14 maggio 2007

Il giorno dopo - Capitolo VIII

Nuova deviata, per l'ultimazione del Capitolo VIII de Il giorno dopo. La stesura procede abbastanza speditamente, considerando ciò che riempie la mia vita di questi giorni.

Leggete l'aggiornamento all'interno del Diario relativo.
http://www.negrore.com/tomi/tomo_3/index.htm

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18 Commenti:

Anonymous Federico Russo "Taotor" ha detto...

Ciao Andrea, mi stupisce leggere che usi Word. Ti facevo più anticonformista, e pensavo usassi Open Office, o un qualsiasi programma alternativo. :D
La voglia di saltare capitoli-punti di vista mi ricorda le cronache di George Martin. Un mio amico saltò due o tre capitoli, per poi confondersi e tornare indietro a leggere. Mi sembra, insomma, che un lettore disposto a leggere un libro sia sì libero di leggerlo come vuole, ma anche con una certa coerenza, no? Quindi, fossi in te, laddove posso andrei avanti come sento di dover fare.

14 maggio 2007 16.22  
Blogger Parao ha detto...

^_^
Anticonformista non significa autolesionista! Provai anni fa una versione di Open Office (che sicuramente sarà migliorato, nel frattempo). Credimi, pessima esperienza. Da tecnico informatico quale sono, una certa esperienza ce l'ho e dare contro a Bill Gates per principio è una cosa che ho sempre considerato stupida.
In ogni caso, un certo fondo di verità c'è, circa Word... io uso Word 97, perché tutti i successivi fanno BEEP! (A partire da quell'orrenda cosa per cui a ogni nuovo documento Office apre una nuova finestra: dissidio e raccapriccio!) Ed è, credimi, molto personalizzato (scorciatoie e macro varie).
Prima di Word usavo Word Pro.

Sì, direi che ogni capitolo un fronte d'azione è esattamente quello che ha fatto George Martin nella sua saga (ma non è che l'ultimo di una lunga lista, direi). E, come dicevo proprio nel mio diario, io ovviamente tiro dritto.
Anche perché così voglio che sia narrata la mia storia. Oltre a questo svantaggio, ci sono anche dei vantaggi.

14 maggio 2007 16.37  
Anonymous Valin ha detto...

Ciao Andrea!
Io invece adoro i fronti d'azione separati, molto di più se poi i vari gruppi si "ritrovano" e ognuno ha qualcosa da raccontare magari sconvolgendo gli altri!!
Una delle scene + belle del signore degli anelli è stata (x me) quando Gandalf ha appreso notizie riguardo Frodo e Sam da Faramir! molto emozionante..
un in bocca al lupo x la continuazione del libro..noi attendiamo!

14 maggio 2007 23.05  
Blogger Parao ha detto...

Che il povero lupo crepi di vecchiaia, Valin! :)

In ogni caso, io la penso come te, sui fronti d'azione. Ma sono sempre stato un lettore "ordinato", nel senso che non salto pagine, non vado a leggermi il finale prima di cominciare. Pur essendo i predetti dei diritti del lettore, io amo rispettare l'autore e il modo in cui ha deciso di raccontarmi la storia. Lo seguo, insomma.

Ma le notizie di Frodo non le dava Aragorn, vicino alla foresta di Fangorn? A me pare di sì. E' Aragorn che dice a Gandalf che Sam è andato con Frodo (e, per inciso, quella è la scena che più mi ha fatto amare l'attore di Gandalf nei film di Peter Jackson. Il modo in cui, parlando di Frodo, gli si illuminano gli occhi di gioia e amore per gli Hobbit è speciale. Recitazione sublime).

Per quanto riguarda Il giorno dopo, molte strade si incroceranno e, credimi, per la tipologia dei fronti d'azione e per la situazione storica, saranno più che gustosi (soprattutto per me! ^_^ ).
Oso dire che senza gli incontri questo romanzo non avrebbe senso. Nasce per giungere a un incontro. E che incontro!

Di più non dico! :)

15 maggio 2007 7.58  
Anonymous Valin ha detto...

Ah no! ma io mi riferivo al libro non al film, precisamene quando Faramir dice a Gandalf di aver incontrato Frodo Sam e Gollum e che erano ancora vivi! ..si insomma quello!
buona giornata ;)
Luca

15 maggio 2007 12.07  
Blogger Maico ha detto...

