30 maggio 2007

Capacità critica ed esterofilia

Questa mattina mi trovo a riflettere, di nuovo, sulla capacità critica dei lettori italiani - che è quella che conosco meglio, anche per esperienza diretta. La considero pesantemente corrotta da un'esterofilia fuorviante, malsana, sterile e sterilizzante.

Com'è possibile che autori come George Martin vengano ossannati ancora oggi, dopo lampanti e ripetuti esempi di "sbrodolamento" narrativo? Che l'autore statunitense snobbasse e svilisse il fantasy in passato, in modo esplicito, per poi cambiare rotta e dedicarvisi con profitto (economico), è sintomo evidente del fatto che il successo sia qualcosa di avulso dal contesto della letteratura.

Forse sbaglio, forse no, ma a me sembra che la capacità critica dei lettori italiani di genere sia acerba. O, forse, io sono tra i pochi che vorrebbero che il Fantasy occupasse un posto nella letteratura (questa sì una nicchia!), cosa che io credo si meriti già, grazie ad alcuni autori, come Tolkien e Le Guin. E, di conseguenza, valuto le opere per ciò che di letterario hanno, sempre col mio metro di giudizio, ma con l'attenzione viva di chi ricerca la qualità, lo spessore, e non il mero intrattenimento (che capisco intrattenga, ma a me fa l'effetto opposto, alla lunga, se effimero).
George Martin non è letteratura. È presa per i fondelli. Ben riuscita, a giudicare dalle vendite (e dal "R. R." nel mezzo del nome - che olezzò di merda fin dalla sua comparsa sugli scaffali italiani).
Perdonate la franchezza, e magari l'apparente animosità di questa considerazione - inesistente -, ma se è vero che gli autori italiani si meritano critiche oneste, che non li blandiscano, è altrettanto vero che non sono affetto da esterofilia e scorgo difetti macroscopici, non debitamente tenuti in considerazione, nelle opere di autori stranieri osannati.

2.000 pagine di Martin, scritte dopo l'anno 2000, non mi hanno dato ciò che mi ha dato Glen Cook, con The Black Company, romanzo d'esordio di 300 pagine, pubblicato nell'anno 1984. Finora ero deciso a riprendere la saga di Martin, una volta che l'autore statunitense l'avesse ultimata. In seguito alla lettura di Glen Cook, invece, ho deciso che Martin, con me, ha chiuso.

Tutto questo non per dare contro a Martin, che è soltanto l'esempio di questa mattina, bensì per instillare un dubbio nelle vostre menti: dove andrà la Fantasy italiana, se i suoi autori, che sono prima lettori, non si affrancheranno da un'esterofilia tutta italiana, nella sua eccessiva miopia, e non cominceranno a vedere nelle opere di alcuni dei maggiori autori mondiali qualcosa di dannoso al genere stesso?

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29 Commenti:

Anonymous Federico Russo "Taotor" ha detto...

Caro Andrea, purtroppo molti lettori di fantasy sono molto giovani, giovani, o giovani senza tanti pensieri. Il 90% di questi, poi, è influenzato da anime, film, ogni cosa che uccide la fantasia, insomma, e che crea banalissimi luoghi comuni.
Non è il giudizio dei lettori, a mio parere, deviato, ma i lettori stessi. Ovviamente mi riferisco al gruppo di lettori sopra citati, e dicendo questo non intendo offendere amanti di Martin e compagnia bella. Anche io li apprezzo, sebbene in maniera diversa.
Perdona il messaggio frettoloso. Ciao!

Federico

30 maggio 2007 11.39  
Blogger Maico ha detto...

In valore assoluto, il tuo ragionamento non fa nemmeno una grinza.
Ci sono autori americani che hanno veramente stufano.
Penso a Salvatore che ha perso lo smalto al sesto libro su Drizzt e compagnia ma che continua a vendere.
Per Martin, così penso, va fatto un discorso un po' a parte.
Nell'ultimo suo romanzo (o meglio, nella parte arrivata in Italia) di sicuro è cascato con tutte le scarpe nella commerciale e prolissa trappola delle 'pagine fini a se stesse'.
Ma prima, per come la vedo io, era un autore Fantasy maturo.
Da come scriveva dava sempre l'impressione di sapere ciò che stava facendo, capacità che sembra aver smarrito. E c'erano molte e molte pagine, ma tutte avevano uno scopo.
E questo io lo percepivo. Dei suoi sette libri precedenti ricordo nomi che non pensavo possibile trattenere tra le pieghe spugnose della mia mente più di un minuto. Di quest'ultimo romanzo, il Dominio della Ragina, fatico a ricordare la trama tanto è ingarbugliata e 'tossica'. E i nomi non sono che pallidi accrocchi di vocali e consonanti.
Di certo la mania di saghe 'infinite', che Martin e Jordan incarnano, non può fare troppo bene a un genere letterario che non per forza deve essere costruito su migliaia e migliaia di pagine.

Io credo che in Italia abbiamo la capacità di dire la nostra sul fantasy (e tu, insieme ad altri, ne sei dimostrazione) anche se può essere molto difficile prescindere da diversi decenni di influenze esterofile. Io parlo da lettore/divoratore di fantasy e ammetto che molti stereotipi mi si sono radicati nella mente tanto che l'idea di scrivere un libro fantasy mi dirotta immediatamente verso alcuni punti fermi e luoghi comuni di genere.
Giudizio critico fuor di dubbio.
Ecco. Mi sono perso. :)

31 maggio 2007 14.45  
Blogger Dalmatius ha detto...

"Acerba" Andrea? Magari fosse "acerba" potrebbe maturare.
I "lettori" di questo paese hanno ciò che si meritano, del resto basta conoscere gli "editori" ( con le e minuscula mi raccomando ) per capire a che livello siamo scesi in breve tempo.
E ringraziamo anche alcuni "operatori di settore" ( o presunti tali ).
Ci sono ottimi scrittori stranieri e ottimi italiani ( per lo più poco conosciuti e non pubblicati se non in circoli veramente ristretti ) non è questione di essere esterofili o nazionalisti, ci sono buoni autori stranieri che non vengono pubblicati da noi ( per molte ragioni non tutte valide ) e ci sono buoni autori italiani che nessuno pubblica ( per altre ragioni non proprio esemplari e cristalline ). Invece si preferisce semplicemente pubblicare il "basso e facile" a un tanto al Kilo, che poi siano Martin e Jordan o la Troisi non ha importanza.
Costa poco. impegna scarsamente il cervello e rende molto.
Gli anni 70 e 80 in questo paese sono finiti da un pezzo.

