testo, parlo di chi, in modo intellettualmente disonesto (perché dire "superficiale" mi sembrerebbe un insulto bell'e buono), sa che sta accantonando la sintesi, per abbracciare un interesse secondario, che male fa all'opera e alla sua qualità.
Forse sono una voce fuori dal coro, ma a me autori come George Martin sembrano perdersi strada facendo, nonostante l'ottimo principio. Perdono il senso della misura, quando invece la misura è basilare, per uno scrittore e per i suoi scritti. Finiscono per assecondare voglie malsane, lasciando che la storia prenda il sopravvento sul senso della storia. E - per sottolineare quanto detto sopra - non si può certo dire che George Martin abbia uno stile infarcito di abbellimenti, perché asciuga molto. Ora, però, visto che forse sono riuscito a spiegare meglio cosa intendo per "sintesi", posso prendere ad esempio lo scrittore statunitense e definire la sua opera annacquata. Che sia perché viene pagato a parola o perché ha perso di mira la sintesi, nei suoi molteplici significati, poco importa. Ai miei occhi, naturalmente.
Etichette: Letteratura, Scrittura



7 Commenti:
Cioè parliamo di due ottiche con le quali 'misurare' la narrazione: la prima è prettamente stilistica mentre la seconda è strettamente narrativa.
Ho inteso bene?
Se ho inteso bene, anche io penso che uno stile un po' barocco o arricchito sia molto meno 'grave' di una narrazione che rimbalza e urta contro i mobili di casa nel suo cammino verso l'evolversi della trama.
E non si parlano di capitoli o parti a 'bassa tensione'. Quelle sono stratagemmi che consentono alla scrittore di dire una cosa che voleva dire.
Io ricordo 'I Tommyknockers' di King. A pagina 370, dopo una narrazione spedita, si sdilinquiva in un flashback a mio avviso terribilmente ingombrante. Un centinaio di pagine, su un blocco narrativo che non portava a nulla se non allungare.
Secondo me, hai inteso male.
A me pare infatti che la prima connotazione che Andrea conferisce all'idea di sintesi si riferisca alla nota sintesi narrativa, che potremmo conciliare con una sintesi tecnica, e per questo non stilistica - o almeno, non primariamente stilistica. La seconda connotazione invece, il cui sviluppo mi piace molto, credo sia calibrabile verso la sintesi del senso narrativo, o del messaggio narrativo, o di qello che io già chiamavo - utilizzando la terminologia che lo designa specificamente - tema gnomico; con un'immagine efficace, questa seconda connotazione è esprimibile come la "stimmung" di un libro, cioè, secondo la definizione di Savinio, che a sua volta pensava di paragonarla a una figura nietzscheana, come l'atmosfera in senso morale.
Sempre a proposito della seconda connotazione, tu Andrea citi le digressioni: allora io mi chiedo come giudichi la digressione romantica, epitomata da quella che adotta, in prosa, Hugo, e in poesia, Blake: quella di cui Raymond, critico di Stilistica, glottologo, filologo, semiologo, filosofo e sociologo, dice: "la funzione della digressione romantica mostra il significato duplice di estensione della vicenda, in quanto ne dilata i confini mediando fra ciò che è scibile e ciò che è intuibile così da intersecare questi due livelli sensibili, e di addensamento della sua stratificazione, in quanto sovrappone in strati via via accumulantisi l’uno sull’altro diverse panoramiche che soggiacciono l’una all’altra, stratificandosi appunto in un conglomerato di suggestioni inversamente proporzionali alla loro conoscibilità; ma forse è altresì confortante, nella propria matrice di oscurità, poiché la visione distante di un’isola mai solcata non solo è attraente, e lo scorgere le torri di una città lontana che scintillano in una foschia accesa dal sole non solo è conturbante, bensì entrambi i tratteggiamenti alienano dal narrato questi luoghi implicando la preservazione dell’incanto, a meno che, anche raggiungendoli, da lì non si rivelino ancora nuovi panorami inafferrabili. Mantenerli estranei alla possessione del lettore inferisce la sua sospensione dall’onniscienza dell’autore, una sospensione che si attua in ogni creazione artistica disperata, come deve essere ogni creazione artistica vera." E intanto, Andrea, ti ho introdotto a ciò che incontrerai nei tuoi prossimi studi di Stilistica - ma quelli di Mengaldo sono più semplici.
E poi a questo punto non posso evitare di pensare che la vera sintesi, quella che presiede ogni sua altra accezione, sia raggiungibile solo stilisticamente, come affermano esplicitamente Alonso e Bachtin, e come, nelle "Lezioni Americane", Calvino implica. La sintesi diventa allora l'abilità - divina - di nominare e rinominare compiutamente un concetto nel minor numero possibile di parole - in senso quantitativo. L'abilità di capire che, se il senso di un libro è essenziale, essenziale deve essere anche il modo di svelamento del senso: questo quindi deve comprimersi in una densità oltre la quale nulla è più possibile comprimere, poiché ogni parola non soltanto non è più superflua, ma è necessaria. L'abilità, perseguita prima di tutti da Mallarmé, di ricondurre l'esposizione analitica - cioè scomposta nei suoi membri più elementari - di un pensiero, alla sua esposizione sintetica appunto, tramite l'unica e singola parola icastica che tutti gli originari membri unifichi e assommi. L'abilità di rendere il linguaggio sostrato fondante e autonomo, sussistente e supplementare a se stesso, contenuto del contenente del contenente. L'abilità di pervenire alla liricizzazione assoluta, dove il binomio del linguaggio composto da significante e significato si frammenta, così che il primo includa ed esaurisca il secondo - il significato, il campo letterale, diviene nel e diviene il significante, il campo formale.
