11 aprile 2007

Il senso latente

Come ho avuto modo di dire ripetute volte, quando leggo un romanzo, ne ricerco il senso. Questo perché quando scrivo sono tutto teso a dare senso ai miei testi. Per "senso", intendo qualcosa che non viene detto, ma che si dovrebbe evincere, con sfumature soggettive, a lettura terminata.
In parole povere, non sono capace di scrivere per dilettare e basta. Ciò non perché creda che il lettore sia incapace d'accontentarsi del dilettevole, se di qualità, bensì perché io sarei svogliato se privato di una lettura su più livelli dei miei sforzi. Il mio diletto è sfidarmi a riflettere, oltreché a raccontare. E, essendo l'autore, il mio diletto viene prima di quello del lettore.

Così come i libri che scrivo, anche le mie saghe sottendono a qualcosa.
È di pochi giorni fa la mia riflessione sul senso de La Triade (saga di diciassette Libri, ambientata sulla Terra Uhda'etsolaêy) e sul senso de I Silenzi (saga informe, priva di confini precisi, cominciata con La Rocca dei Silenzi).
Sono rispettivamente l'inspirazione e l'espirazione, le due fasi del mio respiro letterario.
Considero entrambi i progetti di importanza vitale per la mia scrittura, dunque. Senza di essi, non scriverò mai null'altro. Il perché è presto detto. La Triade è ciò che avrei sempre voluto leggere e che risponde alle mie domande nel senso più mistico, più impalpabile, parlando dell'umano e del divino (e del loro rapporto). I Silenzi sono le risposte alle domande che non riuscivo a includere ne La Triade, poiché troppo concrete e pressanti, inerenti la realtà. Il perché, quindi, è che il mio impulso è cercare delle risposte, villanamente mistiche e nobilmente reali.
Senza la ricerca, non sono in grado di dilettarmi in nessun altro modo, di scrittura parlando.

Questa vuole essere una riflessione sul perché mi sono allontanato da La Triade, temporaneamente. L'allontanamento è dovuto al fatto che certe domande implicano una ricerca che prosciuga, che porta a risposte dalla lunga metabolizzazione. Non è un caso che io abbia sempre ritenuto il fulcro del Primo Ciclo Minore i dialoghi tra Tarko ed Emjarîah. E più la loro sottile importanza è stata colta da pochi, più molti l'hanno snobbata come "banalità" o come "capitoli noiosi" o, ancora, come "caduta di ritmo e stile"... più mi convinco che il primo cardine della saga sia quel breve soggiorno del Meek nel quel del Villaggio dei Baldar.

Ma è anche una riflessione sul perché ritenga altrettanto degni I Silenzi. Questa seconda saga è la concretizzazione di ciò che ho metabolizzato e metabolizzerò nel tempo, per parlare del presente e non dell'ideale. Sono un idealista, ma la mia razionalità ha sempre premuto per conquistare il suo giusto spazio. La Rocca dei Silenzi è stato il primo schiaffo che mi sono voluto dare, più che un cambio di direzione. E, sottolineo perché sia chiaro, è stato uno schiaffetto. La storia narrata imponeva certi limiti, ponderati e che, infine, ho considerato equi per lo scopo. Il giorno dopo sarà un colpo più forte, già lo sento dalle prime battute; eppure racchiuderà in sé una promessa di gentilezza.
Il primo Silenzio, drammatico, era pervaso da un senso di speranza, ai miei occhi, oltreché di disperazione. Il secondo Silenzio sarà cupo, ma guiderà il lettore verso la luce, divenendo un chiaro incitamento a sperare e sperare ancora. Per quanto la situazione sembri negativa, esiste sempre una via per migliorare lo stato delle cose. Il senso, insomma, è che esiste sempre un senso. Per questo è giusto, oltreché possibile, sperare.

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10 Commenti:

Anonymous Federico Russo "Taotor" ha detto...

Mi sembra il momento giusto di dire una cosa che ho sempre sostenuto, a favore del fantasy.
Nel momento in cui comincio a scrivere, metto in mezzo a tutto il problema della storia. Poi ne nascono altri, spesso si risolvono e spesso no, ma tutto quello che manovro è ai fini della trama. A racconto finito, mi accorgo che l'opera è piena di significati. "La favola ci insegna" è dunque un bocciolo, che si schiude a storia ultimata, e non di nostra iniziativa.
Non so qual è il tuo metodo, ma anche io la penso come te. Come ho già scritto, nel mio sito, sulla finzione, Un racconto non nasce come morale di vita, ma come esperienza, che si concretizza, indipendentemente dal nostro volere, in insegnamenti che dobbiamo capire. Non c’è storia più bella della vita, propria o altrui. Leggere una storia è capire qualcosa in più della vita.
Questo però è solo il mio modesto parere.