Torno dopo uno smarrimento di un paio d'anni. ;)
Il saltare capitoli mi sa che sia un male un po' endemico della letteratura fantasy. Martin ne è un degno rappresentante.

Solo con Strange e Norrel devo dire che non mi è venuto nemmeno il desiderio di saltare pagine.

16 maggio 2007 11.03  
Blogger Parao ha detto...

Il Maico Morellini incontrato a Treviso, immagino! Colui che mi regalò due suoi libricini di racconti (che lessi con un certo piacere e che mi ricordarono in alcuni casi la visionarietà un po' cupa di Lovecraft). Alto e taciturno, contrariamente al suo compare tarchiato e chiacchierone? ^_^

Maico, felice di averti in questi lidi.
Guarda, Martin a mio avviso ha abusato del concetto, estremizzandolo a un singolo personaggio, ingenerando dapprima noia, dappoi perfino raccapriccio di fronte alla terrificante sequenza di lettere "Catelyn" (ma ho un'amnesia, qualcosa è ceduto con uno strappo nel mio cervello - l'ultima impalcatura arrugginita? -: è questo il nome della madre degli Stark? No me recuerdo...). Va da sé che l'espediente è stato utilizzato meglio e senza intento da feuilleton (che mi ha indotto ad abbandonare l'opera martiniana all'inizio del terzo tomo originale).

Con "Strange & Norell" non ho saltato una pagina, fino alla 200. Poi l'ho risposto sugli scaffali per sopravvenuto tedio. Brava, ma basta.

Considero con attenzione le tue poche parole, Maico. A mio avviso il vero male del fantasy contemporaneo sono gli autori pagati a parola. Se ci s'imbatte in un testo condensato, la tentazione di saltare pagine è ridotta al minimo o inesistente, perché nulla è annacquato. Ma di rado si trovano autori stranieri in grado di sintetizzare (ultimamente ho scoperto il solo Steven Erikson, ligio a questo sacro dettame del novellare; e, da quanto ho letto sinora - poche pagine -, lo precede Glen Cook).
I più strombazzati sono i più imbarazzanti, da questo punto di vista. Robert Jordan, George Martin, China Mieville. Prolissi al limite della disonestà intellettuale.

16 maggio 2007 13.38  
Blogger Maico ha detto...

Ebbene sì, proprio io! Colui che ancora non ha fatto ciò che si ripromette da quel dì, cioè di leggere la tua trilogia e di recensire spietatamente il tutto. :)
Sempre alto, un po' meno taciturno a dirla tutta.
E ringrazio tantissimo per i commenti sui racconti. Se poi hai tempo capace che ti martorio con un altro paio di lavoretti brevi brevi.

Catelyn. Vero. Per quanto io abbia adorato Martin (adorazione duramente messa alla prova dall'ultimo libro uscito qui in Italia) non sono un sostenitore del suo ritmo narrativo.

Strange & Norrell invece mi hanno fatto impazzire. A 140 pagine dalla fine devo dire che, probabilmente complice un fascino che l'ottocento europeo ha su di me, mi sto gustando quasi ogni singola pagina.

Non fantasy, ma a un passo di lato, il teutonico SCHÄTZING e il suo Quinto Giorno si perde pure lui in uno sbrodolamento che, citandoti, è proprio 'al limite della disonestà intellettuale'. Per quanto il libro non sia per niente male, anzi, quando si saltano pagine è una vittoria 'editoriale' rispetto a quella da 'lettore'.

In più si scatena la distorsione mentale, in chi scrive, che 'corto è brutto'. E ci si affanna per allungare e allungare quando poi non sono sicuro sia così positivo.

16 maggio 2007 15.32  
Blogger Parao ha detto...

Corto è brutto... scherzi!?
I migliori scrittori del mondo sono maestri di sintesi (e parlo di letteratura in generale). Il fatto che a volte i loro romanzi siano comunque tomi d'un certo spessore non significa che loro si dilunghino allungando il brodo.

I miei esempi, non smetterò mai di dirlo, sono Luìs Sepùlveda e Ursula Le Guin. Due autori che, nei rispettivi campi, producono romanzi piuttosto brevi. Ma che spessore intellettuale!

Circa i raccontini, se vuoi mandarmi qualcosa di recente, fa' pure: sarà apprezzato e mi darà una vaga idea della tua evoluzione stilistica. :) Tuttavia sappi che sono oberato da letture d'ogni tipo, alcune con scadenze precise che intendo rispettare.