1 giugno 2007 8.20  
Blogger Parao ha detto...

Comincio dalla fine.
Sono troppo buono, secondo te, Dalmazio? Una parallela discussione nel forum di Fantasy Magazine ha visto un'immediata levata di scudi, alla mia posizione (che naturalmente è personale e che, naturalmente, io ritengo una visione lucida).
Eppure è sotto gli occhi di tutti il modo in cui anche Martin si sia rovinato con le sue stesse mani. Magari si risolleverà, ma questo non vedere come i suoi testi siano annacquati, o intelletualmente disonesti o, forse peggio, pregni d'incapacità autocritica (una saga è cosa complessa da portare avanti, senza scendere sotto un certo livello minimo qualitativo), anche da parte di lettori che ritengo desti e lucidi, be'... la dice lunga.

E non è, Maico, che la cosa derivi soltanto dall'assorbimento di stereotipi su stereotipi. Personalmente, vengo esattamente da quegli stereotipi. Ma averli rielaborati a modo mio, amandoli in parte (perché sono diventati tali grazie a una loro forza originaria, che non ho mai svilito, né considerato morta), non m'ha impedito di crescere come lettore in una certa direzione. Forse, proprio per averli rielaborati e per aver scoperto, nel farlo, quanta fatica costi instillarvi originalità, visione personale, rielaborazione positiva. Insomma, non mi faccio abbagliare da un "R.R." nel nome, né dai molti entusiasti, né dalle trovate a effetto, che, lette una volta, non le leggi più.
Lo spessore di un'opera si valuta dalla sua rilettura. George Martin non si può rileggere, se non con tedio infinito (tedio infinito che mi ha colto, ma questo è assolutamente soggettivo, già durante la prima lettura, che infatti s'è bloccata al quinto volume italiano). La perdita quasi totale di valore durante la rilettura dell'opera è, a mio avviso, un campanello d'allarme oggettivo. Ma ci sarà sicuramente chi lo rilegge e lo ama. Quindi?

Quindi Federico mi dice che molti lettori sono giovanissimi (giovanissimo lui stesso). Federico, il problema è che autori come Martin vengono esaltati proprio da lettori di vecchia data, che dovrebbero essere smaliziati. Possibile le capacità tecniche di un autore facciano dimenticare il fine di un'opera d'arte che sia degna di questo nome, cioè il suo senso? Possibile ed è, a mio avviso, ciò che sta accadendo.
Martin si eleva sopra la massa, perché la massa è tristemente scarsa. Non è, cioè, la sua opera eccelsa.
E questo, è vero, Dalmazio, è molto, molto triste. Ma magari un giorno mettiamo su, noi baldi illuminati (sono ironico, "illuminato" sta per coloro che hanno un'altra visione della situazione - non necessariamente corretta, pur loro credendovi), qualcosa di produttivo, unendo arte illustrativa, capacità narrative e critiche... e cominciamo a sfornare ciò che nessuno vuol più sfornare, "perché il mercato sarebbe fallimentare".
E magari gli tiriamo un colpo gobbo, ah? ;)

1 giugno 2007 10.11  
Anonymous MarcoLongobardo ha detto...

Sono totalmente d'accordo con Andrea, specialmente quando parla di onestà intellettuale e piacere della rilettura: ho interotto la lettura di Martin a 'Tempesta di spade' perchè ho avuto l'impressione che l'autore - pur con una sua certa bravura - mi stesse prendendo in giro allungando in maniera spesso ridicola la narrazione. Vale lo stesso per le opere della Troisi (Jordan non l'ho letto e quindi non posso esprimermi). Altri invece sono stati gli autori che mi hanno fatto riflettere con i loro romanzi, e questo perchè mi hanno spinto oltre la semplice creazione di un mondo fantastico. E' per questo che ora rileggo con piacere Stoud, Tolkien, McMaster Bujold e La Rocca dei Silenzi: perchè ad ogni rilettura trovo qualcosa di nuovo, non il tentativo di farmi spendere solo più soldi.


marco

2 giugno 2007 18.27  
Anonymous Federico Russo "Taotor" ha detto...

Si è citato Jordan, l'avevo dimenticato. Io di Jordan ho letto solo il primo libro, sia perché era stato pensato come autoconclusivo e quindi poteva essere letto come tale, sia perché non volevo comprare subito una dozzina di libri per poi accorgermi di aver buttato i soldi al vento.
L'occhio del mondo: l'ho letto senza eccessivo entusiasmo, mi ha colpito positivamente per l'atmosfera "da villaggio" che si avvertiva, a volte, dalla narrazione. L'ultima parte, in cui si scopre qualcosa di più del Custode (di cui, ops!, non ricordo il nome...) mi ha entusiasmato un po'. Ho letto però le ultime venti pagine con molta difficoltà, dopo un'attesa "di riposo" di una settimana, e in quella settimana ho riletto Il mago della Le Guin. Pensate un po'!

3 giugno 2007 9.56  
Blogger Parao ha detto...

Be', io Jordan dovrei perlomeno provarlo. Ho i suoi primi tre volumi in inglese, acquistati molto tempo fa, sull'onda dell'entusiasmo collettivo (vedete come funzionano le vendite?). Ma sono fermi lì, perché la prolissità mi spaventa, da sempre. E non è il numero di pagine, perché sto leggendo Steven Erikson in inglese, che è molto più difficoltoso linguisticamente, che produce romanzi voluminosi quanto quelli de "La Ruota del Tempo", ma che mi garantisce una grande densità nel racconto (la mia stima se l'è guadagnata sul campo).

Grazie, Marco, per aver incluso il mio ultimo romanzo tra quelli che nella rilettura danno ancora qualcosa (e mi chiedo se hai mai letto la mia trilogia - scritta peggio, ma molto più ricca, per certi versi). Mi rendo conto che, purtroppo, chi si approccia così alla lettura è in minoranza, rispetto a chi nella lettura cerca e trova altro, d'istinto. Forse siamo più pensosi, forse più pedanti. A me sembra che si parli semplicemente di sensibilità diverse (non, cioè, di sensibilità di maggior o minor valore).