11 aprile 2007 13.22  
Blogger Parao ha detto...

Non concordo, Federico.
La trama, per me, non è al centro del lavoro più dei personaggi. La mia scala di valori è semplice: personaggi, trama, ambientazione. Ed è una scala di valori che ha il suo "perché".
C'è qualcosa, infatti, che a mio avviso sta oltre a tutto questo ed è il senso. E un personaggio - ecco il "perché" - dà senso al libro più della trama. Gli eventi in sé, privi della carica vitale dei personaggi, non dicono molto

Quando penso a una storia, penso al suo significato nascosto fra le righe. Che a questo significato si aggiunga dell'altro, qualcosa che l'autore non può controllare e che s'insinua in modo inconscio, è innegabile. Ma non pensare al senso dei propri scritti, prima durante e dopo la stesura, secondo me è la leggerezza più grave che si può commettere (e che, a mio avviso, distingue l'intenzione letteraria da quella di procurarsi del puro diletto).

Questo è il motivo per cui diffido, pur senza pregiudizi, di chi sforna romanzi a pié sospinto. Costui si dà il tempo di riflettere, prima di ideare e stendere il testo?
Nella vita, comprendere il senso di ciò che si fa, più di come lo si deve fare, è importante. Un'affermazione banale, vero? Bene. Allora perché uno scritto dovrebbe essere un'eccezione a questa banalità?

11 aprile 2007 14.04  
Anonymous gianni ha detto...

Questo post è stato eliminato da un amministratore del blog.

12 aprile 2007 15.17  
Blogger Parao ha detto...

Scusa, anonimo Gianni, ma con me non attacca. Non qui, sul mio blog.

Già che ci sei, va' a leggerti la mia considerazione intitolata "Anonimato".

Buona giornata, caro.

12 aprile 2007 15.55  
Anonymous Anonimo ha detto...

Sì, devo dire che in questa circostanza convengo con te, Andrea, sulla preponderanza del senso di una storia su tutti gli altri elementi che la strutturano. Eccettuando rari casi - probabilmente rarissimi - il tema gnomico - definendolo con quello che è il suo termine tecnico - è l'intento che anch'io ricerco come primo e prioritario, e come baricentro fondante di tutte le altre componenti di un libro.
Inoltre, assai mi piace la tua concezione del recepimento del tema gnomico, che necessita della diretta interazione del lettore impegnato nello svelamento di qualcosa che, pur tematico, non viene esplicitamente tematizzato - ricorda dappresso la teoria delle combinazioni transitorie formulata da Pindaro.
Ciò che invece mi interdice è la soggettività con la quale - mi pare - tu vorresti che il tema gnomico fosse assimilato, la particolarità con la quale ciascuno dovrebbe desumerlo: Diderot diceva che tutto quanto è interpretabile in molti modi, invero non è degno di essere interpetato in alcun modo; Foscolo confermava che le idee cardinali devono essere immediate e oltrepassare la mediazione del lettore; Heidegger ribadiva che un vero pensatore pensa autenticamente un solo e unico pensiero. Tu vuoi invece offrire un caleidoscopio di interpretazioni, e consentire così che i lettori pensino per sé quella che più a loro si attaglia?

Feanor

12 aprile 2007 17.17  
Blogger Parao ha detto...

Feanor, concordiamo anche sulla questione che ti interdice.
Ho scritto "con sfumature soggettive", il che significa - nella mia testa e non in quella di chi mi legge, noto - che l'interpretazione del lettore può sfumare il senso, non reinventarlo.
Il senso di un testo uno è e uno rimane. E negare questo diritto/responsabilità all'autore sarebbe un delitto.
A patto, e questo volevo anche dire con forza, che l'autore sia degno di tale diritto/responsabilità, scriva con intento letterario (il che non significa che produrrà letteratura, ovviamente).

12 aprile 2007 22.28  
Anonymous M.F. ha detto...

La Triade è ciò che avrei sempre voluto leggere e che risponde alle mie domande nel senso più mistico, più impalpabile, parlando dell'umano e del divino (e del loro rapporto).

Ciò è simile a quanto speravo e supponevo. Il fascino nascosto di una concezione profonda (che finora per me ha rischiato di passare inosservato a causa di altri difetti e ingenuità) è una carta che, mi auguro sinceramente, Lei sappia ben giocare: una cifra di distinzione, ancora in potenza, che merita di rendere il doppio in fatto di riconoscimento al valore.

Per altro, può darsi che le immagini che mi suscita la parola Oknujahewa (da buon tolkieniano, quindi tendenzialmente ricettivo verso il valore non casuale delle sonorità)derivasse dall'aver colto in minima parte quel senso latente nel lontano eco mistico di alcuni riferimenti nella Triade: anche questo, vocabolo che Lei ci porge emblematicamente, ma che ci lascia ignari per ora sui suoi rapporti col contesto e però, a chi ha orecchio fino, si apre a infiniti usi e rimandi.