16 maggio 2007 16.03  
Blogger Maico ha detto...

Allungare il brodo.
King è diventato un maestro in dado Star. Anche se nel suo caso a volte si parla di 'allungamenti' fuori dal comune.

Allora mi organizzo e ti mando qualcosa.
Senza impegno da parte tua ovvio! Come e quando hai tempo. ;)

16 maggio 2007 19.20  
Anonymous Anonimo ha detto...

Tema interessante, ragazzi, quello della prolissità.
Un vezzo (o difetto) che io spesso riconosco a brani della mia scrittura, ma non perché venga pagato a parola (un esordiente, figuratevi!) quanto piuttosto per il timore di dire poco e lasciare “insoddisfatto” il lettore.
Sto provando a limare questo vezzo (difetto) perché – concordo – spesso può appesantire la narrazione. Per paradosso, tuttavia, un lettore che ha ultimato il mio libro e con cui ho avuto il piacere di discutere, riteneva (bontà sua) che fosse una mia fissa e che nel romanzo lui non aveva avvertito tale problema.
Va da sé, Andrea, che quando avrai letto il romanzo, mi aspetto una tua opinione in merito.

Michele Mikimago.

17 maggio 2007 15.05  
Anonymous Anonimo ha detto...

Come ricordava sempre Filippo Scozzari sulla vecchia IASFM targata Phoenix: "Bisogna tener presente che gli scrittori americani vengono pagati a parola".

Il che è, secondo me, spiegazione sufficiente di una certa (odiosa) prolissità...

blackhat

17 maggio 2007 15.35  
Blogger Parao ha detto...

Credo che sua necessario distinguere tra narrazione esaustiva e narrazione prolissa. E' chiaro che nei casi di mezzo sarà la sensibilità soggettiva a propendere per un giudizio o per l'altro. Ma resto dell'idea che un testo sia sempre "asciugabile", anche nei casi più illuminati.

A me, invece, che tanto sono stato attento a condensare quanto volevo dire nel mio ultimo romanzo, è stato detto che mi sono dilungato troppo in alcuni passaggi di descrizione psicologica, verso la fine. Sinceramente, ritengo la critica valida soltanto soggettivamente, perché per me erano condensati (avrei potuto scrivere molto di più, aggiungendo sostanza e non soltanto parole). La mia stessa editor, donna incline al taglio, mi disse che a suo avviso la parte finale poteva essere più lunga, per argomentare meglio. Quindi, come vedi, non sempre è facile giungere a un giudizio tutto sommato equanime. Anzi, l'esperienza m'insegna che viene detto sempre tutto e il contrario di tutto, Michele. Sta a noi autori fare una sintesi (un'altra!) dei pareri ricevuti e scovarne le parti comuni e, quindi, più valide.

Balckhat, a parte il fatto che è stato detto anche in questa stessa discussione che gli stranieri vengono pagati a parola, ti chiedo: questo dovrebbe giustificare la prolissità? Amor per la letteratura vorrebbe che un autore tentasse di produrre qualità, senza alcun occhio al denaro. Che ne pensi?

17 maggio 2007 16.06  
Anonymous Federico Russo "Taotor" ha detto...

Se mi è concesso, vorrei giusto dire la mia. Le dimensioni non contano (allusioni a parte). Personalmente, non scrivo pensando già al numero di pagine. Scrivo pensando: sarà un romanzo o un racconto lungo? E anche questo è difficile da stabilire, se non una volta che hai cominciato a scrivere per davvero.
E uno scrittore, a mio parere, ha il sacrosanto diritto di dire: "Scrivo tanto quanto mi sembra giusto", senza tener conto dei "dovrebbe essere..." Lo scrittore e nessun altro, una volta scritta la storia, può decidere se tagliare o annacquare. O almeno, così la penso. In fondo, sta ai lettori apprezzare o no l'opera, accettandola comunque così com'è.
Ma sono curioso di leggere altri pareri. :)

17 maggio 2007 17.09  
Blogger Parao ha detto...

Federico, in linea di massima concordo con te su tutta la prima parte (vi sono sfumature personali che ci differenziano su questa cosa, ma non conta ora - del tipo che io so subito quando un'idea è un romanzo e quando non potrà mai esserlo, prima di cominciare a scrivere anche solo la scaletta). Ma quando arrivi al punto in cui dici che sta allo scrittore decidere se tagliare o annacquare... ma no! Lo scrittore non deve mai annacquare, perché annacquare significa prendere per i fondelli il lettore.
Forse dobbiamo intenderci meglio sul termine "annacquare", che, come dicevo in un messaggio precedente, non significa voler essere esaustivi e magari doviziosi. Annacquare significa allungare qualcosa che non necessita di essere allungato (ad esempio per essere pagato di più ;).