Una cosa è certa, quando io scrivo, scrivo con anima, cuore, polmoni, carne e sangue... Cioè, scrivo per dire qualcosa che mi pare importante e, sempre, in modo istintivo, a più livelli (quale sia la qualità di questi livelli, poi, non sta a me giudicarlo). Credo che la maggior parte degli autori scriva a più livelli, in modo profondo, ma che questo emerga dal testo, be'... è molto più raro. Dipende, forse, dalle priorità che l'autore dà ai vari livelli.
Per me, da sempre, la cosa più importante è il senso del romanzo. Qualcosa che contiene tutto il resto.
In autori come Martin, invece, vedo che il senso è sottomesso alla trama, ad esempio (il che non sarebbe un male eccessivo), ma anche al soldo o al diletto personale (il che è assolutamente inaccettabile!). Se non è soldo, è incapacità di gestione, come ho scritto altrove. Se non è incapacità di gestione, è diletto personale... E quando Jordan descrive nei minimi dettagli gli abiti dei suoi personaggi, per l'ennesima volta, tediando il lettore, allora è intellettualmente disonesto (e il cerchio si chiude), perché non tiene abbastanza in considerazione l'importanza della storia e il suo senso (si fa torto da solo e per primo; non mi si fraintenda, quindi, perché non si scrive per il lettore, se non in un secondo momento). L'autore statunitense si perde, cioè, negli aspetti che lo dilettano. Questo, secondo me, è smarrire la strada della scrittura, che è sintesi.

4 giugno 2007 8.42  
Anonymous Dario ha detto...

Sull'esterofilia hai in parte ragione, ma non del tutto... ti dimentichi il grande successo che ha riscosso la Troisi tra i giovani, nonostante a me personalmente non attiri né il suo né il tuo tipo di fantasy.

Martin è uno scrittore eccellente, d'altro canto. Forse insultarlo ti risulta facile perché non lo conosci di persona... è molto simile a te come carattere, da quanto ho capito pure lui si è montato la testa. :D

Io ti trovo noioso, pesante, puntiglioso, troppo ricercato, pieno di velleità letterarie e perfino banale, quindi un bell'esame di coscienza sul tuo stile prima di criticare l'esterofilia degli italiani ci sta. ^__^

5 giugno 2007 20.31  
Blogger Parao ha detto...

Che Licia Troisi venda tantissimo, non significa che d'improvviso i lettori italiani si siano affrancati dall'esterofilia. Prima correlazione sbagliata che fai.

Martin scrive bene, ma la sua saga non mi convince. Tu sei il classico lettore italiano, che porta qualsiasi critica negativa su un piano di scontro, anziché su un piano costruttivo.
Con me non avrai buon gioco, ti avviso.
Non ho insultato Martin, ho criticato il suo approccio alla saga. Ai miei occhi è così. Tu puoi dire la tua, ma non puoi dire a me la mia. Ergo, rispetta la mia.

E come quella classica parte di lettori arroganti, che vengono sempre a rovinare i dialoghi civili, mescoli cose che non c'entrano l'una con l'altra, quando critichi.
Il fatto che tu ritenga tale il mio stile - libero di pensarlo tale, per carità! -, cosa c'entra con l'esterofilia degli italiani? Seconda correlazione sbagliata su due del tuo intervento.

Ti avviso fin d'ora. Siccome sento puzza di bruciato lontano un miglio, pretendo che il tuo prossimo intervento metta in chiaro nome e cognome. E' chiaro il tuo intento di provocarmi.
Ma non ti è chiaro che io non sono più, da molto tempo, così banalmente provocabile.

Leggi l'intervento che ha scritto Francesco, in commento alla mia recensione. C'è qualcosa che ti sfugge, Dario, riguardo a cosa sia un "dialogo civile e corretto". Francesco, l'autore del romanzo, si è posto in un modo molto più pacato di te, nonostante le critiche negative fossero proprio dirette al suo romanzo. Tu, invece, cerchi lo scontro.
Non l'avrai.

6 giugno 2007 9.22  
Blogger Parao ha detto...

Mi viene in mente un'ulteriore considerazione, Dario.
Tu confondi l'ipocrisia con l'umiltà.
Avere opinioni, spesso forti, non significa "montarsi la testa". Significa dire ciò che si pensa e crede, senza peli sulla lingua. Io l'ho sempre fatto e, guarda caso, ho assistito più e più volte a discussioni molto più intransigenti da parte di certi "personaggi", che però in pubblico sembravano e continuano a sembrare docili agnellini, che ammiccano a destra e a manca.

Darmi del "montato" è particolarmente sterile, nel mio caso. E, che strana la vita!, arriva qualcuno a dirmelo alla prima critica a un autore osannato e straniero.
Da me si è avuto, si ha e si avrà sempre e soltanto quello che penso. Non piace il mio pensiero? Niente di più facile: mi si evita.

Oltre tutto, Dario, dare del montato a me, che ho messo in pubblica piazza i pessimi risultati commerciali del mio ultimo romanzo (chi altri l'ha fatto?), sinceramente, lo trovo risibile.

A ogni modo, la mia coerenza è provata dai miei scritti (non parlo dei romanzi); cioè, la provano i fatti. Libero, ancora una volta, di non concordare. Ma scanso la tua critica, considerandola scentrata e affatto soggettiva.

6 giugno 2007 12.19  
Anonymous mi_taglio ha detto...

Se posso permettermi, anch’io avrei fatto le stesse considerazioni di “Dario”.
A mio modesto avviso, anzi IMHO, il post sull’esterofilia non ha niente di oggettivo, è solo uno sfogo da rosicone. Tu non vendi, è colpa degli italiani esterofili e di Martin che è Cattivo! Poi non è vero? Buon per te, ma ti assicuro che è questa l’impressione che viene trasmessa a un lettore indifferente / neutrale.
Infine l’esempio della Troisi mi pare più che calzante: dimostra che anche se questa presunta esterofilia esiste davvero, è ben lungi dall’essere un fattore decisivo. Pur con gli italiani esterofili si può ugualmente scrivere e vendere senza problemi. Anzi l’esempio della Troisi mi fa sorgere la considerazione opposta: appena un Italiano ha scritto qualcosa di un minimo decente, ha avuto il giusto successo.