Da tempo dimenticavo di dire che anch'io mi unisco, insieme a Feanor, a coloro che hanno apprezzato assai l'episodio e la funzione di Emjarîah nel secondo volume, a parte la scultura astratta nel villaggio dei Baldar :-D (vabbe' dico per ridere: è che per i mieir gusti a dei sapienti nella fantasy si atterrebbe maggiormente uno stile più antico, e poi siccome mi occupo anche di arte medievale, vede, ho le mie avversioni fisiologiche... ).
Confermo, pure sulla base di qualche commento in giro per il web, che purtroppo più d'uno non ha colto l'importanza di quella parte della storia.

13 aprile 2007 14.11  
Anonymous M.F. ha detto...

Saluto l'Artefice di Gemme Feanor, affinché non paia che, pur essendo passati entrambi più d'una volta per il Ceppo di Rete di Messer Negrore e in quello del Pittore Ignifero, io intendessi isnobbarlo e mi fosse negletta la poderosa presenza dalle cui labbra come fontana inesauribile spilla il sermone opulento e pregiato. A colui medesimo ricordo che ho fatto cenno alle mie difficoltà riguardo alla sua ultima e-mail in margine a un commento al post di Negrore "Il giorno dopo", di qualche settimana addietro, al quale lo rimando se non l'ha visionato. Assicurandolo naturalmente che lo scambio via e-mail intendo proseguirlo (i lunghi ritardi non sono una novità), manifestando la mia felicità che egli sia intervenuto sia qui che presso Dalmazio(e mi auguro che egli continui) proprio allorché fatalmente anch'io mi ci son trovato, dispiaciuto per non aver inviato i miei auguri per Pasqua come di non averne ricevuti, altrettanto rammaricato per aver conosciuto una decisione funesta riguardo i suoi progetti letterari, convinto che le pellicce delle piccole foche stiano bene addosso alle medesime bestiole (e magari non sui seni rifatti della moglie di un qualche magnate del petrolio) e che ciò sia cristianissimo in barba a S. Tommaso :-P e a qualunque rintracciabile "ipse dixit" (son ben altri i casi per queste argomentazioni),
il sottoscritto rinnova i suoi saluti e rammenta al Chiarissimo Professor Feanor che il M.F. è come Re Artù: prima o poi ritorna.

Chiedo scusa, Messer Negrore, se ho occupato ancora uno spazio Suo, tuttavia essendoché egli è passato più volte di qui e dovendo essere la presente, in teoria, una semplice comunicazione e un rimando (con l'ovvia intenzione di proseguire privatamente), mi son preso questa libertà, se lecita. Chiedo venia anche a Lei d’avere dimenticato l’invio dei miei auguri per le feste.

In aurea humilitas ,
a presto a entrambi

P.S.: In post precedenti ho mandato due messaggi di prova giacché qualche giorno fa è capitato che la finestra non visualizzasse il commento che avevo appena scritto, dopo plurimi tentativi. Lo segnalo, ma suppongo si sia trattato di un problema momentaneo.

13 aprile 2007 14.21  
Blogger Perissi ha detto...

Ola amigo,
ti ho finalmente linkato... vai a vedere, che c'è anche qualcos'altro...
ciauz

13 aprile 2007 16.28  
Blogger Parao ha detto...

Caro Messer Forestiero, è proprio per tali "difetti e ingenuità" che intendo riscrivere l'intero Primo Ciclo Minore.
Comunque a me bastano anche solo tre lettori attenti e sensibili al mio progetto per continuarlo.
Il rischio di passare inosservato, dunque, non è più un mio patema d'animo (lo ero, va ammesso). Il mio approccio alla scrittura è cambiato molto, da dopo la pubblicazione. Ho avuto il mio "memento di gloria" (non è un refuso!), che non ricerco più.
Cerco, questo sì non smetterò mai, sensibilità affini, dialogo. Anche se con pochi, è una gioia per il cuore! Anzi, spesso con pochi è meglio, perché in tanti non si riesce a dare quanto si riceve... ed è un po' frustrante.

Circa la scultura, è oggetto ponderato, sintomo di una visione "altra" dell'Equilibrio. Dovrebbe essere un indizio, Messer Forestiero (oltreché un giochino per giocherelloni, ma facilmente intuibile - e molti non l'hanno intuito lo stesso, vabbé).
Non si è mai posto la domanda, circa la mia trilogia, del perché nessuno (a parte credenze pagane sparse qui e là, e non accennate) parli di Dio al Mondo Interno?
Non è cosa nata per caso...

16 aprile 2007 9.45  

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