18 maggio 2007 8.11  
Anonymous Federico Russo "Taotor" ha detto...

Per annacquare intendo "fare ciò che fa Martin", ma con parsimonia. Se c'è un evento successivo a un altro, che il lettore desidera ardentemente che accada, Martin lo rinvia, un po' perché così è giusto che sia, perché che gli eventi vadano per la loro (ipotetica ma vera) strada, per forza di cose insomma, e un po' (molto) perché lo pagano di più. Ma io intendevo il senso buono, non l'altro. :P

18 maggio 2007 14.26  
Anonymous Anonimo ha detto...

[cit]Balckhat, a parte il fatto che è stato detto anche in questa stessa discussione che gli stranieri vengono pagati a parola, ti chiedo: questo dovrebbe giustificare la prolissità? Amor per la letteratura vorrebbe che un autore tentasse di produrre qualità, senza alcun occhio al denaro. Che ne pensi?
[/cit]

Rispondo senza rileggere causa lavoro incombente (pur essendo sabato): in primis scuse perchè mi ero perso il pezzo in cui si parlava delle modalità estere di pagamento, sennò non reiteravo.
In secondo luogo, ti rispondo che da lettore non mi piacciono gli autori prolissi (dove per prolisso intendo aderente alla scuola: "se posso scriverlo in un paragrafo, perchè non in capitolo? E se posso scriverlo in un capitolo, perchè non ci faccio un libro intero?").
Se, però, fossi uno scrittore professionista (leggasi: "ci devo magna'") e mi rendo conto che la gente più che libri vuole delle soap opera su carta (vedasi le statistiche di vendita di Martin e Jordan), immagino che avrei difficoltà a non accontentarli... del resto le buone idee sono così rare che se non la metto in questo libro, la metto nel prossimo e mi ci pago l'ipoteca sulla casa/la barca/la ferrari.
E poi lo fanno tutti...
E poi l'arte è bella ma come dicevano già i latini o chi per loro "l'arte non da pane". Etc etc.

Poi torno a dire che da lettore non mi piacciono e ho preso a lasciare simili titoli direttamente sullo scaffale, il che è spiacevole perchè rappresentano l'80% della produzione di genere attuale e io non so mai che [censura] leggere. A tal proposito, aspetto con ansia di vedere il giorno dopo o come si chiamerà il tuo prossimo libro.

Scusate il muro di parole.
blackhat

19 maggio 2007 10.58  
Blogger Parao ha detto...

Blackhat, per carità, non c'era bisogno di scuse! ^_^ Era soltanto per renderti edotto che si era già affrontato il tema anche da quel punto di vista e si era giunti lo stesso a quelle conclusioni.

A ogni modo, Balckhat, qui bisogna distinguere che sentiero sto calcando nelle mie considerazioni.
Non considero scrittori coloro i quali pensano al pane, sottomettendovi l'arte. Il mio termine per parlarne di costoro è "scribacchini". Le mie considerazioni parlano di scrittura che vuole essere letteratura e di scrittori, non di romanzetti d'intrattenimento e di scribacchini.
Precisato questo, credo che nulla possa eguagliare le sensazioni che dona l'ultimazione di un romanzo, che si osserva e si scopre sintetico d'una sintesi sofferta, ma lucida, non annacquato... d'aver fatto, insomma, un lavoro di valore (per il valore che si possiede, s'intenda, non in senso assoluto), d'aver ideato e creato un'opera intellettualmente onesta.

Il problema del "pane" è il motivo per cui l'80% (io direi almeno il 90%) dei romanzi di genere attuali stimolino gli intestini a produrre escrementi sodi di forma cilindrica. Giustificarlo, quindi, significa darsi la zappa sui piedi (da lettore).
Non è giustificato.
O, meglio, lo è. Ma non mi si parli di scrittori. Non è che siccome uno campa scrivendo allora è uno scrittore. Ma, ribadendo il ribadire, divento ripetitivo. Quindi chiudo. Il concetto è chiaro, immagino...

21 maggio 2007 9.00  

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