OT: ho visitato un po’ il tuo sito, il link al primo capitolo de La Rocca dei Silenzi mi da errore 404 (http://www.negrore.com/tomi/tomo_2/index.htm dove dice “Leggete il primo capitolo.”)

6 giugno 2007 13.40  
Blogger Parao ha detto...

Ragazzi, io rispondo, perché così sono stato educato, ma voi abbiate la cortesia di mettere nome e cognome quando venite a sparare a zero su di me, in casa mia. Altrimenti vi casso (e vi rimando al mio post sull'anonimato).

In ogni caso, mi_taglio (?!), ma non ti rendi conto che quanto scrivi è ridicolo? Il tuo intervento è talmente scentrato nel suo bersagliarmi, che per un attimo m'è venuto il dubbio d'aver scritto qualche castroneria e mi sono riletto l'intero post sulla capacità critica, che stiamo commentando.
Ma cosa c'entrano le mie vendite con la capacità critica e l'esterofilia? E, in aggiunta, ho mai detto che le mie opere sono letteratura (capisco il sottinteso)? Guarda che io ho citato Tolkien e Le Guin, come esempi di letteratura fantasy, non D'Angelo. E, sinceramente, Martin è ad anni luce di distanza da due succitati.
Rispetto a me? Martin mi è superiore, è sotto gli occhi di tutti. E allora? Non posso criticarlo? Siccome mi è superiore, è perfetto? No, non posso criticarlo, perché altrimenti divento "rosicone". mi_taglio, sei l'esempio della capacità critica degli italiani, che ho definito acerba. Ti qualifichi da solo con questo intervento.

Non siete capaci di costruire un dialogo costruttivo senza insultare e contrapporre per far scontrare. Vi rendete conto di quanto siate sterili in queste vostre esternazioni? Non portano da nessuna parte.

Immagino che tu sia un lettore indifferente/neutrale appassionato di Martin.
Che tu lo sia o meno, cosa mi dici del passato in cui Martin sputava sulla Fantasy, svilendola? Io non ho mai svilito la Fantascienza; se lo facessi, non mi sogneremi mai di scriverla, in futuro.

Rispondi a un paio di "come mai", ora.
Come mai, se sono così rosicone, ho definito più e più volte Martin il miglior scrittore di fantasy contemporaneo tecnicamente?
E come mai Steven Erikson è ossanato, vende tantissimo e io non faccio che esaltarlo?

Capisci quanto debole sia la tua tesi? No? Il problema è tuo.

P.S.: il prologo del La Rocca dei Silenzi è raggiungibile dal link nella colonna di sinistra (l'altro link lo metterò a posto, grazie della segnalazione).

6 giugno 2007 14.13  
Anonymous Anonimo ha detto...

Ecco, i commenti di dario e di mi_taglio mi erano proprio sfuggiti.
Che dire: io davvero non so spiegarmi il perché qualcuno - illi id genus manci - continui a volere e soprattutto potere leggere libri. Perché?

Feanor

9 giugno 2007 12.55  
Blogger Parao ha detto...

Perché? Perché la capacità critica non è necessaria per leggere un romanzo. Bastano i soldi e la vista.
Come bastano un televisore e la stessa vista per diventare commissari tecnici della Nazionale di calcio.

Per mia esperienza, di dieci critiche negative nei miei confronti, se ne salva una, quando va bene. E quell'una, poiché sufficientemente argomentata, mi fa sempre riflettere.

Cosa dovrei evincere da quanto scrivono? Dal primo, che siccome il romanzo è per ragazzi, allora può permettersi difetti e bisogna tacerli. Il secondo, che siccome vendo pochissimo, non posso criticare chi vende molto.
Stando a questa logica assurda, allora sarebbe il caso che il primo non leggesse il romanzo, perché non è un ragazzo, e il secondo non parli di come si scrive un romanzo, perché non ha pubblicato nulla.
Ovviamente non è quello che penso. Hanno il diritto di dire la loro, Feanor, e difendo questo loro diritto. E' una questione di coerenza (che io tento di applicare al mio pensiero).

Ma la coerenza, come dimostrano entrambi, è cosa difficile cui ambire.

11 giugno 2007 9.16  
Anonymous Anonimo ha detto...

Capisco il tuo punto di vista Andrea, e la tua intenzione, tutta illuministica, di garantire il diritto alla libertà di parola. Il punto è che io reputo la massima di Voltaire: "Io combatto la tua idea, che é diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita perché tu, la tua idea, possa esprimerla liberamente." uno degli insegnamenti più biechi, gretti, esiziali - "calamitosi" direbbe Leopardi - che un uomo abbia mai avuto la sciagura di pronunciare, e l'umanità di accogliere, ereditare e tramandare.
A questa, io contrappongo e mi destro metodicamente al remoto eppur sempiterno aforisma del vate Eraclito, "Uno è il solo, se in lui solo è la sola verità", che ha scandito la più siderale filosofia della storia, prima che la storia della filosofia - da Hegel a Nietzsche a Severino - al contrario - appunto - della sentenza di Voltaire, matrona di epigoni addirittura più stolidi che affettati.
E' per questo, che mi domandavo il perché fosse ancora possibile che qualcuno - dario e mi_taglio avranno capito? - volesse e soprattutto potesse leggere libri, e conseguentemente dovesse beneficiare di un libertà di parola, mai così ria.

Feanor

11 giugno 2007 13.21  
Anonymous mi_taglio ha detto...

Complimenti all’onestà intellettuale di “Feanor”, è raro di questi tempi trovare qualcuno così candidamente disposto ad ammettere che la libertà di parola non dovrebbe essere un diritto. Sarebbe interessante sapere anche in base a quali criteri tale presunto ex “diritto” dovrebbe essere elargito. Forse saper fare lo spelling di “Nietzsche”?
Io so scrivere:
Shakespeare
Schwarzenegger
e persino Schrödinger (questo è difficile!)
Cosa ne pensi “Feanor”, mi sono conquistato il diritto a potermi esprimere e a poter leggere un Libro? O corro il rischio di insudiciare le sacre vesti della Cultura (per carità, solo le vesti, Lei in persona non la sfioro nemmeno)?
E dato che mi sei simpatico, ti voglio svelare un segreto (mi raccomando, non dirlo a nessuno!): lo scopo della scrittura è comunicare le proprie idee al prossimo, non dare continua dimostrazione che si possono ingoiare tutte le dispense di Impariamo la Filosofia con Paperino, e rimanere vivi. Nondimeno, anche quella è un’impresa!