So che è un discorso complesso, ma ritengo sia importante comprenderlo, per sussumerlo.
Lo ritengo perché Heidegger diceva il vero: la sola schiavitù da cui l'uomo sia mai stato afflitto, e da cui tutte le altre manifestazione di schiavitù discendono, è la capacità del suo linguaggio, che è incapacità del suo linguaggio. Heidegger diceva che la conoscenza della realtà, da cui suscita la libertà, è proporzionale al numero delle parole che si conoscono, e concludeva che è proprio dalla umana ignoranza del linguaggio e delle sue possibilità che si è generata l'epoca metafisica del nichilismo con l'oblio dell'essere e della verità dell'essere, raggricciata ancora soltanto a pochissimi individui eccezionali che, proprio comepentrando il linguaggio, ancora continuano a salvaguardarla - egli menzionava Daniel, Dante, Petrarca, Manrique, Gongora, Milton, Novalis, Holderlin, Celan e se stesso.
Ora, senza inabissarsi in esiti così serratamente filosofici e tragici, io vorrei che, nell'ambtio letterario, questo tipo di sintesi costituisse l'assioma e il caposaldo di ogni altra articolazione sintetica, e dunque anche di ogni struttura romanzesca.
Spero di non essermi abbandonato al soliloquio.
Feanor
Non soliqui Feanor ;-)
Ti ringrazio per il puntuale sostegno Dalmazio, ma già sapevo che avresti apprezzato. Ci sentiamo.
Feanor
Ha ragione Feanor, Maico, lui ha inteso il mio messaggio, naturalmente facendolo a pezzi, per poi ampliarlo, come è aduso. :)
In breve, le due sintesi di cui parlavo io, vanno intese come concomitanti e intrecciate tra loro. Non si possono disgiungere e che un autore segua soltanto una delle due mi parrebbe un esempio perfetto di ciò che io credo non sia l'intenzione letteraria.
Feanor, mi trovo a concordare con quanto detto da Raymond e non l'ho trovato così complesso. E' qualcosa che chiunque scriva da un po' di tempo comprende. Piuttosto, mi piacerebbe sapere se simili testi poi riportano esempi concreti di letteratura per ribadire i concetti. Anche perché, sinceramente, pur avendo compreso il concetto e sapendolo già mio, in un certo qual senso, non saprei però individuare una digressione romantica da una di altro tipo.
Circa la sintesi stilistica più pura, che tu (e altri illustri) consideri alla base di qualsiasi altra sintesi, credo non sia alla portata di tutti, anzi, credo sia attuabile da pochi. Ma perlomeno tendere a tale sintesi sarebbe auspicabile.
Nella mia ignoranza, però, non credo di poter decidere se essere totalmente d'accordo o un po' meno. Una cosa è tendere a, una cosa è prostrarsi a e vedere tutto il resto come secondario. Non ho gli strumenti per farmi un'idea precisa.
Certo Andrea, Raymond, così come ogni altro critico serio, suffraga sempre una propedeutica analisi rigorosamente teorica e astratta con una successiva disamina capillarmente esemplificativa, inestricabilmente intrecciata a testi specifici. Raymond riportava infatti brani di Hugo, Musset, Manzoni e Byron - i primi due come modelli positivi, i secondi due come modelli negativi - come archetipi della digressione romantica, per poi distinguere questa, che secondo lui - e secondo me - è irripetibile, da tutte le altre tipologie di digressione, individuando quindi i tratti comuni e salienti di queste ultime - tramite la comparazione di stralci di Milton, Pope, Maupassant e D'Annunzio - per dimostrare come proprio le peculiarità della digressione romantica vi si svincolino. Per permetterti di comprendere la dicotomia in questione, dovrei trascrivere qui le citazioni dei passi che Raymond propone, ma sono troppo lunghe - e inoltre dovrei corredarle dell'interpretazione di Raymond, che a ogni riga di ogni testo esaminato dedica una pagina di critica, quelle sì di una difficoltà prodigiosa: non ti nascondo che alcune annotazioni destino tutt'ora anche in me non poca confusione. E tu che ti stupivi per quelle sommarie righe di critica Stilistica che avevo abbozzato per il tuo brano!
Per quanto rigurda la sintesi nel significato in cui io - e altri illustri - la concepisco - e di cui, trattandola in maniera così succinta e generale, forse, malgrado la tua prontezza, non scorgi la vera portata - ti dirò Andrea: tu ventili che essa sia conseguibile da pochi, io rincaro affermando che, a mio modo di vedere, essa non è mai stata compiutamente raggiunta da nessuno: ecco, forse da Callimaco, forse da Rimbaud, forse da Rilke; forse da Beckett, forse da Kafka, forse da Dostoevskij, ma su nessuno di essi io garantirei alcunché.
Feanor
Caro Feanor, ovvio che non ne scorgo la portata! La portata di qualcosa è una visione nitida soltanto all'occhio di chi questo qualcosa ha assorbito e metabolizzato, specie quando si parla di "cose intellettuali". Quanto dici, in fondo, non fa che sottolineare le mie parole.
Circa i testi di stilistica, sono felice che abbiano un approccio analitico diretto, prendendo esempi dalla letteratura.
Prima o poi troverò il tempo per sguazzare un po' nella stilistica - perché pensare d'immergermici sarebbe ora una decisione affrettata. Attenderò un minimo di cognizione di causa.
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