Per il signor D’Angelo. Tanto per cominciare, “rosicone” non è un attacco, non è un assalto, non è un insulto e non è un plotone di esecuzione. È un commento ironico, persino non privo di un certo fondo di simpatia. Inoltre che il tuo post sull’esterofilia fosse da rosicone è una mia impressione, in quanto lettore neutrale (non ho mai letto niente di tuo e di Martin avrò letto in totale non più di 200 pagine, con la quasi certezza che fossero 200 di troppo).
Poi, quando scrivi che un altro scrittore ha un nome che puzza di merda, a me, continua ad apparire come lampante sintomo di “rosicamento”. Sarà forse colpa dei troppi libri letti senza averne il permesso.

P.S.: Sono stato impreciso. Ho letto qualcosa di tuo, il prologo de La Rocca dei Silenzi. Coraggiosa e originale l’idea di cominciare un romanzo fantasy con un elfo che fa dell’ironia sull’altezza di un nano. Complimenti anche a te.

14 giugno 2007 17.11  
Blogger Parao ha detto...

Non hai risposto alle domande del Sig. Rosicone (sempre con ironia e simpatia, certo!).
In ogni caso, io ho difeso il tuo diritto alla parola. Il tuo secondo intervento non è malaccio; ma ti ho avvisato, ho una certa allergia all'anonimato.
Hai paura di essere perseguitato, che non metti nome e cognome?
Il prossimo intervento, se anonimo, per quanto civile, forse lo taglierò. E mi dispiacerebbe, perché questo scambio di vedute mi piace (anche se non mi piace il tuo tipo di ironia, facile da confondere con altro).
Scusami, ma in questo blog c'è il mio nome e cognome (e la mia brutta faccia). Pretendo altrettanto da chi viene a elargirmi le sue impressioni, spandendo ironia di classe.

Tutto quello che puoi dire sul mio prologo, devi inquadrarlo, rapportandolo con una certa lestezza mentale alle sue ultime righe. Cioè, mi_taglio, quello che tu definisci coraggioso (immagino quest'aggettivo sia un altro prodotto della tua alta ironia) viene trattato in un certo modo alla fine del prologo. Che sia un messaggio?
Capirlo non è questione di cultura, né sarebbe prova di grande acume, bensì di banale lucidità mentale.
Mettiamola così: il mio prologo, oltreché un chiaro messaggio, è un filtro. Dovrebbe, in modo infallibile, bloccare sul nascere i lettori superficiali, evitandomi "spiacevoli sorprese" circa il resto della vicenda.

14 giugno 2007 20.15  
Anonymous Anonimo ha detto...

Mi-taglio, certo che no. Certo che non ti sei meritato il diritto di leggere un libro - e non soltanto un Libro, che ovviamente tu non puoi minimamente conoscere né riconoscere; proprio nessun libro invero è nel tuo diritto. Secondo me, naturalmente. E la mia non è certo eristica retorica. Io sono davvero convinto, strenuamente convinto, che a te e ai tuoi simili non dovrebbe essere concesso nemmeno di frequentare le scuole, rovinandole a coloro i quali, senza di voi, potrebbero sì propiziamente usufruirne. Vi si identifica subito, non temere. Non c'è possibilità di errore. A giudicarvi - a statuire quei parametri, che tu non puoi comprendere, sui quali decidere di elargire o meno i vostri supposti diritti a parlare - provvederebbero coloro che sanno giudicare - ché l'antica e obsoleta persuasione che l'intelligenza e la razionalità siano un uniforme retaggio dell'umanità, è stata, fortunatamente, da tempo confutata, ma ovviamento tu non puoi saperlo.
Che essi giudichino dunque, e che voi ascoltiate: hactenus etiam, timere non, solum audire te formaeque tui eiusdem illos cogitis - e di questo, lo sai fare lo spelling?
Infine: la tua non è ironia. Esistono definizioni esatte per le parole. Che poi tu non possa conoscerle - nessuno ne dubita - è un altro punto di vista - e comunque i vocabolari continuano a esistere. L'ironia è per definizione quella socratica. Punto. Altro sono il buffo, l'arguto, il comico, l'umoristico, il satirico. La tua non può essere ironia, perché non demistifica alcunché - se non il fatto che tu non conosci il significato dell'ironia. Ma non dirlo a nessuno.

Feanor

15 giugno 2007 11.37  
Anonymous mi_taglio ha detto...

Io credo che Feanor abbia un problema di fondo con le parole. Non ha ancora capito che il significato delle parole non è nelle parole stesse, ovvero nel simbolo, ma in quello che il simbolo rappresenta. Le parole non hanno valore in sé, ma in quanto funzioni generatrici della realtà. Quando io dico: “Una casa rossa”, queste tre parole sono solo il seme, che genererà nell’interlocutore la casa rossa. E secondo certi studi, non è neanche semplice metafora: ci sono teorie che vedono i ricordi e le immagini che ci appaiono nella mente quale risultato di costrutti tridimensionali nelle strutture del cervello.
Dunque “Una casa rossa” ha significato (e utilità) proprio in quanto è in grado di trasferire da una persona all’altra una scheggia di realtà, appunto un edificio dipinto di rosso.
Invece per Feanor le parole rimangono simboli, entità tipografiche prive di senso. Lui le conosce alla perfezione, in ogni loro dettaglio, peccato che non abbia la più pallida idea, letteralmente non ha idea, di quello che significhino e a che cosa servano.
Siamo tutti incatenati in fondo alla caverna. Ma quando qualcuno ci sussurra all’orecchio, quelle parole riescono per un attimo a mettere ordine tra le ombre, dandoci la possibilità di manipolarle quelle ombre, in maniera che ci sarebbe del tutto impossibile fisicamente. Addirittura, quando le parole sono simboli di concetti astratti, può essere che siano in grado di farci cogliere un lampo della luce esterna.
Questo per la maggior parte della popolazione umana. Quando invece si sussurra a Feanor, non si ottiene altro che moltiplicare le ombre che si agitano indistinte davanti ai suoi occhi. È una triste vicenda.

E ora, dopo Semiotica For Dummies, l’intervallo!

Pianerottolo di casa Feanor.
- Mamma, mamma, guarda ho scritto erisc... erits... eristica retorica!
- Bravo, Feanor, bravo! - La mamma scompiglia i capelli del pargolo. - Tieni una monetina luccicante!
- Grazie, mamma! Grazie! Grazie!
- Ah, il suo figliuolo è davvero bravo! - esclama la vicina di casa, la Cerbotti Giuseppina. - Non come il mio, che sta tutto il giorno chiuso in camera a giocare con la plaistascion e i pochemot. Il suo diventerà un gran dottore, un professorone!
- Eh, magari, signora, magari! A me piacerebbe così tanto diventasse un avvocato!
Il giovane Feanor scende a due a due i gradini: con quell’ultima monetina potrà comprarsi la nuova dispensa di Impariamo la Filosofia con Paperino! È così felice! Che bravo bambino!

Per il signor D’Angelo. Riguardo al filtro posso solo dirti che forse era una buona idea, ma probabilmente ne dovevi piazzare uno con le maglie un po’ più larghe: la lucidità mentale di questi tempi scarseggia.
Ovviamente sono ironico. Non c’è nulla di più arrogante e meschino di uno scrittore che pretende di scegliersi i lettori, addirittura di filtrarli, quando invece lo scopo sarebbe di raggiungere il più vasto pubblico possibile, tanto più se si è convinti di aver scritto qualcosa di degno. Se i lettori sono superficiali o non colgono il messaggio, la colpa è totalmente dello scrittore. Chi scrive dev’essere semplice per farsi capire da chiunque, e appassionante in modo che il lettore non possa essere superficiale, perché talmente coinvolto da voler godersi ogni singola parola.
Il lettore non potrà leggere un’opera appassionante in maniera distratta, casuale, con noncuranza: no, la vicenda è troppo emozionante e stimolante. Il lettore sarà obbligato a dedicarsi con tutto sé stesso alla lettura. E al termine, dopo la parola “FINE”, vorrà tornare indietro a rileggere daccapo, spinto dall’assurda speranza che magari gli sia sfuggita qualche riga, e dunque ci siano ancora granelli di felicità da trovare.
Se non riesci in questo, non sono i lettori a essere stupidi, pigri, ignoranti, prevenuti, esterofili e con scarsa o acerba capacità di giudizio, sei tu a non essere abbastanza bravo.
E qui non voglio dire che essere bravi scrittori, bravi come sopra descritto, sia facile, però è possibile.

L’Angolo del “Dialogo Costruttivo”.

Ho due proposte:
1) Se ci sono, recensisci romanzi fantasy italiani di pregio. Quelli recensiti finora o sono nel complesso insufficienti o il terzo è un romanzo per ragazzi. Non ispirano all’acquisto. Perciò, se ci fossero invece romanzi italiani migliori, magari di piccoli editori e perciò poco conosciuti, sarebbe bello conoscerli.
2) Sarebbe un’idea interessante la traduzione di The Black Company. Non per me, chiaramente, dato che io non ho il permesso alla lettura, parlo in generale per il pubblico italiano: non credo siano molti quelli in grado di goderselo in lingua originale. Potresti contattare l’autore e/o la sua casa editrice e trovare un accordo, per esempio per una distribuzione in ebook / print-on-demand. Io probabilmente lo comprerei (solo comprerei, buono Feanor, non lo sfoglio neanche!)

Alberto Cellucci (cellucci at teachers.org)

16 giugno 2007 19.43  
Anonymous Federico Russo "Taotor" ha detto...

Caro Alberto, è evidente che i tuoi pareri sono completamente opposti ai nostri. Anzitutto, non riconosci la santa pazienza di Andrea, pazienza che ammiro e cerco di emulare. Non hai notato che Andrea riesce a porsi con chiunque in modo neutrale, e non è da tutti; per fare lo scrittore devi saper essere ciò che non sei, ovvero sorridere (con smile, ovviamente) a tutti quelli che cercano di buttarti merda addosso.
Ma per quanto sincero, Andrea non potrà mai dire qualcosa di negativo a una collega (Licia). Ma io posso, e ti dico subito che il prodotto della Troisi sarebbe stato possibile con chiunque altro scrittore. La Mondadori non ha avuto problemi a girare la ruota, puntare sul fantasy (e ti credo, nel periodo in cui stava ancora andando forte...), investire in pubblicità e in un santo editor che correggesse le bozze del primo emergente. Tutto qui. Che ha di ammirabile od originale la saga di Licia?

Inoltre, io ammiro Andrea perché, come vedi, ti lascia commentare sul suo blog. Io, al posto suo, avrei modificato ogni tuo commento, scrivendo "Bel post, complimenti :)", o qualcosa di simile.

Ancora, i lettori di Andrea sono divisi in due, come solitamente succede tra i "grandi". C'è chi lo osanna e c'è chi, come te, lo diffama. I tuoi commenti, d'altronde, sono talmente pretestuosi... Sei arrivato qui solo per criticarlo e, udite, udite!, di lui non hai letto niente!

P.S. La cosa più ridicola che abbia letto, tra tutti questi commenti, è questa: "è molto simile a te come carattere, da quanto ho capito pure lui si è montato la testa. :D" Camuffare un'offesa con una faccina non serve. Se Andrea si è montato la testa, i bambini del terzo mondo cagano oro.

17 giugno 2007 8.34  
Blogger Parao ha detto...

Bene, Alberto, intanto grazie per nome e cognome (speriamo tu sia onesto; voglio crederlo).

Tutto il tuo discorso non fa una grinza (quello riferito a me, quello riferito a Feanor nemmeno lo commento, perché non sai quello che "dici"). Davvero, sono d'accordo con te.
C'è un piccolo particolare che ti sfugge: è la tua opinione sui miei testi (che giudichi dal solo prologo, diventando l'emblema della capacità critica acerba dei lettori italiani, per l'appunto) e, in quanto tale, soggettiva. I fatti parlano per me, Alberto. C'è chi mi detesta e mi ha detto cose ben peggiori delle tue. E c'è chi, pensa un po', si è persino preso la briga di rileggere daccapo i miei romanzi, anche tre volte (e non smette di incitarmi a scriverne i seguiti).
Dove sta la verità, dunque? Nell'Alberto Cellucci che mi accusa di presunzione, perché filtro i miei lettori (evinco che evidentemente anche tu hai qualche difficoltà a riconoscere l'ironia), o in quelli che invece hanno apprezzato a tal punto i miei testi da rileggerseli?

Vedi, Alberto, adesso ti spiego seriamente cosa penso. Senza ironia: questo è un cartello, così ti evito di doverla ricercare nelle mie parole, perché hai difficoltà a scovarla. Il mio prologo è un filtro non voluto contro i lettori prevenuti nei miei confronti. E in questo senso, credimi, mi ha fatto davvero un gran servizio. Ma non è stato scritto per quello, bensì per prendere tre stereotipi e ucciderli. Lo si può capire o meno, ma ritengo che il prologo sia molto chiaro in questo suo senso tra le righe. Non è certo il primo Alberto Cellucci che passa a farmi ricredere sul frutto delle mie fatiche.

E sai qual è la cosa più buffa di tutto questo? Che sei caduto come un pesce nella mia rete, diventando l'icona vivente del lettore acerbo di cui parlo nel mio "post". La tua capacità critica si spiega da sé, con i tuoi interventi, sotto gli occhi di tutti. Sai spiegarti e, immagino, anche essere convincente. Ma critichi in base al nulla, all'aria fritta.
Come giudicare un lettore che viene a dare lezioni sulla scrittura a me, avendo letto soltanto il mio prologo, e su Martin, avendone letto soltanto le prime 200 pagine?

Le parole scritte sono tue. E, credimi, non hai fatto una bella figura.

E per quanto hai dimostrato, tu non puoi certo andare in giro a dire cosa sia degno di lettura, e portare quindi a un dialogo costruttivo, e cosa no.
Grazie per i consigli, ma come diceva Leo Longanesi: "Non datemi consigli, so sbagliare da solo".

Ciò detto, continua pure a scrivere e dialogare con Feanor, se ti pare. Non vi interromperò (sempre che lui abbia davvero voglia e tempo da perdere con un volgare provocatore).
Scrivi pure anche a me, se vuoi. Non ti cancello, tranquillo. Ma questa è la mia ultima risposta diretta a te.
Adios, muchacho.

17 giugno 2007 10.05  
Blogger Parao ha detto...

Ora rispondo brevemente a te, Federico. Grazie per la difesa, l'ho apprezzata.
Vorrei commentare una tua frase.

"Ma per quanto sincero, Andrea non potrà mai dire qualcosa di negativo a una collega (Licia)."

Ti sbagli, non è così. Le mie recensioni rispecchiano ciò che penso. Il fatto è, Federico, che chi voglia criticare un testo pubblicamente, con una recensione, deve ponderare la critica. Non si può scrivere: "Questa scrittrice è pietosa, il libro fa schifo, il finale una merda". Ciò detto, non vorrei che il mio criticare costruttivo si confondesse con la piaggeria, perché così non è.

Licia è una ragazza simpatica e umile (almeno, così mi è apparsa ad Asti, quando fummo invitati assieme a una manifestazione).
Quando lessi il suo primo romanzo, le scrissi, criticandola duramente e argomentando le mie critiche. Lei rispose in modo esemplare. Non lessi il secondo e il terzo, perché, in tutta sincerità, il mio giudizio sulla prima trilogia era ormai minato dal primo libro. Le promisi che avrei letto il primo della seconda trilogia. E così sarà (l'ho acquistato una decina di giorni fa, in edizione economica). E la mia recensione sarà sincera e ponderata, come sempre.

Potrebbe essere vero quanto scrivi, Federico: la maggior parte degli scrittori non si pesta i calli vicendevolmente? Forse, ma questo non è il mio atteggiamento, non lo è mai stato e per questo, fidati sulla parola, ho subito (e accettato) le conseguenze.
La mia onestà intellettuale m'impedisce di blandire gli scrittori italiani, come quelli stranieri. Anche perché ci si dimentica che gli scrittori non accettano mezze verità, di solito. Preferiscono una critica durissima, se argomentata, a una blanda, ma in tutta evidenza trattenuta.
Per esperienza personale, non ne ho ancora incontrato uno che volesse da me soltanto il bicchiere mezzo pieno.

17 giugno 2007 10.41  
Anonymous Alessandro Scalzo ha detto...

Gianluigi Zuddas sostiene proprio la stessa cosa. Dice che i lettori italiani da un autore di Fantasy o Fantascienza col nome anglosassone sono disposti a digerire allegramente qualunque porcata. Ma a un autore italiano andranno a fare le pulci fino all'ultima virgola, quasi partendo dall'idea che dovranno per forza trovare qualcosa che non vada. Francamente, non ho idea di quale sia la causa. Forse, semplicemente, che i titoli di autori italiani negli scaffali appaiono come una sparuta minoranza, proprio in senso numerico. La colpa a mio avviso è anche degli editori un po' pigri, che faticano certo di meno a comprarsi i diritti di qualcosa che ha già venduto n-mila copie nei paesi anglosassoni, piuttosto che scommettere su un autore nostrano. Vabbé, queste sono scelte imprenditoriali. Mi sembra folle però che i contributi statali all'editoria (soldi nostri) vadano tanto a chi compra traduzioni di autori stranieri quanto a chi scommette su quelli italiani...

3 luglio 2007 10.51  
Blogger Parao ha detto...

Alessandro! :(
Ti avevo risposto in modo articolato... e questa BEEP di rete aziendale mi ha inchiodato il browser al momento del post (che non avevo copiato e incollato da qualche parte).
Niente da fare, ora non posso replicare il commento. Facciamo così. Entro qualche giorno scriverò un nuovo messaggio, proprio partendo dal tuo ultimo commento.
Ne riparliamo lì.

Hai letto l'ultimo di Zuddas, di fantascienza, uscito per Larcher Editore? Naturalmente ne sono attratto, perché Zuddas è un grande.

3 luglio 2007 14.31  
Anonymous alessandro scalzo ha detto...

Sì, Zuddas è davvero bravo. Ho amato "Balthis l'Avventuriera" riga dopo riga, e a rileggerlo a distanza di vent'anni mi ha fatto lo stesso effetto. E' uno di quei romanzi che quando arrivi all'ultima pagina ti viene il magone, sapendo che non c'è un seguito.

"C'era una volta un computer" è bello, scorre bene, e ha un sacco di trovate originali e spassose. I dialoghi sono brillanti, e il personaggio di Capitan Meteora è una chicca. Se dovessi trovare una pecca, direi che la protagonista non è un personaggio estremamente interessante, ma la cosa è probabilmente voluta, perché il romanzo si regge molto di più sulla storia, riguardante due interi pianeti, che non sul carisma personale della protagonista. Questa prima edizione è uscita per Larcher, ma dovrebbe uscire (non so quando) anche per Mondadori.

Ciao, a presto

3 luglio 2007 17.20  
Anonymous alessandro scalzo ha detto...

Andiamoci piano, col "rosicone". Se il bello è soggettivo, per il brutto invece ci sono dei criteri oggettivi. Il punto è che con un adeguato investimento pubblicitario si può trasformare in un best seller qualsiasi mezza porcata. I gusti del pubblico sono assolutamente manipolabili (per chi fosse interessato, consiglio la lettura di "Le armi della pesuasione" di Robert Cialdini). Lo spazio negli scaffali delle librerie è tutt'altro che illimitato, e un bravo autore senza santi in paradiso ha tutto il diritto di incazzarsi, esattamente come chi si vede fregare il posto da un raccomandato in un concorso pubblico truccato. Non c'è da vergognarsi nel pretendere un atteggiamento più etico da chi ha in mano il mercato del cibo, della salute, dell'energia e della comunicazione, altrimento il libero mercato diventa la dittatura del mercato. Gli editori prendono contributi statali, non è giusto che questi soldi finiscano investiti in pubblicità che ha il solo scopo di privare il pubblico della propria capacità di giudizio. Ripeto, il bello è soggettivo, il brutto è misurabile quasi scientificamente, basta avere gli strumenti adatti.

4 luglio 2007 9.55  
Blogger Parao ha detto...

Alessandro, certe frasi di chi mi ha dato del "rosicone" si commentano da sole. Manca la conoscenza dei meccanismi editoriali.
Se mi si accusa d'invidia, relativamente a Licia Troisi e George Martin, perché vendono tantissimo, si dimentica completamente la realtà. Il successo editoriale di un romanzo - a maggior ragione se serie di romanzi - è dettato in buona parte dal battage pubblicitario. Più un prodotto viene spinto, più vende. O si vuol pensare che un editore investa decine di migliaia di euro (e più) tanto per gettarli dalla finestra?

Tanto per parlare concreto, quando Licia Troisi aveva venduto oltre 20.000 copie (cioè 20 volte il mio ultimo romanzo), la Mondadori non era per niente soddisfatta.
Se io ne avessi vendute 5.000 la Nord l'avrebbe giudicato un successo.
Così difficile da capire? Evidentemente, Alessandro, per taluni sì.
Ecco, noi siamo i talaltri.

Poi, venire a dirmi "rosicone" per le vendite, sinceramente, significa sragionare. La mia invidia è rivolta a chi riesce a scrivere cose grandi, che ammiro e mi dico: "Caspita! L'avessi avuta io quest'idea!".
Mi è capitato con alcuni autori: China Mieville, Steven Erikson. Che, guarda caso, anche loro vendono tanto in giro per il mondo e sono diventati scrittori professionisti (condizione che agognerei, se non mi fossi disilluso, ormai).
Invidiare le vendite di un autore, significa invidiare il reparto marketing della casa editrice che l'ha pubblicato nel 98% dei casi (sia chiaro, non sto dicendo che dietro le vendite non ci sia anche qualità; questo si deve valutare caso per caso). Invidia per il reparto marketing, dunque? Per chi vuol capire, è privo di senso.
Non posso invidiare un reparto marketing, ma posso invidiare (sembra bonariamente) l'inventiva, la capacità tecnica.
Il resto è un terno al lotto. E io ho smesso di giocare.

4 luglio 2007 11.44  
Anonymous alessandro scalzo ha detto...

Mi dispiace sentirti un po' sfiduciato. Ne avevamo parlato sul sito di fantasymagazine (il mio nick è Angra), e mi eri sembrato più possibilista. Certo, pensare di poter contare solo su quel 2% che dipende dalla qualità intrinseca dell'opera per avere un minimo di successo è abbastanza scoraggiante. Sarebbe utile capire (per chi non crede alle belle favole) in base a quali criteri un colosso come Mondadori ad un certo punto decida che proprio quel tale titolo deve diventare un best seller...

Sai, io non sono tendenzialmente un inguaribile ottimista, per cui se ti dico di non scoraggiarti vale doppio ;) Una saga pubblicata con la Nord non sono bruscolini, e la mancata visibilità è una cosa che domani può cambiare. Sarebbe molto peggio avere dei dubbi sulle proprie capacità.

Ciao, a presto

Ale

4 luglio 2007 12.38  
Blogger Parao ha detto...

No, Ale, tranquillo. Dubbi sulle mie capacità non li ho. Sono certo del fatto che devo migliorare ancora e ancora e ancora. Ma credo, anzi scriviamo pure so di valere più di altri scrittori, magari di maggior successo.

Tutto questo, però, non significa che mi illuda sulle possibilità di acciuffare un risultato che mi permetta, un giorno, di vivere da scrittore. Il che non significa successo, milioni di euro o chissà che altro. Ma, semplicemente, poter vivere di scrittura, umilmente.
Cosa che riesce a pochissimi. E questo, in tutta sincerità, non vedo perché dovrebbe capitare proprio a me, a maggior ragione proprio per il fatto che non scendo a compromessi - e che se tento di far coincidere la mia creatività col mercato mi blocco (ho fatto un tentativo inedito, nel recente passato, "fallimentare"; tra virgolette perché mi ha insegnato molto).

Aver pubblicato per la Nord, in Italia, è un grandissimo traguardo. Specie se esordendo con una trilogia. Pubblicato e confermato dalla "gestione successiva"; doppio riconoscimento.
Ma il succo del discorso non cambia: resto sempre seduto in quest'ufficio, Ale. E nonostante oltre 15 anni d'impegno costante, sebbene un po' meno in ombra di prima, resto sempre uno scrittore per pochi.
Guardare in faccia la realtà, secondo me, non è essere sfiduciati, bensì comprendere per non affogare in un mare di illusioni. Se si galleggia sulla realtà, si può sperare di raggiungere qualche lido salvifico. Un giorno o l'altro.

9 luglio 2007 11.05  

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